Come eravamo

Cerco di rispondere all’ultimo post di Sandro Orlandi riportando il testo di una vecchia canzone, debitamente privata di riferimenti troppo espliciti a ideologie che qualcuno potrebbe non condividere, e qui sarebbero fuori luogo. Perchè scegliere proprio questo testo allora? Perchè, a mio parere, ricorda proprio “come eravamo” e ormai non siamo più. Giusto? Sbagliato? Meglio? Peggio? Non so. So che ero una bambina, una ragazzina, e, forse, ho idealizzato un momento particolare della mia vita. Ma era bello, almeno, poter sognare. Oggi sembra non si possa fare più nemmeno quello.
 
 
 
Quanto tempo è passato
 
da quel giorno d’autunno
 
di un ottobre avanzato,
 
con il cielo già bruno,
  
   
fra sessioni di esami, giorni persi in pigrizia,  
giovanili ciarpami, arrivò la notizia  
  
  
….. ….. …..
  
erano gli anni fatati di miti cantati e di contestazioni,
 
erano i giorni passati a discutere e a tessere le belle illusioni.
 
..….. ….. …..
 
Passarono stagioni, ma continuammo ancora 
a mangiare illusioni e verità a ogni ora,
 
anni di ogni scoperta, anni senza rimpianti: 
” Forza amici, all’erta, si deve andare avanti! “
E avanti andammo sempre con le nostre bandiere
intonandole tutte quelle nostre chimere… 

 

….. ….. …..

 

ma qualcosa cambiava, finirono i giorni di quelle emozioni

 

e rialzaron la testa i nemici di sempre contro le ribellioni…

 

…. …. e ognuno lo capiva

 

che un eroe si perdeva, che qualcosa finiva…

 

   

….. ….. …..

 

E qualcosa negli anni terminò per davvero

cozzando contro gli inganni del vivere giornaliero:

 

gli amici  di un giorno o partiti o venduti,

sembra si giri attorno a pochi sopravvissuti…

…… ….. ….. 

l'”eroe” ora è  morto: mai più ritornerà. 

 

 

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Divertiamoci un po’

Mi piacerebbe, se possibile, portarvi a fare almeno un sorriso, perchè ultimamente sono circolate mail e commenti impregnatidi pessimismo. O realismo, se preferite.

Leggere, può, e a volte deve, essere anche una distrazione. Proviamo.

 

Il topo con gli occhiali

 

Il topo con gli occhiali

V. Sessa Vitali – R. Pareti – F. Coppini

 

Solista:
In una libreria dietro agli scaffali
aveva la sua tana un topo con gli occhiali
di giorno dormicchiava, così si nascondeva
nessuno immaginava che lui vivesse lì.

Però quando il libraio di sera andava via,
il topo riaccendeva le luci in libreria
e poi negli scaffali un libro si pigliava
e a leggere iniziava con gran curiosità.

Coro:
Evviva la lettura! Comincia l’avventura
un sogno ad occhi aperti nel mondo che vuoi tu.

Solista:
I libri sono ali che aiutano a volare
i libri sono vele che fanno navigare
i libri sono inviti a straordinari viaggi
con mille personaggi l’incontro sempre c’è.

Coro:
Uh!!!

Accadde che il libraio da un po’ andato via
però una certa sera tornò in libreria
il topo con gli occhiali passò un brutto guaio,
ma lui pregò il libraio in lacrime così:

Coro:
Non mi mandare via

Solista:
da questa libreria

Coro:
perché io amo troppo

Solista:
i libri che son qui.

I libri sono ali che aiutano a volare
i libri sono vele che fanno navigare
i libri sono inviti a straordinari viaggi
con mille personaggi l’incontro sempre c’è.

Coro:
I libri sono amici che fanno compagnia
i libri sono sogni di accesa fantasia
i libri son momenti di gioia e commozione
non manca l’emozione che un brivido ti dà.

Solista:
Il topo con gli occhiali così ebbe il permesso
di stare col libraio e fu un gran successo
sull’uscio del negozio il topo si affacciava
e il pubblico invitava: “Venite tutti qua!”

Coro:
I libri sono amici che fanno compagnia
i libri sono sogni di accesa fantasia
i libri son momenti di gioia e commozione
non manca l’emozione che un brivido ti dà.

Solista:
Entrate in libreria

Coro:
perché vi piacerà!

Solista:
Entrate in libreria
perché vi piacerà!

Coro:
Vi piacerà!

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AMO I CLASSICI

La Grande Letteratura

 

 

Roberta si accalora, scrivendo che oggi più nessuno legge i Classici, gli scrittori che hanno reso grande la Letteratura.

 

Amica mia, vorrei abbracciarti d’impeto: lo faccio virtualmente, da questo blog: perché io ormai, di mia iniziativa, leggo soltanto più i Classici. La narrativa contemporanea non riesco proprio a digerirla. Saggi, inchieste, questo sì, anche raccolte di articoli, o testi di studio veri e propri. Questi mi sembrano addirittura migliorati, col passare degli anni. Il romanzo, invece, se non è proprio morto, è in agonia, o in coma profondo. Leggendo certe schifezze si ha proprio l’impressione di essere accanto a un malato terminale.

