Nel silenzio dei rumori

By Gavino Puggioni On novembre 9th, 2010

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“Nel silenzio dei rumori” – di Gavino Puggioni
Recensione di Loredana Cicu 

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Incominciamo dai tuoi “passi incerti”, esordisci proprio così nelle prime note dell’autore, e dici bene incerti, diventati tali in una terra dove noi abbiamo il potere di distruggere qualunque cosa: creature, materia e numerosi aliti vitali. Abbiamo non solo il potere, libero e incondizionato, ma anche il piacere di seppellire corpi innocenti e di sorridere alle telecamere, dopo che l’abbiamo fatto, “baratro infinito di miseria” tu lo chiami.
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Membra scarnite attraversate da passi incerti, fotografate, comunicate violentemente al mondo, un mondo indolore e indifferente, per lasciarle là, in un mare rosso di sangue, come “miniature del mondo” di venti di guerra, di venti di guerra metropolitana,, venti di guerra di carne. Ma un dolcissimo bambino mai nato mi ha parlato in un sogno e lo vedevo, felice, nell’ azzurro, saltellare e ringraziare i poeti come te che hanno il coraggio di proferire questi versi di speranza, di gridare ed invocare un tempo che tutti stiamo aspettando. C’è, ci sarà, ci deve essere una nuova primavera che, almeno, arresti l’inevitabile lotta tra fumi solforosi e paludi maleodoranti di luciferina memoria.
Hai svelato anche che “gli archi di luce”, nella profondità del cielo, sono medesimi sguardi luminosi di altri bimbi mai nati; ci guardano da lassù e ci indicano la strada ed è proprio da loro che parte l’invito a non morire senza aver dato i giusti doni alle creature, in primo luogo ai bambini della terra che sono il nostro futuro, anime terse e intoccabili, piccole voci poetiche di verità naturali ed assolute, paragonabili, soltanto per purezza, a quel “rivolo” d’acqua trasparente in cui t’incanti e ti tuffi – e trovi il paradiso. Paragonabile a quella valle rigogliosa ed immacolata che profuma di erba al nostro vento, il vento di Sardegna che ci scompiglia dolcemente i capelli e ci riporta il ricordo di autentiche e sincere carezze.
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Questi sono primordiali rumori, noi non eravamo ancora nati ed essi erano già sulla terra ad aspettarci. Si ascoltano in silenzio perchè sono anche terapie per il cuore e scrivono spartiti incancellabili nel nostro io. Questa è la musica che tu hai afferrato e sono ormai sicura che pochi la sanno cogliere, perchè molti sono ormai i suoni perduti, i suoni offuscati. Tu, semplicemente, ce li stai donando senza seguire la linea che imperversa dei capolavorismi che ci perseguitano ovunque posiamo gli occhi nel mondo letterario di carta.
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Un invito all’ascolto per le nostre anime, nel tentativo di scuoterle e dolcemente piegarle verso una terra di carta pulita. E se fossimo noi veramente i grandi fratelli che si coalizzano per ricominciare a respirare i veri soffi vitali e a discernerli?
Come piccoli zolfanelli illuminanti, scriveva Calvino in “Lezioni americane”, in una notte magica possiamo fermare il tempo ed immaginarlo, così come si fermò nel castello della Bella Addormentata; Charles Perrault ci lascia questa emozione:”…. perfino gli spiedi che erano nel camino, carichi di pernici e di fagiani, si addormentarono e si addormentò anche il fuoco. E tutto ciò avvenne in un attimo: le fate sono assai svelte nelle loro faccende”
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Similmente ci prendono i versi della tua poesia “il castoro, il mulino e la farfalla”; anche qui si ferma il tempo, sognando, nell’attesa, il ristabilimento di quello perduto.
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Ancora intravedo nelle tue poesie-favola il sogno shakespeariano, al dream, ai suoi elfi, alle sue fate, in primo luogo Puck e Ariel che dicono:” Noi siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni”. E’ quella speciale connessione, suggerita anche questa da il grande Calvino, tra ironia e melanconia che può diventare leggerezza: un insieme di particelle, di atomi che, combinati insieme, scatenano la giusta energia per aprire gli occhi dell’intelletto e liberare lo spirito.
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Per vie diverse insegnano s. Ignazio di Loyola e santa Teresa d’Avila, per i quali lo spirito liberato promuove il contatto con lo straordinario e regala le conseguenti e coinvolgenti visioni. “ Che grandi cose vedremo, figliuole mie, se cercheremo di non contemplare che la nostra miserabile bassezza!” – scriveva la santa d’Avila  nel “Castello interiore”.
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In effetti la tua ricetta non è molto differente: ci offri “chiarori e luminescenze” in questi vicoli abbandonati e insicuri e ci inviti a scrutare negli occhi dell’umile la verità, raccomandandoci di spegnere quel televisore che sputa sangue, di allontanarci dalle banali fiction della vita e di immergerci in quella vera, dono silenzioso ed udibile. Già l’abbiamo capito che troppa materia potrebbe schiacciarci e travolgerci, così come aveva scritto Lucrezio nel “De rerum natura”, ed oggi risulta una grande scommessa: rimanere noi stessi e non lasciarci trasformare in anime e corpi passivi o in spugne di mare che sono costrette ad assorbire acque torbide e appiccicose.
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Per finire: mi trovo in sintonia con te, non possiamo sparire durante una eclissi di sole o di luna, se prima non abbiamo donato agli altri il meglio di noi stessi. Cosa posso fare? come posso fare? quanto posso fare? quanto posso dare? Si chiedeva Teresina appena messo piede a Lisieux.
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Dalle luminescenze arrivò una voce: Io sarò l’amore.
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Loredana Cicu