Nei sentieri dell’infanzia

By Gavino Puggioni On novembre 20th, 2011

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Nei sentieri dell’infanzia
 
Camminando in quelle radure, una volta selvagge, mi sembrava di attraversare la parte estrema di un mondo sconosciuto, oltre il quale viveva il nulla. Il silenzio, il cielo, il mare che, all’improvviso, ti abbracciavano, ti costringevano a pensare e a non pensare, tanto forte era l’emozione di trovarti da solo, in cima a quelle colline, che sapevano d’altri tempi. C’era e c’è ancora una chiesetta, arrampicata, che doveva servire alle preghiere delle mogli, delle sorelle, delle mamme, tante, di quei minatori, che entravano in quelle bocche all’alba e ne uscivano quando il buio era padrone di tutto. Scendendo per la strada, tortuosa e fangosa d’inverno, asciutta e polverosa d’estate, si aveva la sensazione, comunque, di dover raggiungere un luogo amato da pochi, ma di un amore viscerale, coinvolgente, forse struggente.
Era, doveva essere un parco romantico, accarezzato o violentato, ma solo dai venti e dalle piogge. Semmai, calpestato da amanti, degni di quella natura rigogliosa e orgogliosa nei suoi splendori. E dopo, più giù, c’era e c’è il mare, comandante assoluto di quelle insenature, di quelle rocce d’argento, sopra le quali quella stessa natura era abituata ad adagiarsi.
C’era il villaggio, che accoglieva quelle poche famiglie che avevano il coraggio di abitarvi, circondate da rumori cupi e continui, altalenanti, ma che, ormai, facevano parte della loro vita.
Quel villaggio, umano, ora, non c’è più, è stato cancellato dai tempi moderni.
Non sono rimaste neanche le più piccole tracce, per rimandarle, come si dice, alla  memoria dei posteri.
È rimasta, nonostante tutto, la grande testimonianza della miniera, ischeletrita, ovvero l’impalcatura di legno e ferro, da dove, prima, si accedeva alle entrature di ciascuna galleria.
Il mare, tranquillo o spumeggiante per il maestrale, era una presenza quasi rassicurante; si rispecchiava sempre nel solito quadro, niente lo intimoriva, niente lo sporcava, se non la ruggine di qualche carrello vecchio e sfasciato. Lo stesso mare, però, pareva lamentarsi di quello che poteva dare, e in abbondanza, ma che nessuno prendeva. I suoi frutti erano lì e si beavano nel loro elemento, giocando con le mareggiate e abbattendosi sui litorali di pietre levigate. Quei pochi, pochissimi arditi che osavano pescare, non erano nemmeno del posto.
Arrivavano, magari di notte, e, alla luce di qualche lampara, scagliavano due o tre bombette e il gioco era fatto. Il pesce, stordito, veniva a galla e si faceva prendere nel sacco, anzi nei sacchi di juta, docilmente e senza spargimento di sangue.
 
Nel villaggio, tuttavia, si viveva di una vita normale, fatta di sacrifici, di attese, di emozioni e di dolori mai ripagati. Le giornate erano tutte uguali, compresa la domenica, anche se questa doveva essere dedicata al riposo o alla preghiera. Quella grande madre, che era la miniera, rigurgitava continuamente i suoi tesori che dovevano essere colti e portati via, in altre terre, in altre regioni. L’arricchimento era per quella società che gestiva, da lontano, l’affare; l’impoverimento era per tutti, compresi quelli che venivano mal pagati per frugare in quelle viscere profonde e portar via più materiale possibile. E questo impoverimento riguardava anche il territorio, con le sue montagne spaccate, scavate, fatte a pezzi, così che anche l’erba non riuscì mai più a crescervi. Vi crebbero, invece, le malattie da quelle polveri e chi ne fu colpito ebbe a pagare fino alla fine dei suoi giorni.
 
Le spiagge senza sabbia, colme di ciottoli rotolanti, grigi, bianchi, neri, e striati anche di rosso arrugginito, solitarie, erano sempre uno spettacolo da vedere, solitarie o al massimo con qualche branco di buoi e cavalli, che vi andavano per fare la loro indisturbata passeggiata.
Ti invitavano, quando il mare era una distesa d’acciaio, a meditare, a proporti in maniera quasi primordiale, allargare le braccia, respirare a pieni polmoni e spaziare nell’infinito di quell’orizzonte che credevi di vedere, ma era solo un miraggio. Anche i gabbiani sapevano di essere soli, tant’è che i loro giochi, le acrobazie, i loro incroci su quelle acque sembravano più liberi, ispirati a quello che li circondava, in una tavolozza di colori, sempre sgargianti ma naturali.
Ora, oggi, adesso, a distanza di tanti lustri, quella terra, chiamata Argentiera, è un cumulo di quello che è stato e di quello che vorrebbe essere. Un gran pasticcio, il cui attore, sempre l’uomo, ha stravolto ogni cosa, ha dimenticato il rispetto di quel suolo, sopraffacendolo di intuizioni orride, cercandovi una soluzione mai arrivata, continuando a pasticciare ed offendere quel lembo di ricordi intimi, di uomini e donne che hanno sofferto e gridato inutilmente nel silenzio.
Ancora, e per una volta all’anno, per due lunghi mesi, è meta di popolazioni incivili, arrivati da altri mondi incivili, che vogliono incivilizzare quello che loro non appartiene, tanto, dopo, fanno rientro nelle loro stesse inciviltà. Quel pezzo di terra continuerà a lamentarsi, anche se continuerà ad offrirsi con le sue bellezze ormai contaminate, sporcate e vituperate da tutte quelle imprese di individui post-moderni, incapaci di sentire, di vedere, incapaci di amare ciò che la Natura aveva loro regalato.
 
