2011 – E FESTA SIA !!!

Bene lo ammetto: la folla nelle piazze di Torino (vista nei vari TG, soprattutto in quello regionale) mi ha fatta riflettere, e non me la sento di essere causitica e negativa come al solito. Crediamoci, almeno per un giorno ogni 150 anni, a questa Italia Unita. In fondo qualcosa che ci accomuna “dall’Alpi a Sicilia” ci deve pur essere, se la voglia di far festa si scatena in questo modo, che si tratti di una partita di calcio, o di una festa nazionale extra calendario.

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Poi il diavoletto, anzi la streghetta, che è in me si fa una risatina, e mi sussurra “te l’avevo detto…” Che cosa? Ebbene, che questa ricorrenza un po’ inventata sarebbe stata un’eccellente promozione turistica e commerciale,  almeno per Torino. E che sia, ben venga! Musei e mostre stracolmi, il Museo del Risorgimento prenotato per mesi, la città nuovamente ripulita e vestita a festa, tutte le provincie rappresentate da cibi e ottimi vini. Qui vi vogliamo, Turisti, sono anni che ci prepariamo, vi stendiamo i tappeti rossi: finalmente si esce dall’angolo negletto, che aiutò a fare l’Italia, ma che Italia non era, stritolato come sempre dalla possente Francia su tre lati. Venite pure, Turisti, da tutto il Mondo.

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Comunque, non roviniamo la festa, in questa splendida giornata di sole.

Vi voglio proporre qualcosa di nuovo ed insieme conosciutissimo: il nostro Inno Nazionale, da leggere però tutto, fino al fondo.

Io lo trovo una bella poesia, retorica come tutto il XIX secolo voleva, ma anche ricca di sentimento e di vero amore, che si leggono a volte espliciti, a volte tra le righe. Io credo si debba rispetto a chi, 150 e più anni fa, scese in campo a combattere per un ideale: che poi le cose siano girate subito per il verso storto… lo vedremo nel prossimo post.

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    Rosella

       

      

Inno Nazionale – G. Mameli  M.Novaro (1847)

Fratelli d’Italia
L’Italia s’è desta,
Dell’elmo di Scipio
S’è cinta la testa.
Dov’è la Vittoria?
Le porga la chioma,
Ché schiava di Roma
Iddio la creò.
Stringiamoci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò.

Noi siamo da secoli
Calpesti, derisi,
Perché non siam popolo,
Perché siam divisi.
Raccolgaci un’unica
Bandiera, una speme:
Di fonderci insieme
Già l’ora suonò.
Stringiamoci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò.

Uniamoci, amiamoci,
l’Unione, e l’amore
Rivelano ai Popoli
Le vie del Signore;
Giuriamo far libero
Il suolo natìo:
Uniti per Dio
Chi vincer ci può?
Stringiamoci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò.

Dall’Alpi a Sicilia
Dovunque è Legnano,
Ogn’uom di Ferruccio
Ha il core, ha la mano,
I bimbi d’Italia
Si chiaman Balilla,
Il suon d’ogni squilla
I Vespri suonò.
Stringiamoci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò.

Son giunchi che piegano
Le spade vendute:
Già l’Aquila d’Austria
Le penne ha perdute.
Il sangue d’Italia,
Il sangue Polacco,
Bevé, col cosacco,
Ma il cor le bruciò.
Stringiamoci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò.

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2003

Questa è una poesia un po’ lunghetta. Scrivo Poesia perchè, per me, il testo di una buona conzone è poesia, sempre e comunque. Trovo un filino ipocrita la fine, dove si ripete un “per fortuna” che mi fa storcere il naso. Io sono del tutto indifferente. Sono passati 21 anni dal qul magico giugno-luglio 1982, e tutto si è ribaltato. Non c’è altro da aggiungere.

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.  