 

Gli autori classici, invece, non mi lasciano mai con la sensazione di aver sprecato il mio tempo. Certo, le delusioni talvolta ci sono: vi ho già detto della “Sposa di Lammermoor”, mi è accaduto lo stesso con “Il conte di Montecristo”; a Rebecca con “Frankenstein”.

Tuttavia, al di la del giudizio soggettivo (bello – brutto, mi piace – non mi piace) restano, a mio parere altri validi motivi per leggere gli autori classici: proverò ad analizzarne qualcuno.

 

Il primo è molto semplice: arricchiscono il nostro linguaggio, sia con i vocaboli, sia col fraseggio. Non solo ne verrà migliorata la nostra cultura, una buona conoscenza della propria lingua aiuta la capacità di esprimersi, e ciò risulta molto utile, anche sul piano pratico.

Si parte proprio dalle interrogazioni a scuola: a parità di nozioni studiate, chi sa presentarle in modo accattivante otterrà un voto migliore. Lo stesso accade quando si fanno i colloqui alla ricerca di un lavoro; in molte occasioni quotidiane, saper portare avanti le proprie ragioni usando una buona terminologia conferisce autorevolezza, e ispira rispetto.

Anticipo una possibile obiezione: in molti casi ogni parola è sprecata, la maleducazione e l’ignoranza sono così diffuse che si rischia solo di gettare perle ai porci. Il cattivo esempio, purtroppo, viene dall’alto, e si è diffuso grazie ai mass media; io vi invito però a questa riflessione: avete mai notato come alcuni moderni affabulatori, dopo aver scatenato una nutrita rissa verbale, sappiano al momento giusto separarsene, utilizzando a proprio favore un eloquio affascinante, destinato a conquistarsi larghi consensi? Questo è un uso molto meschino delle proprie capacità, ma va riconosciuto che questi imbonitori possono essere tutto, fuorché stupidi. Magari non hanno mai letto un libro in vita loro, ma sicuramente si appoggiano a qualcuno che lo ha fatto, e li aiuta a preparare i loro bei discorsi. La mia personale esperienza mi insegna che, per combatterli efficacemente, bisogna saperli affrontare sul loro stesso terreno. Perciò, leggiamo i classici.

 

Abbandoniamo questo aspetto, che rischia di portarci in campi che con la letteratura hanno ben poco a che vedere, e riportiamo l’attenzione sul libro, sul romanzo.

Anche in quelli che non mi sono piaciuti, in genere perché le trame sono inutilmente melodrammatiche e/o obsolete, ho sempre trovato informazioni interessanti su storia, costumi, società.

Proprio nel “Il conte di Montecristo”, la parte iniziale è assolutamente veritiera: ci fu un tempo in cui gli arresti erano arbitrari, gli accusati privi di ogni diritto, e le prigioni terrificanti, mortali. Lo so bene, perché nel romanzo viene citato il Forte di Fenestrelle, monumento simbolo della Provincia di Torino, che può raccontarci molte di queste vicende, e farcele toccare con mano, se andiamo visitarle.

C’è il sito http://www.fortedifenestrelle.com/          e ci sono parecchi libri storici che ne parlano diffusamente. E’ un luogo che vale la pena di conoscere. Costruito a difesa del Piemonte contro le invasioni francesi, ha una tristissima fama come prigione di stato.

Ecco quindi che da un romanzo molto famoso, ma ormai vecchio e infarcito di sciocchezze da soap opera, siamo arrivati alla Storia, quella dei grandi avvenimenti, delle battaglie epiche, delle rivoluzioni.

 

In altri casi, e qui vi cito “Teresa Raquin” e “Madame Bovary”, abbiamo invece infinite notizie su un altro tipo di Storia, quella quotidiana, della gente comune; come noi insomma. Vediamo il loro modo di vivere, di pensare, di sognare; comprendiamo i loro problemi economici, la solitudine che soffoca sia nella grande città, sia nella (poco) ridente provincia. Dopo un secolo e mezzo ci ritroviamo nei mariti oppressi dal lavoro che non piace o costringe a orari impossibili, mentre le mogli attendono, sole, facili vittima delle depressione che le porta addirittura a rifiutare il ruolo di madri. Non sono forse questioni attualissime ancor oggi? Intanto, mentre leggiamo, possiamo notare come tante piccole cose siano mutate: non più domestici o giovani servette, noi abbiamo lavatrice, lavastoviglie, cibi surgelati, forno a microonde. Non più candele o lanterne, niente camini e focolari, ma luci elettriche, riscaldamento centralizzato, cibi pronti in pochi minuti. Niente giochi da tavolo, impera la TV. Il mondo è profondamente mutato, le persone continuano a dibattersi tra sentimenti e passioni sempre uguali. La condizione della donna, però, è totalmente diversa: scusatemi se, come lavoratrice, mamma, e femminista, in questo caso plaudo senz’altro al XXI secolo.