1 novembre 2003
Gavino Puggioni

 

5 Responses to “Nei sentieri dell’infanzia”

  1. Un ricordo d’amara poesia il tuo caro Gavino che rimane stampato dentro e fa riflettere su quello che siamo stati e come siamo cambiati, purtroppo in peggio. I sacrificati sono lì a ricordarci dove siamo oggi, ma pochi purtoppo ascoltano le loro voci, sembra quasi che il passato sia rimasto ingoiato nelle bocche delle miniere, sembra che le lotte per i diritti ad un lavoro più sicuro e giusto siano cancellate, se pensiamo che si parla di diritto al licenziamento, se si pensa che è sempre il profitto a farla da padrone sulla vita stessa dell’operaio. Caro Gavino non posso accettare questa “assurda logica di mercato” , non posso accettare che il lavoro sia “precario” per i giovani, non posso neanche accettare questo tipo di “globalizzazione” che si fonda su radici già malate e deboli alla base. Scusa se sono andata fuori dal tuo contesto ma mi premeva sottolineare questo punto di vista, io continuo a pensare che se non cambiamo le regole non si va da nessuna parte, ma quello che mi preoccupa è che chi potrebbe dare l’input non ha nessuna intenzione a farlo. Grazie ancora, un affettuoso abbraccio.
    Roberta

  2. Caro ,l’immmagine di quello scheletro ce l’ho dinnanzi agli occhi e non la dimentico.Nei miei pellegrinaggi estivi tanti scheletri ricordo e tante rovine causate da noi ,dal nostro egoismo e dalla sete di potere qui e ora, mai alla ricerca del bello e del pulito.Il tuo bellissimo racconto poetico non può essere che condiviso e amato da chi si indigna ogni giorno di fronte al malgoverno ,all’indifferenza e a quella maledetta “globalizzazzione”che altro non è che potere gestito da alcuni grandi della terra, a svantaggio d’altri ,sempre gli stessi a penare..Grazie.Tinti

  3. “Un gran pasticcio, il cui attore, sempre l’uomo, ha stravolto ogni cosa, ha dimenticato il rispetto di quel suolo, sopraffacendolo di intuizioni orride, cercandovi una soluzione mai arrivata”
    Davvero tristissima questa constatazione, caro Gavino.
    Rispetto. Questa parola sembra non esistere più, uscita, scappata via dal vocabolario italiano. Non c’è rispetto neppure per i morti, per chi ha vissuto in modo tanto povero eppur dignitoso, per chi ha contribuito a mutare la storia, non quella dei grandi, ma la nostra storia spicciola, la vita di tutti i giorni, che, se oggi ha un po’ di benessere, lo deve a chi è vissuto prima di noi.
    Tendiamo a dare sempre la colpa agli “altri”, per tutto quello che va male: al governo, all’Europa, alle multinazionali… invece la colpa è nostra. Non tua, mia, di Roberta, nè di tanti altri cari amici e poveri poeti, che cercano disperatamente nel prossimo una sensibilità che non troveranno. Siamo una voce che grida del deserto, e spesso mi chiedo: perchè? a che serve? Finchè gli abitanti del luogo, i discendenti di chi vi abitò, visse e morì, non prenderenno coscienza della dignità sofferta di questo paese da te splendidamente descritto, si potrà fare ben poco. A volte servono delle “botte” e la Vita non ne risparmia a nessuno.
    Cerchiamo di continuare a sperare, insieme.

    COMPLIMENTI VIVISSIMI PER IL MAGISTRALE RACCONTO !!!!!!!
    Rosella

  4. E’ una bella denuncia la tua Gavino! Sono luoghi da custodire con grande rispetto per ciò che hanno rappresentato in tempi difficili per gli abitanti costretti a tante fatiche e sofferenze. Purtroppo la parola “rispetto” sembra sbiadirsi sempre di più in questo povero pazzo mondo!
    Un caro saluto
    Giovanna

  5. Caro Gavino, una pagina poetica che ripercorre i sentieri dell’infanzia.
    Ora tutto è stato violentato, non esiste più un luogo integro.
    L’uomo è capace di tanta cattiveria e l’indifferenza abita i nostri giorni.
    Condivido questo dolore comune a tante persone che hanno occhi per vedere.
    Grazie
    Un abbraccio
    Graziella

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