Io non mi sento italiano – di Giorgio Gaber (2003)

 Mi scusi Presidente
non è per colpa mia
ma questa nostra Patria
non so che cosa sia.
Può darsi che mi sbagli
che sia una bella idea
ma temo che diventi
una brutta poesia.
Mi scusi Presidente
non sento un gran bisogno
dell’inno nazionale
di cui un po’ mi vergogno.
In quanto ai calciatori
non voglio giudicare
i nostri non lo sanno
o hanno più pudore.

Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Mi scusi Presidente
se arrivo all’impudenza
di dire che non sento
alcuna appartenenza.
E tranne Garibaldi
e altri eroi gloriosi
non vedo alcun motivo
per essere orgogliosi.
Mi scusi Presidente
ma ho in mente il fanatismo
delle camicie nere
al tempo del fascismo.
Da cui un bel giorno nacque
questa democrazia
che a farle i complimenti
ci vuole fantasia.

Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Questo bel Paese
pieno di poesia
ha tante pretese
ma nel nostro mondo occidentale
è la periferia.
Mi scusi Presidente
ma questo nostro Stato
che voi rappresentate
mi sembra un po’ sfasciato.
E’ anche troppo chiaro
agli occhi della gente
che tutto è calcolato
e non funziona niente.
Sarà che gli italiani
per lunga tradizione
son troppo appassionati
di ogni discussione.
Persino in parlamento
c’è un’aria incandescente
si scannano su tutto
e poi non cambia niente.

Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Mi scusi Presidente
dovete convenire
che i limiti che abbiamo
ce li dobbiamo dire.
Ma a parte il disfattismo
noi siamo quel che siamo
e abbiamo anche un passato
che non dimentichiamo.
Mi scusi Presidente
ma forse noi italiani
per gli altri siamo solo
spaghetti e mandolini.
Allora qui mi incazzo
son fiero e me ne vanto
gli sbatto sulla faccia
cos’è il Rinascimento.

Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Questo bel Paese
forse è poco saggio
ha le idee confuse
ma se fossi nato in altri luoghi
poteva andarmi peggio.
Mi scusi Presidente
ormai ne ho dette tante
c’è un’altra osservazione
che credo sia importante.
Rispetto agli stranieri
noi ci crediamo meno
ma forse abbiam capito
che il mondo è un teatrino.
Mi scusi Presidente
lo so che non gioite
se il grido “Italia, Italia”
c’è solo alle partite.
Ma un po’ per non morire
o forse un po’ per celia
abbiam fatto l’Europa
facciamo anche l’Italia.

Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.
Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo
per fortuna o purtroppo
per fortuna
per fortuna lo sono.

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1996

“Passano gli anni, ma otto son tanti…” Cantava Celentano ne “Il ragazzo della via Gluck” Anche quella vecchia canzone offriva una lucida visione del “suo” presente.

                        

Io invece faccio un salto di ben 14 anni: niente più euforia per grandi vittorie, l’Italia è nei guai. Cassa Integrazione a Sud e a Nord, scandali, tangenti, guerre dietro l’angolo, pensieri poco allegri, già. Eppure resta una sana voglia di riderci su, e di guardare avanti, consapevoli di pregi e difetti. A voi:

        

La terra dei cachi – Elio e le Storie Tese (1996)

 

Parcheggi abusivi,

applausi abusivi,

villette abusive,

abusi sessuali abusivi;

tanta voglia di ricominciare abusiva.

Appalti truccati,

trapianti truccati,

motorini truccati

che scippano donne truccate;

il visagista delle dive e’ truccatissimo.

Papaveri e papi,

la donna cannolo,

una lacrima sul visto:

 
Italia si’ Italia no ……

 

Italia bum, la strage impunita.
Puoi dir di si’ puoi dir di no, ma questa e’ la vita.
Prepariamoci un caffe’ , non rechiamoci al caffe’ :

c’e’ un commando che ci aspetta per assassinarci un po’.
Commando si’ commando no, commando omicida.
Commando pam commando papapapapam,
ma se c’e’ la partita
il commando non ci sta
e allo stadio se ne va,
sventolando il bandierone
non piu’ sangue scorrera’ ;
infetto si’ ? Infetto no? Quintali di plasma.
Primario si’ primario dai , primario fantasma ,
io fantasma non saro’ e al tuo plasma dico no.
Se dimentichi le pinze fischiettando ti diro’
“fi fi fi fi fi fi fi fi ti devo una pinza,
fi fi fi fi fi fi fi fi, ce l ‘ ho nella panza”.