 

Ho scelto di proposito, in questa mia disanima, libri che non sempre catturano il lettore, a prescindere dal valore letterario, ben diverso da caso a caso.

Se poi troviamo il romanzo capace di entusiasmaci…

 

Da scrittrice accorta, e un po’ birichina, vi lascio nell’attesa.

 

Rosella
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Il secolo del video

Leggendo “la Sposa di Lammermoor”, romanzo di Sir Walter Scott, da cui Donizetti trasse l’Opera “Lucia di Lammermoor”, ho trovato un passo in cui l’autore spiega perché le insegne di locande, pub, artigiani venissero decorate con vivaci illustrazioni a colori. La maggior parte della popolazione era analfabeta, perciò avrebbero riconosciuto la locanda del “Leone Blu” con un effigie che raffigurava questo bizzarro animale, senza necessità di leggere. L’ Immagine era un mezzo di comunicazione assai più efficace della parola scritta.

Lucia di Lammermoor

 

Sir Walter inizia a scrivere all’inizio del XIX secolo, senz’altro il “secolo d’oro” per la narrativa Europea. Al di là dei meriti dei singoli autori e autrici, è necessario ricordare due elementi che resero possibile, in questo secolo,  la diffusione su vasta scala del romanzo: la lotta all’analfabetismo e la diffusione dei giornali. Quotidiani, settimanali, mensili, tutti venivano letti con avidità da un pubblico eterogeneo, affamato di notizie, e di romanzi a puntate.

 

Il desiderio di trasporre un’opera scritta in immagini  non statiche, ma in movimento, con l’ausilio di abiti e scenografie  è contemporaneo alla diffusione del romanzo; agli albori del XIX secolo si usarono i mezzi allora a disposizione: l’Opera Lirica e il Balletto. E’ importante sottolineare che, soprattutto per l’Opera, non tutti i posti erano riservati alle classi abbienti: nell’ormai dimenticato Loggione, si stipavano appassionati d’ogni provenienza, godendo di biglietti a prezzi assai convenienti.

 

L’avvento del cinema, praticamente contemporaneo alla nascita del XX secolo fu una vera rivoluzione.

Prezzi popolari (per gli spettatori, non per i produttori) e la facilità di diffusione in ogni stato Europeo o Americano ne decretarono l’immediato successo.

 

Fin dai suoi esordi, i romanzi trasposti sul Grande Schermo furono innumerevoli, tanto che è impossibile farne un elenco. Alcuni scritti furono e sono letteralmente massacrati dai cineasti; altri ebbero miglior fortuna: riuscirono ad essere trasportati in video rispettando ciò che io considero “lo spirito” del libro, in altre parole il suo messaggio principale. Altri ancora ebbero l’onore di essere riportati in modo eccelso, procurando a film e interpreti anche più di un Oscar.

 

In tutti questi casi, tuttavia, leggendo il libro che aveva avuto l’onore di essere diffuso anche attraverso un film, ho sempre trovato un maggiore approfondimento psicologico dei protagonisti, maggiori dettagli sull’ambiente, maggior cura per i dettagli del vivere quotidiano, e tanti personaggi che il film era stato costretto ad eliminare per ovvie esigenze di tempo. Cito, fra i tanti, “Il buio oltre la siepe”, che mia figlia ha letto tre volte di seguito, dopo aver visto il film.

 

 

In questi ultimi anni, invece, ho notato (ed i vostri commenti lo confermano) una inversione di tendenza, che definire “preoccupante” mi sembra eccessivo, ma meritevole di una riflessione certamente SI’: da libri mal scritti, mediocri, scadenti, si traggono film piacevoli e interessanti.

Liquidarla come una tendenza moderna, causata dalla letteratura-spazzatura che ci sommerge da  tempo, mi sembra un po’ troppo semplicistico. Però credo sia bene parlarne, e senza paura di disturbare mostri sacri della letteratura o del cinema.

 

Una prima riflessione mi viene proprio da “Lucia di Lammermoor”. Io adoro “Ivanhoe” (perché mai avrei chiamato mia figlia Rebecca, come la “vera” eroina di questo romanzo?); la “Lucia” di Donizetti è fra le mie preferite, l’ ho vista almeno tre volte dal vivo e ho  una eccellente versione in VHS, per rivederla quando ne ho desiderio; quindi non restava altro da fare che  acquistare il romanzo da cui è tratta!

 

Una delusione totale. Il romanzo di sir Walter è farraginoso, dispersivo, e di difficile lettura. Troppo caricato di patriottismo scozzese, ormai obsoleto, del tutto privo della “verve” che anima i romanzi di Dumas o di Salgari. Se poi non si conosce la storia della Scozia, credo risulti quasi incomprensibile, e privo totalmente di quel “messaggio” che ogni opera letteraria dovrebbe avere come elemento basilare. Lasciamolo quindi tra gli scaffali del Passato, e andiamo oltre.

