Non rubare la speranza

By Gavino Puggioni On novembre 22nd, 2011

 

Non rubare la speranza
(riflessione odierna)
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Ma come si fa a rubare la Speranza?
Oggi si può rubare tutto, la fiducia, l’intimità, lo sguardo, la libertà, l’innocenza, l’identità.
Si può rubare l’anima, il corpo che ne è custode, il cuore che batte inutilmente per qualcuno o qualcosa. Si può rubare anche l’altrui pensiero, miscelando frasi e parole, l’idea e le sue conseguenze, la verità e le bugie, quelle grandi, soprattutto.
Si sta rubando la pace, dovrebbero rubare le guerre!
Ovviamente quel ladro s’impadronirà dell’altrui denaro, di una borsetta strappata alla nonna, di qualche lira-euro sbucata dal generoso banco-mat, ruberà una macchina, una moto,
un caterpillar se non un carrarmato, ruberà un fucile e dieci pecore senza latte.
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Ma come si fa a rubare la Speranza?
Ma come si fa ad intascare, furtivi, pezzetti di futuro, rivoli di crescita morale, di civiltà, di amore e rispetto per il prossimo, di tutti quei bambini abbandonati che calpestano  la nostra terra, tutta, da nord a sud, da est a ovest, che urlano la loro presenza? Come si fa a dir loro della Speranza se questa è sinonimo di Vita che in loro stessi si deve ricreare perché non sia offuscata e sopraffatta? Ma come si fa a rubare la Speranza a milioni di umani che non ne sono a conoscenza?
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Chiediamolo allora ai così detti Grandi della Terra che ci governano e, forse, la risposta l’abbiamo già letta e la leggeremo ancora, per chissà quanto tempo, nelle cronache di queste guerre infinite che attanagliano la nostra umanità, da sempre.
E siamo, come dice la storia, in tempo di pace, quindi si potrà rubare di tutto, compreso quella stessa Speranza i cui frutti non serviranno e non meriteranno d’esser consumati.
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Il 19 di novembre del 2011
Gavino Puggioni 
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Nei sentieri dell’infanzia

By Gavino Puggioni On novembre 20th, 2011

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Nei sentieri dell’infanzia
 
Camminando in quelle radure, una volta selvagge, mi sembrava di attraversare la parte estrema di un mondo sconosciuto, oltre il quale viveva il nulla. Il silenzio, il cielo, il mare che, all’improvviso, ti abbracciavano, ti costringevano a pensare e a non pensare, tanto forte era l’emozione di trovarti da solo, in cima a quelle colline, che sapevano d’altri tempi. C’era e c’è ancora una chiesetta, arrampicata, che doveva servire alle preghiere delle mogli, delle sorelle, delle mamme, tante, di quei minatori, che entravano in quelle bocche all’alba e ne uscivano quando il buio era padrone di tutto. Scendendo per la strada, tortuosa e fangosa d’inverno, asciutta e polverosa d’estate, si aveva la sensazione, comunque, di dover raggiungere un luogo amato da pochi, ma di un amore viscerale, coinvolgente, forse struggente.
Era, doveva essere un parco romantico, accarezzato o violentato, ma solo dai venti e dalle piogge. Semmai, calpestato da amanti, degni di quella natura rigogliosa e orgogliosa nei suoi splendori. E dopo, più giù, c’era e c’è il mare, comandante assoluto di quelle insenature, di quelle rocce d’argento, sopra le quali quella stessa natura era abituata ad adagiarsi.
C’era il villaggio, che accoglieva quelle poche famiglie che avevano il coraggio di abitarvi, circondate da rumori cupi e continui, altalenanti, ma che, ormai, facevano parte della loro vita.
Quel villaggio, umano, ora, non c’è più, è stato cancellato dai tempi moderni.
Non sono rimaste neanche le più piccole tracce, per rimandarle, come si dice, alla  memoria dei posteri.
È rimasta, nonostante tutto, la grande testimonianza della miniera, ischeletrita, ovvero l’impalcatura di legno e ferro, da dove, prima, si accedeva alle entrature di ciascuna galleria.
Il mare, tranquillo o spumeggiante per il maestrale, era una presenza quasi rassicurante; si rispecchiava sempre nel solito quadro, niente lo intimoriva, niente lo sporcava, se non la ruggine di qualche carrello vecchio e sfasciato. Lo stesso mare, però, pareva lamentarsi di quello che poteva dare, e in abbondanza, ma che nessuno prendeva. I suoi frutti erano lì e si beavano nel loro elemento, giocando con le mareggiate e abbattendosi sui litorali di pietre levigate. Quei pochi, pochissimi arditi che osavano pescare, non erano nemmeno del posto.
Arrivavano, magari di notte, e, alla luce di qualche lampara, scagliavano due o tre bombette e il gioco era fatto. Il pesce, stordito, veniva a galla e si faceva prendere nel sacco, anzi nei sacchi di juta, docilmente e senza spargimento di sangue.
 