Viva il crogiuolo di pinze. Viva il crogiuolo di panze.
Quanti problemi irrisolti ma un cuore grande cosi’……

 
Italia si’ Italia no Italia gnamme, se famo du spaghi.
Italia sob Italia prot, la terra dei cachi.
Una pizza in compagnia, una pizza da solo;
un totale di due pizze e l’Italia e’ questa qua.

Fufafifi’ fufafifi’ Italia evviva.

Una pizza in compagnia, una pizza da solo:

in totale molto pizzo, ma l ‘ Italia non ci sta.

Italia si’ Italia no, Italia si’

ue’ , Italia no ,ue’ ue’ ue’ ue’ ue’.

Perche’ la terra dei cachi e’ la terra dei cachi.

 

No.

 

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1982

Correva l’anno 1982. In una delle estati più torride dei miei ricordi, io studiavo per un esame sulle centrali nucleari, e il mio fratello di mezzo per l’esame di maturità. Per rinfrescarci giocavamo sul balcone a tirarci addosso cubetti di ghiaccio.

Però, comprammo il televisore a colori per vedere i mondiali di calcio.

Dopo il primo turno, andammo nella cascina dei nonni dei nonni, a Moncalvo d’Asti, per cercare un po’ di refrigerio. Non c’era Tv, solo radio: quasi inebetiti seguimmo l’incontro con l’Argentina! Via, di corsa a casa, malgrado il caldo, malgrado le zanzare! Al diavolo gli esami! Toccò al Brasile , alla Polonia e alla Germania, e noi eravamo “Campioni del Mondo, Campioni del Mondo, campioni del Mondo!” Ricordo fosse ieri la voce pacata di Nando Martellini, e le esplosioni senza freno dei commentatori Spagnoli e Sud-Americani.

L’Italia era felice, era fortunata, era fiduciosa! Tutto sarebbe andato bene.

 

Ed infatti, anche la mia famiglia ebbe il suo momento di Gloria.

In un istante di follia, avevamo deciso di andare a passare le vacanze in Romania, con un viaggio in roulotte che ne prevedeva il giro completo, oltrepassando la Cortina di Ferro. Decidemmo di viaggiare leggeri:non ci andava di essere fermati per contrabbando, e poi, ci avevano costretto a cambiare una quantità spropositata di denaro prima di partire, cifra che per noi valeva almeno due viaggi!

 

Poveri ingenui! Quella moneta non valeva niente, sarebbero serviti Dollari, Lire (le nostre vecchie, svalutate Lire) Jeans, e calze da donna. Ma in ogni luogo, anche nel più sperduto, ci accoglievano con grandi feste: “W Paolo Rossi! W Dino Zoff” e fu grazie a loro, ai nostri eroi Juventini se riuscimmo a trovare qualcosa da mangiare.

 

La fame è brutta. Lo dice una inappetente cronica, che da quell’anno iniziò ad essere meno shifiltosa, ed imparò che cosa significa portarsi dietro un buco nello stomaco per giorni e giorni, prima di riuscire a saziarlo.

 

Tornai a casa con una esperienza indimenticabile, e trovai ad attendermi una canzone di gioia, di festa, di emozione, e di orgoglio nazionale: non posso fare a meno di riportarla.

L’autunno seguente trovai lavoro e fidanzato; per i neo laureati si aprirono anni d’oro: lasciatemi ricordare quel momento felice, che ormai dista, ahimè, ben 29 anni!