 

Passando ad epoche più recenti (XX secolo) mi sono trovata in mano film e libro di “Mia cugina Rachele” di Daphe du Maurier, scrittrice Conrnovagliese. Film accettabile, pur se vecchio (anni ’40) libro assolutamente insignificante. Non ho avuto ancora il coraggio di cercare il più famoso “Rebecca”, da cui Hitchcocck trasse il “cult” “Rebecca, la prima moglie”. Il film è così suggestivo, che non vorrei mai, leggendo il libro, pentirmi di averlo fatto.

 

 

Se il fenomeno non è nuovo, sembra tuttavia che in questi  ultimi anni, gli anni del nuovo millennio, sia diventato quasi una prassi: poco importa come sia scritto il libro; se c’è un’idea buona per una sceneggiatura, facciamone un film, piacerà.

 

Le riflessioni sono molte: per un film occorre un nutrito gruppo di esperti, che si occupano dei costumi, dell’ambiente, della sceneggiatura. Poi bisogna scegliere gli attori, che devono dare il massimo, ma non solo: devono andare d’accordo con gli altri attori e con il regista, “deus ex machina”, che ha sempre l’ultima parola su tutto, ma che non potrebbe lavorare con collaboratori scadenti.

 

Per i libri, invece, sembra che valga esattamente l’opposto: pubblica quel che vuoi, piatto e scadente quanto vuoi; se hai gli appoggi giusti, o la “fortuna” (io non credo al caso né all’intervento soprannaturale) di essere notato da qualcuno che ha le mani in pasta nell’ambiente cinematografico, sei a posto. Un bravo sceneggiatore rimonta il tutto, e con qualche effetto speciale ecco confezionato il film di successo. Perché due ore di svago fanno piacere a tutti, e nessuno va a cercare significati intrinseci o messaggi profondi, ciò che conta è il relax allo stato puro. Leggere? Nessuno lo fa più seriamente; più il libro è sciatto e dozzinale, più facilmente si venderà da Tokio a New York, da Roma a Sidney o Pechino.

 

La letteratura – spazzatura non è un fenomeno moderno, ne sono convinta, e ne riparlerò. Ma oggi non è importante il passato, è importante dire NO! Non mi piace, voglio altro. Evitare di tacere, protestare, rifiutando la spazzatura e rivolgendosi a letture più impegnative, anche  più difficili, per segnalare il proprio dissenso. Le mode passano, i libri scadenti saranno dimenticati; noi dobbiamo vivere il presente, e far valere le nostre opinioni. Io ho deciso di provarci; ho avuto il sostegno di molti amici penso di continuare. Se qualcuno di voi ha piacere di scrivere qualcosa di più di un veloce commento, sarò lieta di “ospitare” il vostro pezzo in questo blog.

 

Ciao a tutti

 

Rosella

 

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Un Insolito “Canto di Natale”

 

 

Per ricordare in modo un po’ diverso dal consueto questa ricorrenza, che tutti vorremmo lieta, e salutare l’arrivo di un nuovo anno, che speriamo in ogni caso migliore di quello passato, ho pensato di prendere in prestito alcune frasi del grande Charles Dickens; non dal famosissimo “Canto di Natale”, ma dal “circolo Pickwick”. L’autore termina il racconto delle peripezie di Mr. Pickwick con queste parole, che ho trovato ricche di sentimento e che dedico in modo speciale a tutti gli amici scrittori.

 

“Congediamoci dal nostro vecchio amico in uno di quei momenti di pura felicità che, se sappiamo cercarli, vengono sempre a rallegrare la nostra passeggera esistenza. Vi sono scure ombre sulla terra, ma le luci appaiono poi più vivide per il contrasto. Taluni, come i pipistrelli o le civette, hanno occhi migliori per le tenebre che per la luce; noi, che non abbiamo tale virtù visiva, preferiamo prender commiato dai nostri immaginari compagni di tante ore solitarie quando il poco sole del mondo ci illumina in pieno.

 

E’ destino di molti di farsi in gioventù parecchi veri amici, ma di perderli poi nel corso della vita.

E’ destino di tutti gli scrittori e narratori crearsi amici immaginari e perderli poi nel corso dell’arte.”

 

 

Nel nostro mondo virtuale, in cui gli amici di mail non sono meno vicini di quelli che incontriamo ogni giorno, e gli amici immaginari viaggiano in rete trovandosi in tanti luoghi diversi nello stesso istante, io mi auguro di non perdere nessuno, almeno per molto molto tempo ancora.