Nel villaggio, tuttavia, si viveva di una vita normale, fatta di sacrifici, di attese, di emozioni e di dolori mai ripagati. Le giornate erano tutte uguali, compresa la domenica, anche se questa doveva essere dedicata al riposo o alla preghiera. Quella grande madre, che era la miniera, rigurgitava continuamente i suoi tesori che dovevano essere colti e portati via, in altre terre, in altre regioni. L’arricchimento era per quella società che gestiva, da lontano, l’affare; l’impoverimento era per tutti, compresi quelli che venivano mal pagati per frugare in quelle viscere profonde e portar via più materiale possibile. E questo impoverimento riguardava anche il territorio, con le sue montagne spaccate, scavate, fatte a pezzi, così che anche l’erba non riuscì mai più a crescervi. Vi crebbero, invece, le malattie da quelle polveri e chi ne fu colpito ebbe a pagare fino alla fine dei suoi giorni.
 
Le spiagge senza sabbia, colme di ciottoli rotolanti, grigi, bianchi, neri, e striati anche di rosso arrugginito, solitarie, erano sempre uno spettacolo da vedere, solitarie o al massimo con qualche branco di buoi e cavalli, che vi andavano per fare la loro indisturbata passeggiata.
Ti invitavano, quando il mare era una distesa d’acciaio, a meditare, a proporti in maniera quasi primordiale, allargare le braccia, respirare a pieni polmoni e spaziare nell’infinito di quell’orizzonte che credevi di vedere, ma era solo un miraggio. Anche i gabbiani sapevano di essere soli, tant’è che i loro giochi, le acrobazie, i loro incroci su quelle acque sembravano più liberi, ispirati a quello che li circondava, in una tavolozza di colori, sempre sgargianti ma naturali.
Ora, oggi, adesso, a distanza di tanti lustri, quella terra, chiamata Argentiera, è un cumulo di quello che è stato e di quello che vorrebbe essere. Un gran pasticcio, il cui attore, sempre l’uomo, ha stravolto ogni cosa, ha dimenticato il rispetto di quel suolo, sopraffacendolo di intuizioni orride, cercandovi una soluzione mai arrivata, continuando a pasticciare ed offendere quel lembo di ricordi intimi, di uomini e donne che hanno sofferto e gridato inutilmente nel silenzio.
Ancora, e per una volta all’anno, per due lunghi mesi, è meta di popolazioni incivili, arrivati da altri mondi incivili, che vogliono incivilizzare quello che loro non appartiene, tanto, dopo, fanno rientro nelle loro stesse inciviltà. Quel pezzo di terra continuerà a lamentarsi, anche se continuerà ad offrirsi con le sue bellezze ormai contaminate, sporcate e vituperate da tutte quelle imprese di individui post-moderni, incapaci di sentire, di vedere, incapaci di amare ciò che la Natura aveva loro regalato.
 
1 novembre 2003
Gavino Puggioni

 

Le grandi bugie

By Gavino Puggioni On novembre 14th, 2011

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Cronaca spicciola, mica tanto, di questi primi giorni di novembre.
 