             

            

             

                        

                      

 

L’Italiano – di Toto Cutugno (1982)

 

Lasciatemi cantare
con la chitarra in mano
lasciatemi cantare
sono un italiano

Buongiorno Italia gli spaghetti al dente
e un partigiano come Presidente  (Pertini)
con l’autoradio sempre nella mano destra
e un canarino sopra la finestra

Buongiorno Italia con i tuoi artisti
con troppa America sui manifesti
con le canzoni con amore
con il cuore
con piu’ donne sempre meno suore

Buongiorno Italia
buongiorno Maria
con gli occhi pieni di malinconia
buongiorno Dio
lo sai che ci sono anch’io

Lasciatemi cantare
con la chitarra in mano
lasciatemi cantare
una canzone piano piano
Lasciatemi cantare
perche’ ne sono fiero
sono un italiano
un italiano vero

Buongiorno Italia che non si spaventa
e con la crema da barba alla menta
con un vestito gessato sul blu
e la moviola la domenica in TV
Buongiorno Italia col caffe’ ristretto
le calze nuove nel primo cassetto
con la bandiera in tintoria
e una 600 giu’ di carrozzeria

Buongiorno Italia
buongiorno Maria
con gli occhi pieni di malinconia
buongiorno Dio
lo sai che ci sono anch’io

Lasciatemi cantare
con la chitarra in mano
lasciatemi cantare
una canzone piano piano
Lasciatemi cantare
perche’ ne sono fiero
sono un italiano
un italiano vero.

 

 

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150° ! E poi?

Mi viene in mente una stupida filastrocca da bambini:

                   

                                 

150,

la gallina canta,

canta sola sola,

non vuole andare a scuola ….

       

             

E poi? non me la ricordo più.

                  

                                              

Sarebbe un po’ più triste che questo accadesse anche al nostro paese. Non ho voglia di parlare, però, e non ho voglia di scrivere: lascerò che sulle pagine del mio diario on-line parlino altri, più bravi, più saggi, o forse solo più anziani di me.

                        

                         

Inserendo qualche pensierino… birichino.

CIAO

       Rosella

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Un Rosa MOLTO MOLTO speciale

 

 

Questa stravagante ed inquietante Rosa ha già avuto fin troppa pazienza.

Prima le feste Natalizie (omai lontane) poi l’influenza che non voleva passare, poi il mal di testa, e adesso, tanto per divertirsi, l’infiammazione al braccio destro, che mi impedisce di scrivere, ma non impedirà questo breve post.

 

Nel frattempo la Rosa è stata regalata ad un Ingegnere, un Maestro di Yoga, una badante Moldava (ex-preside di una scuola media), ed è stata letta da un altro ingegnere che ho qui a casa. Commenti entusiastici: sono stati ammirati i personaggi, l’ambiente, la trama, la scrittura, qualcuno si è anche affezionato a un personaggio in particolare.

 

Poi la domanda: “Perché non ci sono questi libri, nelle librerie, al posto di certe schifezze?”

Tralascio la riposta, perché la sappiamo tutti.

 

Al tempo di Draghi & Computer, io misi sotto parenti, amici, colleghi, e mi feci anche delle pubblicità. Vendemmo 300 copie. Sandro e Maristella fanno le presentazioni in coppia, e il loro racconto è stato molto suggestivo. Il libro va, piace, e arrivano i commenti positivi.

E poi?

 

Poi subentra l’inerzia. E’ ben difficile che l’amico dell’amico, o l’acquirente della presentazione, vada a pensare: quello era un bel libro: lo regalo a “X” Probabilmente non siamo così degni di essere presi in considerazione per un regalo. E intanto, probabilmente, che fa il nostro ignoto ammiratore? Lo presta. Magari anche a più di una persona. Molto lusinghiero per il nostro ego, non altrettanto per il portafoglio. E la catena, il passaparola, si spezza.