 

Rosella

 

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Pessimi libri

 

Dei libri pubblicati in epoca recente, diciamo negli ultimi 15-20 anni, non mi sono fatta una buona opinione. Ce ne saranno di validi, da qualche parte, ma non è facile trovarli. A me ne sono arrivati alcuni esageratamente cervellotici, proposti a mia figlia dalla scuola, altri sono invece quelli da cui sono tratti film di grande successo. I film sono generalmente gradevoli, anche senza essere eccelsi, i libri li classifico in: brutti, scadenti, pessimi. Come possano arrivare al grande schermo, per me resta un mistero. Tuttavia non mi era ancora accaduto di trovarne uno che non solo non mi è piaciuto, ma mi ha dato veramente fastidio. Mia figlia l’ha piantato prima d’arrivare a metà, io ho proseguito con tenacia fino al termine, per capire se ci fosse un qualche senso nella vicenda; quanto però mi abbia irritata e nauseata questa lettura l’ho compreso solo quando la figliola mi ha chiesto come andava a finire, e mi sono resa conto che NON volevo raccontarle tutto.

 

Sto parlando di “Chocolat”. Il film ci piace molto, tanto che l’abbiamo visto più volte (bella invenzione il DVD!); non sapevo però che fosse stato tratto da un libro. Fatta la scoperta, curiose, siamo andate in biblioteca per addentrarci meglio nel cuore della, invece, che delusione! Diversi i personaggi, diversa l’epoca in cui si svolge la vicenda, diverso il finale, e diversa persino la trama! Che hanno preso dal libro? I nomi dei protagonisti e l’idea centrale: una straniera arriva in uno sperduto villaggio della campagna francese, e apre un negozio stracolmo di dolcezze. Ma persino il tipo di negozio e il suo nome sono diversi!

Il film è sognante, avvolto in un’atmosfera magica e misteriosa in cui sembra di sentire proprio l’aroma del cioccolato; oltretutto ha un cast di tutto rispetto: Juliette Binoche, Jhonny Depp, Judy Dance, …

Il libro ha, sin dall’inizio, un che di sudicio, torbido. E’ scritto in maniera piatta, senza atmosfera, ambientato ai giorni nostri, con un linguaggio assolutamente banale. La storia è talmente inverosimile che gli sceneggiatori hanno dovuto modificarla pesantemente, introducendo un richiamo agli antichi Maya e alle proprietà medicinali del cacao, trasformando la protagonista, da vagabonda mezza sbandata e senza alcuna preparazione in materia, in una lontana discendente di “sciamane” centro americane. Va precisato che gli sciamani non erano stregoni, ma medici, capaci di curare malattie fisiche e psicologiche. Parole udite con le mie orecchie in Canada da discendenti dei nativi americani. In più, sono di Torino, e a Torino il cioccolato lo conosciamo bene: una vagabonda senza preparazione adeguata non può improvvisarsi maestra di cioccolateria. In varie località italiane i pasticceri, venuti a Torino per studiare, mi hanno chiesto se la loro pasticceria era proprio come quella di casa mia. E già il libro, per me, cominciava male.

Nel film, la misteriosa straniera ha come antagonista il sindaco, discendente dei conti che un tempo governavano villaggio e regione. Cattolico bigotto, ma non ipocrita, e laico. Nel libro, l’antagonista è il prete, pessima e scadente imitazione, tutta al negativo di un ben più famoso e profondo “curato di campagna”. Ora, io non sono una persona religiosa, e non ho molta stima della chiesa cattolica come istituzione, ma mettere a confronto la Religione (cattiva) con  la superstizione (buona), è cosa che mi dà veramente più che fastidio. Non si parla di spiritualità, si tratta proprio di amuleti, scongiuri, divinazioni, tarocchi: un insieme di banalità che la mia formazione scientifica classifica come scempiaggini. E non mi piace che se ne scriva lodandole. Quanto al prete e ai suoi fedeli, descritti come un insieme di sciocchi, bugiardi, senza alcun sentimento o vera fede, ebbene, penso che un cattolico di quelli sinceramente convinti possa ritenersi offeso da tale rappresentazione, e a buon diritto. Ci sono certamente in giro cattivi preti e cattivi seguaci, ma ci sono anche tanti esempi di coraggio, abnegazione, solidarietà. Per rispetto alla memoria di mio padre, non riesco proprio a tollerare che si venga a identificare il Male nelle figure legate alla fede cattolica.

Il resto dei paesani, per la maggior parte intolleranti, presuntuosi, vanesi, carichi di idee antiquate, mi sembra invece un insulto a tutte le persone ragionevoli, non solo Francesi, diciamo Europee in generale, come voi e come me. Una persona non frequenta la chiesa. E allora? Voi la giudicate in base a questo? Io no. Una moglie subisce violenze da parte del marito. Qualcuno di voi vorrebbe dirle che deve rispettare la sacralità del matrimonio? Io no di certo. Anzi, direi che c’è una legge che può far finire il marito in galera, o perlomeno procurargli parecchi fastidi.

Il torbido della vicenda esce allo scoperto alla fine, e in verità, non mi scandalizza tanto il fatto in sé, quanto la maniera di proporlo. Si avverte la voglia di rimestare nel fango. Su questo punto non mi soffermo, se volete lo espliciterò in seguito.