Voglio dimenticare, ancora una volta, quella festa inusitata, stupida e maldestra che viene chiamata Halloween, da noi italiani importata e scimmiottata, sempre insulsa, da quattro soldi di finto orrore, celebrata il 31 di ottobre, ovviamente globalizzata. E dopo, di quattro soldi se ne spendono veramente tanti, inutilmente.
Ma perchè costringere i nostri bambini-adolescenti aa una ricorrenza che non ha niente, ma proprio niente, di italiano? Perchè ci dobbiamo adeguare ai “bisogni oziosi”, dicono rilassanti, di altri popoli quando ognuno di questi ha il suo bel carnevale?
Ma è una necessità? Un bisogno?
Ma le famiglie italiane (tutte benestanti, senza problemi, secondo il Guidatore Massimo) non possono avere il coraggio di dire ai loro pargoli che questa festa non si fa?, perchè è inutile, perchè fa spendere altri quattrini, perchè ci fa sembrare quelli che non siamo, perchè possiamo vivere delle nostre ricorrenze, anche allegre, che non hanno niente da invidiare a quelle d’oltre oceano.
Quand’è che decideremo di vivere delle nostre risorse, antichissime e bellissime, senza dover andare a copiare quello che altri fanno? Ma perchè non decidiamo di rispettare le nostre tradizioni nella nostra amata lingua, anche nei nostri vari dialetti che vanno perdendosi in tutte le regioni del nostro
paese?
 
Durante e dopo questo G20, l’Europa, la BCE e il FMI  han detto all’Italia, con diplomazia, con
fermezza eufemistica, per l’ennesima volta, che bisogna “attrinzarsi”, verbo che tradotto dal mio sassarese, significa “tirarsi su le braghe”, perchè ormai queste sono arrivate sotto i polpacci e stanno per toccare terra.
In pratica queste istituzioni, di cui ci vantiamo di fare parte, hanno invitato il nostro paese a fare, a produrre, ma non solo idee o proclami.
Il nostro Guidatore Massimo ha assicurato tutti costoro sopracitati che l’Italia sta facendo e farà il suo dovere, come sempre!, anzi, di più, tant’è che lo stesso “ha chiesto” a lor signori di monitorare pure i nostri conti e quelli economici e quelli finanziari, tanto troveranno tutto in ordine.
Ma ci dobbiamo credere? Purtroppo dobbiamo provarci, a credere!
Ma questa volta, e questi controlli avverranno, pare che alla nostra Italia quei signori stiano riservando un trattamento particolare, vista la staticità del nostro governo, la sua scompostezza, direi la sua politica asimmetrica, visti alcuni o molti dei suoi componenti, verdi di rabbia padana,
la stessa politica economica che vola lontana dall’idea di raggiungere tutti quegli obiettivi che sulla lettera-carta all’UE sono stati strombazzati come realizzabili in breve tempo.
Ovvero, pareggio di bilancio nel 2013, rendiconto, quasi di famiglia, dei contributi europei per progetti faraonici realizzati a metà o da realizzare, assestamento del debito pubblico, PIL, e tutti gli altri mostri-conti pubblici, in primis quelli di Fin- Meccanica.
(Evviva! Ma è proprio vero che il famigerato Ponte di Messina non si farà più?)
 
Nel frattempo, mentre si urla da destra a manca che bisogna risparmiare, che bisogna dimezzare le prebende dei nostri politici, dagli onorevoli a quelli men che meno, dai presidenti di regione a quelli di Enti per le Acque e le Fogne, dagli amministratori ai dirigenti di aziende pubbliche, nel frattempo, dicevo, il popolo sovrano viene a conoscenza che il nostro Ministero della Difesa ha consegnato ad alcuni generali del nostro Esercito, o Marina o Aviazione, (questo non s’è capito!) ben 6, ma dicono assai di più, auto Maserati, super blindate, per poter svolgere meglio la loro missione. Ma quale missione, quella di guerra, dentro la quale ci sono i nostri soldati?
E queste macchine di lusso chi le ha pagate? E la benzina chi la paga?
Ma al fronte, non più quello italiano, si va con le Maserati?
Ma dove stiamo precipitando, signor Ministro?
 
Gavino Puggioni
il 5 di novembre 2011

Visioni asimmetriche

By Gavino Puggioni On novembre 11th, 2011

 