 

No, nessun libro arriverà mai al grande pubblico in questo modo, e tu, mia cara Rosa, temo finirai come gli altri: perchè il lettore vuol vedere un libro fresco e pulito, che si allinea con tanti altri, a fare macchia di colore tra gli scaffali di una libreria, lo vuole vedere magari con qualche bella fascetta, “premiato qui, premiato là”,  lo vuol vedere in mezzo ad altri fratelli, più piccoli, più grandi, più vari; vuole girare e rigirare, toccare, sfogliare; infine, forse, se ne andrà con qualche pezzo nella busta degli acquisti.

 

Conserva bene la tua Rosa, Sandro, annaffiala, potala, dalle il concime e la medicina contro i pidocchi. Io non ho pazienza, a casa mia le piante muoiono tutte, di qualunque tipo. Adesso odio anche loro, insieme agli editori, ai medici, e a troppa altra gente.

 

Il braccio mi fa male: ora, scrivete voi.

 

 

       Rosella

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La macchina vuota

 

 

Cari amici,

Il 2010 si è chiuso con un articolo di Lily, quindi mi sembra giusto che sia lei ad aprire il nuovo anno.

Leggete e… rabbrividite!

La pioggia scendeva con violenza dalle nuvole, che minacciavano un’impetuosa tempesta. I tergicristalli erano in movimento da due ore, il loro cigolio sui vetri bagnati cominciava ad infastidirmi.

Nell’affollata autostrada ci si muoveva lentamente. Forse la cosa migliore da fare era tornare indietro. Sì, era meglio. Come avrei fatto a guardare di nuovo Agata negli occhi dopo che… no, non potevo non andare. Se lo avessi fatto avrebbero sospettato qualcosa. Dovevo incontrarla e fare finta di niente. L’avrei scampata come al solito.

Mi sembrava di sentire ancora la voce di Barbara che mi implorava… no, solo allucinazioni. Basta, dovevo concentrarmi sulla strada. Accesi la radio, ma mi pentii. Trasmettevano la loro canzone. Non potevo sopportare di sentirla ancora. Volevo il silenzio, ma anche dopo che schiacciai il pulsante la musica si sentiva nella mia auto. Com’era possibile?

Sentii brividi di freddo, mi distrassi un attimo e quando guardai verso la strada, per lo spavento, frenai. Era lui, Edoardo.

 

“E’ impossibile!” esclamò il poliziotto. “Come fa una ragazza a scomparire così? Se anche fosse scesa, qualcuno l’avrebbe vista”

“Signore, forse sarebbe meglio dedicarsi più tardi alle indagini… occorre liberare la strada, non vede quante auto bloccate?” chiese un tenente.

“Si, hai ragione, le ambulanze non riescono a passare, e ci sono feriti molto gravi, che in questo momento hanno la priorità.”

 

“Dove sei?” chiesi con voce strozzata. “Dove mi hai portato?”

“Ti avevo detto che sarei ritornato! Ti avevo avvertita!”

La voce si faceva sempre più vicina. Il buio mi terrorizzava.

Mi difesi: “E’stata colpa tua.”

“Come osi dare la colpa a me? Sei stata tu, tu l’hai uccisa! Io l’amavo! E hai ucciso anche me!”

“No, sei stato tu! E lei non ti amava, io sì! Tu… tu ti sei ucciso da solo!” ormai non riuscivo più a trattenere le lacrime.

“Taci! Sei tu che l’hai uccisa! Mi hai solo costretto a farlo per te! Eri invidiosa! Lei aveva tutto quello che non avevi tu Me compreso! E io ho creduto davvero che mi amassi, ma mentivi!”

“No, non è vero…” mormorai tra i singhiozzi.

“Basta, non dire più nulla! Con che coraggio saresti andata dalla sorella a porgerle le tue condoglianze? IO almeno ho avuto un po’ di umanità. Ma ho scritto tutto! Un biglietto oggi arriverà ad Agata e le spiegherà tutto! Ma non volevo che ti prendesse la polizia, no, tu meriti di peggio! Tu starai qui con me per l’eternità! Mia cara ragazza, questo è l’Inferno!”