 

Probabilmente, nel pesante giudizio negativo che do a questo “libro”, entrano in gioco i miei pregiudizi, la mia formazione culturale, la mia educazione. Mi sembra normale. Fatto sta, che nel film tutto ciò che nel libro mi ha urtata è stato cambiato: produttori e regista avranno pensato che avrebbe urtato un po’ troppe persone?

Uno scrittore, a mio parere, quando pubblica si assume una grossa responsabilità: che sia letto da tanti o da pochi, è comunque un veicolo di idee, che una mente critica può valutare e anche rifiutare, ma una mente semplice le prenderà per vere. Ecco quindi la ragione della mia rabbia: un brutto libro, con una visione distorta e parziale della realtà, può fare del danno, anzi FA del danno. In questi ultimi tempi i libri scadenti in circolazione sono davvero troppi. Ognuno è libero di scrivere ciò che crede, anche oscenità se vuole; viviamo in paesi che si dichiarano liberi, e non auspico certo un ritorno alla censura. Ma reclamo il MIO diritto a dire che quello scritto NON mi piace, e che le mie opinioni su ciò che tratta sono diverse.

A questo punto il lettore può scegliere.

Potrebbe scegliere.

Se qualcuno osasse pubblicare, con la stessa risonanza, ciò che scrive chi, come me, rifiuta certa… letteratura o spazzatura?

 

Rosella

 

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la vita

Oggi, andando a prendere mia figlia a scuola, mi è capitato di ascoltare una vecchia canzone, ricantata das numerosi artisti “nuovi”.

La prima riflessionre è tale: perchè dobbiamo ripescare nel passato? Non siamo più DAVVERO capaci di pensare, di scrivere, di creare?

Il testo  della canzone parla da solo: credo inutile aggiungere altri commenti. Riflettiamo, amici,e pensiamo: siamo riusciti a tramettere questi segnali (ormai non più ideali) a chi dovrà vivere nel nuovo mllennio, anche quando noi non ci saremo più?

A MUSO DURO
(F.Urzino – P.A.Bertoli)

 

E adesso che farò, non so che dire
e ho freddo come quando stavo solo
ho sempre scritto i versi con la penna
non ordini precisi di lavoro.
Ho sempre odiato i porci ed i ruffiani
e quelli che rubavano un salario
i falsi che si fanno una carriera
con certe prestazioni fuori orario.

 
Canterò le mie canzoni per la strada
ed affronterò la vita a muso duro
un guerriero senza patria e senza spada
con un piede nel passato
e lo sguardo dritto e aperto nel futuro.

 
Ho speso quattro secoli di vita
e ho fatto mille viaggi nei deserti
perchè volevo dire ciò che penso
volevo andare avanti ad occhi aperti
adesso dovrei fare le canzoni
con i dosaggi esatti degli esperti
magari poi vestirmi come un fesso
per fare il deficiente nei concerti.

 

Canterò le mie canzoni per la strada
ed affronterò la vita a muso duro
un guerriero senza patria e senza spada
con un piede nel passato
e lo sguardo dritto e aperto nel futuro.

 

Non so se sono stato mai poeta
e non mi importa niente di saperlo
riempirò i bicchieri del mio vino
non so com’è però vi invito a berlo
e le masturbazioni celebrali
le lascio a chi è maturo al punto giusto
le mie canzoni voglio raccontarle
a chi sa masturbarsi per il gusto.

 

Canterò le mie canzoni per la strada
ed affronterò la vita a muso duro
un guerriero senza patria e senza spada
con un piede nel passato
e lo sguardo dritto e aperto nel futuro.
E non so se avrò gli amici a farmi il coro
o se avrò soltanto volti sconosciuti
canterò le mie canzoni a tutti loro
e alla fine della strada
potrò dire che i miei giorni li ho vissuti.

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Prima che il mondo cominci a bruciare – di Federico Crosara

 

Un titolo “forte”, per un romanzo impegnativo, molto diverso dalle nostre poesie o dai voli di fantasia, che, come ben sapete, sono i miei preferiti, da scrivere e da leggere. Questo libro, al contrario, catapulta dentro la realtà quotidiana, affrontando il drammatico problema dei giovani laureati, che vedono la vita sfuggir loro di mano, senza potersi permettere sogni, aspirazioni, conquiste.

E’ un tema di cui ho spesso discusso, soprattutto con altri genitori: dobbiamo far studiare i figli, metterli in grado di arrivare alla laurea, senza peraltro poter dire loro che tanto impegno servirà per ottenere un lavoro e delle soddisfazioni. E’ angosciante, ma a chi, come me, ha i figli tra la scuola dell’obbligo o ai primi anni delle superiori, resta la speranza di una inversione di rotta, di una risalita dal cratere in cui siamo sprofondati. In sintesi, di una vita onesta, difficile, certo, ma non impossibile.