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Un altro giorno di baldoria
dentro questa botte ferrata di pensieri giulivi
dove un violino disaccordato
dimenticava le sue passioni d’amore.
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Intorno nuvole d’allegoria
si muovevano annichilite da voli di gabbiani
in festa per una barca di gomma piuma
che rifiutava l’acqua del mare.
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Giovani musulmani in preghiera,
avvinghiati a pietre sconosciute,
sorridevano abbracciando ombre di speranza,
confuse da una pietà senza lacrime.
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Il grande capo di questa immensità
ordinava a tutti di coprirsi di polvere bagnata
Muti i lamenti, lontani i dolori,
gli occhi socchiusi per tanto splendore.
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I treni viaggiavano senza fili elettrici
e le rotaie erano scie di fuoco
dove la fede umana moriva in anfratti profondi
di felicità, sposata all’eterno desiderio.
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Chi guidava i treni super veloci  e trasparenti
guidava anche il mondo che in quest’era post-moderna
andava al rovescio, oltrepassando tutti i muri
fatti di bugie e i cantastorie erano contenti.
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Non c’erano fiori perché la cenere
ridondava le sponde della bellezza, consunta
da mani di granchio che graffiavano
i figli appena nati da questa terra martoriata.
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Gli alberi invece crescevano a dismisura,
sfidando gli aeroplani e i raggi del sole,
abbattuti all’ora del tramonto
da rivoli quieti di una luna stanca.
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La botte ferrata era sempre piena
Ora rotolava tra sentieri di formiche operose,
schiacciando pietre del tempo futuro,
riflesse nella pioggia benefica di primavera.
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E gli uomini offesi da rumori strazianti
dormivano, supini, con la meraviglia
che annunciava loro altri giorni di festa
senza bandiere e proclami.
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Gavino Puggioni
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Questa poesia, inedita, ha avuto una significativa Menzione, con pubblicazione in antologia,
al XXVII Premio Mondiale di Poesia Nosside 2011, di Reggio Calabria
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By Gavino Puggioni On gennaio 8th, 2011

 

Un volto disegnato
nel nulla
confuso nelle crepe
di un pensiero
affidato all’ignoto
 
Era il tramonto
 
Gavino Puggioni

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Indosso

By Gavino Puggioni On dicembre 1st, 2010

 

 

 Indosso l’abito rosso
del tramonto
Luccicore di un istante
e la vita non mi sembra
futuro
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Gavino Puggioni

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Ho poggiato

By Gavino Puggioni On novembre 27th, 2010

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Ho poggiato gli occhi sulle dune del mio lago
mentre il tempo dettava le sue leggi
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Ho raccolto le foglie bruciate del mio olmo
per costruire  ricordi a  futura  memoria
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Ho aperto la porta quella dell’infinito
e  m’è apparsa  la terra sconfitta
 .
ed io ero solo
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Gavino Puggioni

 

By Gavino Puggioni On novembre 22nd, 2010

 

 

 

Nel buio di una stanza
disegni di luce
una mano scarnita
stringeva il tempo
la luna riposava
il mare fuggiva
dietro le quinte
della vita.
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in silenzio
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Gavino Puggioni

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Le parole non hanno ponti

By Gavino Puggioni On novembre 13th, 2010

Le parole non hanno ponti
si estendono nel mare
dei sentimenti
e si lasciano andare
lontani
verso l’infinito
dove regna l’amore
 
Gavino Puggioni

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Nel silenzio dei rumori

By Gavino Puggioni On novembre 9th, 2010

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“Nel silenzio dei rumori” – di Gavino Puggioni
Recensione di Loredana Cicu 