“No, no!” potevo sentire i miei gemiti echeggiare all’infinito.

“Finalmente hai capito che non puoi sempre scappare e non fronteggiare ma le conseguenze dei tuoi sbagli!” con le sue ultime parole, il sangue mi si gelò nelle vene.

 

 Lily

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Lo Shintoismo

 

 

Pensiero

Lo Shintoismo è una religione che si basa sul rispetto verso il prossimo e verso la natura. Adora i kami, gli spiriti, non ha una vera e propria divinità.

Per gli shintoisti non tutelare la natura porta disgrazie, e cercano di condurre una vita serena sia con sé stessi che con il prossimo.

Essendo una religione praticata in un luogo molto lontano non ho mai avuto esperienze nel suo ambito.

L’idea di venerare gli spiriti della natura come gli indiani d’America, mi dà un senso di libertà, e una cosa che è sempre meno presente nella nostra vita è il rispetto. Forse non sarebbe male se ci fosse un po’ di Shintoismo dentro tutti noi.

Lily

 

La Ricerca

Lo Shintoismo(= divinità, spirito; significa letteralmente via degli dei), è una religione nativa del Giappone. Prevede l’adorazione dei Kami, cioè divinità, spiriti naturali o presenze spirituali. Alcuni kami possono essere considerati come gli spiriti guardiani di un luogo particolare, ma altri possono rappresentare uno specifico oggetto o un evento naturale. Anche le persone illustri, gli eroi e gli antenati divengono oggetto di venerazione dopo la morte e vengono considerati tra i kami.

Probabilmente dopo l’arrivo dei primi antenati del popolo giapponese, ogni villaggio e area aveva la sua propria collezione di divinità e rituali senza alcuna relazione tra un culto locale e l’altro. In seguito andò probabilmente a crearsi un pantheon stabile, anche se mai definitivamente, in quanto anche oggi le divinità sono innumerevoli, proprio perché considerate manifestazione di ogni forma della natura.

Lo Shintoismo è una religione cosmica, che vede tutto ciò che esiste, come pura manifestazione del divino. Nella religione shintoista ogni cosa è sacra. La principale forma di entità divina è l’esistenza stessa, la natura.

Etica

Una prima regola etica è sicuramente la disponibilità verso gli altri. Lo Shintoismo incita al contenimento dell’egoismo e dell’egocentrismo, promuovendo invece l’umiltà, l’interesse della comunità e il pubblico benessere. Fondamentali sono le attività sociali, volte ad aiutare le persone nel migliorare le proprie condizioni o se stessi, mantenendo buone relazioni con gli antenati e gli dèi.

Sebbene lo Shintoismo non abbia comandamenti assoluti al di fuori di vivere una vita semplice ed in armonia con la natura e le persone, si dice che ci siano Quattro Affermazioni che esprimono tutto lo spirito etico di questa religione:

  • La famiglia è il gruppo in cui e attraverso cui una persona cresce, e da cui eredita un approccio e una visione del mondo ben precisi.
  • La naturaè sacra, in quanto espressione del divino; conservare un contatto con essa comporta il raggiungimento della completezza e della felicità, e significa mantenersi vicini ai kami. La natura va rispettata, venerata e tutelata, poiché è da essa che deriva l’equilibrio della vita.
  • La puliziaconsente purezza, e la purezza è una delle massime virtù. La pulizia è essenziale per condurre una vita armoniosa.
  • I matsuri, i festival dedicati ai kami. In questi giorni per festeggiare le divinità, vengono allestiti feste, processioni e banchetti.

Secondo la fede Shintoista, lo spirito umano è eterno. L’aldilà è concepito come una sorta di livello esistenziale superiore. Quando si muore si cambia semplicemente forma di esistenza.