Cosa accade, invece, a chi gli studi li ha già compiuti, e riesce a malapena a trovare lavori precari, contratti a termine, occupazioni saltuarie? Si ritrovano alla soglia dei trent’anni senza aver concluso nulla, amareggiati e disillusi. E’ una vergogna. Perché a questi giovani è stato rubato il futuro. Se ne parla, ci si accalora talvolta, ma serviva il punto di vista di un giovane, la sua forza dirompente, per esprimere tutta l’angoscia racchiusa in queste vite spezzate.

In questo romanzo, io l’ho trovata.

E’ un libro che merita di essere letto, perché alcune situazioni vanno conosciute e affrontate partendo da chi conosce bene il problema, ed ha, come in questo caso, la capacità di buttartelo davanti agli occhi, perforando la mente, costringendo a pensare.

Non voglio ripetere la recensione, che è già sistemata su Poetry & Literature (http://www.technologeek.com/poetry/index.php?option=com_content&task=view&id=5107&Itemid=2)  qui, fra noi, vorrei solo riflettere su quanto accade nel nostro tormentato paese.

La crisi economica colpisce tutti, dai bambini agli anziani; anche chi si trova in una condizione “privilegiata”, con un lavoro fisso, non ne è esente: ormai, anche aziende considerate sicure, spesso si ritrovano a dover chiudere i battenti, lasciando famiglie intere senza reddito. In pratica, sulla strada.

Il problema più grave, a mio parere, è l’assurdo accanimento nel voler spostare l’età pensionistica sempre più avanti, e nel pretendere da chi lavora orari assurdi. Altro che  8 ore giornaliere! 10, 12, anche di più, se non ci fosse la materiale necessità di nutrirsi e dormire, per non parlare delle trasferte o dei trasferimenti, che spezzano le famiglie. Quando si via da casa per giorni e giorni consecutivi, non stai forse lavorando 24 ore al giorno? Davvero non è possibile gestire il lavoro in modo da garantire orari decenti e quindi nuove assunzioni? Io sono convinta del contrario, basterebbe un po’ di buona volontà. Però è più comodo voltare la testa, chiudere gli occhi. E noi, semplici vittime di una economia spietata, che ormai detta legge, cosa possiamo fare?

Io non lo so più, e non lo sanno nemmeno i giovani protagonisti del romanzo. Provano tanta rabbia, e non riescono neppure a manifestarla. Credo, temo di sapere un’altra cosa: una situazione così non può reggere a lungo, prima o poi, se non si interviene, il mondo rischia veramente di mettersi a bruciare.

Chi è già bruciato, distrutto, sono proprio questi giovani, che dovrebbero essere il pilastro potante, la spina dorsale di un paese. Invece, i migliori fuggono all’estero, gli altri, capaci ma non eccelsi, vengono trattati come oggetti.

Io penso che il mondo sia impazzito. D’accordo, questa non è la prima “generazione perduta” della nostra storia. Spero vivamente, paradossalmente, che non sia neppure l’ultima.

 

Rosella
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Multimilionari

Quest’oggi rubo il lavoro a Sandro: anziché parlarvi dell’ultimo libro letto (sarà per la prossima volta), lascio spazio ad alcune mie riflessioni.

Finalmente è venuto allo scoperto ciò che tanti sapevano e gridavano al vento: lo stato italiano (volutamente minuscolo) è sull’orlo della bancarotta, e per non cadere nel baratro ha preso, prende e prenderà, raccogliendoli col rastrello, gli spiccioli dai soliti ignoti, poveri ma belli, o forse belli ma poveri. Alzate di scudi contro i parlamentari che hanno stipendi d’oro e pensioni di diamanti. Sono d’accordo ovviamente, dovrebbero pagare anche loro, e parecchio.

Però, riflettiamo un poco: quante altre categorie di straricchi ci sono in Italia, che guadagnano cifre da favola, e non pagano il dovuto? Calciatori, sportivi d’ogni genere, soubrette ignoranti come capre (senza offesa per le capre), e una quantità d’altri personaggi che manco mi sarebbero passati per la mente, se non fossi andata dalla pettinatrice, dimenticando a casa il mio libro. Trovate uno di questi tabloid italiani, sfogliatelo, e vedrete quanti sono i ladri al vertice. Perché
non prendersela un po’ anche con loro?

A casa mia la TV tace.

Non ho visto il Festival di Sanremo, o meglio, ne ho captato per sbaglio alcuni spezzoni, di una tale assurda volgarità, che mi sono affrettata a mettere il DVD.

Non guardo più le partite di calcio, sebbene lo sport, in sé, mi piaccia: non mi piacciono i giocatori, imanager, le partite truccate, i campionati falsati e così via. Mai avuto canali a pagamento, mai più andata allo stadio dopo il ’90, mai più acceso la TV o il PC dai mondiali in Corea.

Ed è proprio sul calcio che rifletto: ma se si smettesse di guardare le partite, quegli zotici in pantaloncini, ritroverebbero almeno un poco di umiltà e di educazione? E perché pagarli con cifre stratosferiche? Ci sono gli sponsor, mi direte… ebbene, questi nobili sponsor, non potrebbero farsi pubblicità come si usava nel XIX secolo, compiendo opere di beneficenza, come costruire scuole, aiutare città devastate da terremoti e alluvioni, sostenere la ricerca medica, fondare un ospedale? Ce ne accorgeremmo ugualmente, e chissà, forse saremmo loro anche un po’ più grati.