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Incominciamo dai tuoi “passi incerti”, esordisci proprio così nelle prime note dell’autore, e dici bene incerti, diventati tali in una terra dove noi abbiamo il potere di distruggere qualunque cosa: creature, materia e numerosi aliti vitali. Abbiamo non solo il potere, libero e incondizionato, ma anche il piacere di seppellire corpi innocenti e di sorridere alle telecamere, dopo che l’abbiamo fatto, “baratro infinito di miseria” tu lo chiami.
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Membra scarnite attraversate da passi incerti, fotografate, comunicate violentemente al mondo, un mondo indolore e indifferente, per lasciarle là, in un mare rosso di sangue, come “miniature del mondo” di venti di guerra, di venti di guerra metropolitana,, venti di guerra di carne. Ma un dolcissimo bambino mai nato mi ha parlato in un sogno e lo vedevo, felice, nell’ azzurro, saltellare e ringraziare i poeti come te che hanno il coraggio di proferire questi versi di speranza, di gridare ed invocare un tempo che tutti stiamo aspettando. C’è, ci sarà, ci deve essere una nuova primavera che, almeno, arresti l’inevitabile lotta tra fumi solforosi e paludi maleodoranti di luciferina memoria.
Hai svelato anche che “gli archi di luce”, nella profondità del cielo, sono medesimi sguardi luminosi di altri bimbi mai nati; ci guardano da lassù e ci indicano la strada ed è proprio da loro che parte l’invito a non morire senza aver dato i giusti doni alle creature, in primo luogo ai bambini della terra che sono il nostro futuro, anime terse e intoccabili, piccole voci poetiche di verità naturali ed assolute, paragonabili, soltanto per purezza, a quel “rivolo” d’acqua trasparente in cui t’incanti e ti tuffi – e trovi il paradiso. Paragonabile a quella valle rigogliosa ed immacolata che profuma di erba al nostro vento, il vento di Sardegna che ci scompiglia dolcemente i capelli e ci riporta il ricordo di autentiche e sincere carezze.
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Questi sono primordiali rumori, noi non eravamo ancora nati ed essi erano già sulla terra ad aspettarci. Si ascoltano in silenzio perchè sono anche terapie per il cuore e scrivono spartiti incancellabili nel nostro io. Questa è la musica che tu hai afferrato e sono ormai sicura che pochi la sanno cogliere, perchè molti sono ormai i suoni perduti, i suoni offuscati. Tu, semplicemente, ce li stai donando senza seguire la linea che imperversa dei capolavorismi che ci perseguitano ovunque posiamo gli occhi nel mondo letterario di carta.
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Un invito all’ascolto per le nostre anime, nel tentativo di scuoterle e dolcemente piegarle verso una terra di carta pulita. E se fossimo noi veramente i grandi fratelli che si coalizzano per ricominciare a respirare i veri soffi vitali e a discernerli?
Come piccoli zolfanelli illuminanti, scriveva Calvino in “Lezioni americane”, in una notte magica possiamo fermare il tempo ed immaginarlo, così come si fermò nel castello della Bella Addormentata; Charles Perrault ci lascia questa emozione:”…. perfino gli spiedi che erano nel camino, carichi di pernici e di fagiani, si addormentarono e si addormentò anche il fuoco. E tutto ciò avvenne in un attimo: le fate sono assai svelte nelle loro faccende”
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Similmente ci prendono i versi della tua poesia “il castoro, il mulino e la farfalla”; anche qui si ferma il tempo, sognando, nell’attesa, il ristabilimento di quello perduto.
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Ancora intravedo nelle tue poesie-favola il sogno shakespeariano, al dream, ai suoi elfi, alle sue fate, in primo luogo Puck e Ariel che dicono:” Noi siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni”. E’ quella speciale connessione, suggerita anche questa da il grande Calvino, tra ironia e melanconia che può diventare leggerezza: un insieme di particelle, di atomi che, combinati insieme, scatenano la giusta energia per aprire gli occhi dell’intelletto e liberare lo spirito.
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Per vie diverse insegnano s. Ignazio di Loyola e santa Teresa d’Avila, per i quali lo spirito liberato promuove il contatto con lo straordinario e regala le conseguenti e coinvolgenti visioni. “ Che grandi cose vedremo, figliuole mie, se cercheremo di non contemplare che la nostra miserabile bassezza!” – scriveva la santa d’Avila  nel “Castello interiore”.
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In effetti la tua ricetta non è molto differente: ci offri “chiarori e luminescenze” in questi vicoli abbandonati e insicuri e ci inviti a scrutare negli occhi dell’umile la verità, raccomandandoci di spegnere quel televisore che sputa sangue, di allontanarci dalle banali fiction della vita e di immergerci in quella vera, dono silenzioso ed udibile. Già l’abbiamo capito che troppa materia potrebbe schiacciarci e travolgerci, così come aveva scritto Lucrezio nel “De rerum natura”, ed oggi risulta una grande scommessa: rimanere noi stessi e non lasciarci trasformare in anime e corpi passivi o in spugne di mare che sono costrette ad assorbire acque torbide e appiccicose.
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Per finire: mi trovo in sintonia con te, non possiamo sparire durante una eclissi di sole o di luna, se prima non abbiamo donato agli altri il meglio di noi stessi. Cosa posso fare? come posso fare? quanto posso fare? quanto posso dare? Si chiedeva Teresina appena messo piede a Lisieux.
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Dalle luminescenze arrivò una voce: Io sarò l’amore.
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Loredana Cicu