Ma, parafrasando il mio mito, Jane Austen, queste riflessioni sono di un osservatore ignorante, parziale e prevenuto.

Saluti a tutti.

 

Rosella

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Lettere da Torino – di Friedrich Wilhelm Nietzsche


 

 

 

 

 

Come i miei amici potranno facilmente intuire, ho comprato questo libretto più per Torino che per Nietzsche. Ebbene, mi sono ricreduta: è stata davvero una grande rivelazione.

 

Tanti poveri studenti liceali, si ritrovano spesso alle prese con filosofie delle quali non capiscono nulla, perché raccontate da saggi e libri di testo che si sforzano di spiegare, secondo la loro personale interpretazione, pensieri e concetti di personaggi con idee del tutto personali, fuori dagli schemi; menti superiori, ai quali i mediocri tentano di avvicinarsi con frasi astruse, circonvoluzioni senza senso, periodi lunghi una pagina, al termine dei quali un povero ragazzo di 17 – 18 anni si trova più confuso di prima. Ed è esattamente ciò che voleva l’autore, per potersi gloriare del fatto che “lui” ha capito il grand’uomo, mentre quegli stupidi ragazzini non sono degni di avvicinarsi a tanto eccelso pensiero.

 

In questo libricino senza pretese, Nietzsche si racconta, attraverso una serie di lettere ad amici, editori, parenti e… nemici, in modo molto semplice e tremendamente efficace. Tremendamente, sì. Io non sono una psichiatra, ho solo seguito qualche corso di psicologia, ma appare evidente a qualunque lettore che il “grande filosofo”  giunse nella mia città già sull’orlo della pazzia, affetto da quella che comunemente viene chiamata “sindrome maniaco depressiva”, oppure, più recentemente “disturbo bipolare”. Persino mia figlia (15 anni) sa di cosa si tratta: lo ha appreso dai telefilm polizieschi. La diagnosi spiega tutto e niente; le lettere invece mostrano chiaramente come Nietzsche fosse affetto da manie di grandezza, perdesse spesso il contatto con la realtà, e andasse soggetto a periodi di profonda depressione ed abbattimento.

 

Torino, almeno temporaneamente, lenì il suo spirito tormentato. Nietzsche si trovò bene nella mia città, che giudicava “elegante, francese, riposante” e dove “ogni persona si comporta con educazione signorile”. E dire che vi abitò in un periodo niente affatto prospero,  verso la fine del XIX secolo, quando Torino, capitale storica di un Regno sofferto, fu tradita proprio da quel re cui aveva sacrificato tutto.

 

I suoi abitanti, educati, dignitosi, gentili. ma non invadenti, poco rumorosi, ma intellettualmente attivi, erano ciò che ci voleva per un animo già abbastanza provato dai suoi fantasmi interiori. Qui a Torino Nietzsche scrisse molte delle sue opere, in una frenesia lavorativa che comunque non lo portò a trascurare la sua salute, come le lettere documentano. Pasti regolari, un clima (per lui!) mite, concerti d’autore e rappresentazioni teatrali. Pare che a Torino tutto gli fosse gradito, tutto era perfetto.

 

Non bastò a guarirlo. La sua malattia, allora, era incurabile, qualunque ne fosse la vera causa. Le lettere testimoniano la sua caduta verso il baratro, la perdita della ragione che, benché malata, lo aveva spinto a scrivere libri dai quali trasse vantaggio economico una sorella quasi ripudiata e reduce da un catastrofico fallimento economico.  

 

Povero Friedrich.

Leggendo le sue lettere mi è venuta voglia di conoscere meglio le sue opere, tutte, ma soprattutto quelle scritte a Torino. A parte il legame “cittadino” che ora condivido con lui, credo che molti, dopo aver conosciuto l’uomo, sarebbero più propensi a conoscere anche il filosofo.

Fu Genio, o Pazzia?

Non saprei dirlo. Forse quella che consideriamo pazzia è solo la manifestazione di una mente che non riesce ad adeguarsi al mondo comune, che sfugge alle regole, che non trova modo di esprimersi. Avete visto il film “Beautiful Mind” ? Cedo sia molto in sintonia con questo pensiero.

 

Non ho scritto per fare pubblicità ad un libro o ad un autore che molti di voi conosceranno meglio di me. Vorrei conoscere la vostra opinione, riguardo ai temi che ho trattato: educazione scolastica, se volete, ma soprattutto come considerate la “pazzia”. Piuttosto che essere una qualsiasi scrittrice fallita, preferirei che la sindrome maniaco-depressiva, da cui sono affetta, fosse ancora più grave, per trasformarmi, dalla nullità che sono, in un potenziale genio. E voi?

 

Rosella

 

 

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