 

              Lily 

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Un tempo chiamato Vita

Poesie e Pensieri di Silvana Stremiz

 

 

 

Quando combinai lo scambio libro con Silvana, fui attratta dalla copertina e dal titolo di questo: intuivo un tema, un motivo che legava la silloge; lei gentilmente me lo procurò. Mi scrisse, anche, per spiegarmi ciò che la copertina rappresentava:

“Un tempo chiamato vita l’ho dedicato ai miei figli. I bimbi sfumati fra le nuvole sono i loro volti… l’orologio è il tempo la sabbia e il cielo sono il nostro luogo terreno la vita di tutti noi. Il loro volto, il mio senso a questo tempo.”

Sì, chi ha figli trova soprattutto in loro la ragione di vivere, affrontando piccole e grandi disgrazie, aspettative, delusioni, fatiche, lavori ingrati. E la perdita di persone care, di cui noi siamo stati una ragione di vita: i nostri genitori.

In questo libro c’è quindi la storia di una vita: le nascite, le morti, l’amore, i desideri. Poesie anche per chi non è mai nato, o per chi non riesce a morire con dignità. Sono tutte poesie che parlano del quotidiano, della famiglia; invitano a non sprecare il tempo che ci è stato donato, perché fuggirà veloce, sempre troppo veloce, non posiamo permetterci di sprecarlo.

Silvana ama la vita. Lo si comprende dalla gioia per le nascite, la maternità; mi hanno colpita le poesia in cui manifesta vero odio contro la morte. Io leggo, e vedo una persona equilibrata, forte, ma ricca di sentimento, capace di scrivere in modo diretto, semplice, come piace a me, ma in cui ogni pensiero è frutto di un’intima riflessione, estremamente sincera; e la Poesia nasce spontanea, armoniosa, carezzevole.

 

 

Ho voluto dedicare questo post al libro di Silvana, perché qui c’è la poesia sul Friuli, intera, che ha richiamato in me, e in voi lettori,  tanti ricordi.

 

Ci sono vere recensioni su Poetry & Literature di parecchio tempo fa: sono di Francesco Andrea  e di Miriam 

 

 

Rosella

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7 maggio 1976

Testo di Rosella Rapa

Poesia di Silvana Stremiz

  

 

Talvolta, anche il nostro quotidiano viene scosso da all’improvviso da tragedie che ad altri paiono finte, lontane, viste in Tv, viste in un film. In “Un tempo chiamato Vita”, Silvana dedica una lunga poesia ad una tragedia che ci accomuna: 7 maggio 1976.

 

A casa mia, a Torino, eravamo in lutto. Era morto il nonno paterno, dopo lunghe sofferenze. Era da noi anche la nonna materna, veniva spesso, per aiutare mia mamma. La Tv era spenta, in casa regnava un gran silenzio. Il lampadario della sala oscillò, e mio padre osservò con voce neutra: “Un terremoto!”

 

Il telefono squillò nella notte.

“Ore 21,06.

Ad un tratto un botto

Tutto il Friuli trema.

 

Le risate si trasformano in urla,

i sorrisi in lacrime.

 

In meno di un minuto

La faccia del Friuli si trasforma.

I bimbi non corrono,

gli adolescenti non sognano.

 

 

Il paese di mia nonna, Maiano, era stato colpito, con decine e decine di altri, da uno dei più spaventosi terremoti che da sempre colpiscono il nostro paese. Tutti erano rimasti senza casa: le vecchie case contadine, costruite con pietra e sassi, erano inagibili, tuttavia non avevano ucciso nessuno. Ma i due condomini… i due palazzi di cinque piani, costruiti allegramente sul finire degli anni ’60 si erano accartocciati su sé stessi, diventando un cumulo di macerie e niente più. Nessuna speranza per chi era dentro; ed era l’ora in cui finiva “Carosello” e i bambini andavano a letto: erano tutti dentro.

 

“1000 morti, migliaia di feriti

la disperazione è ovunque.

Anche nello sguardo di chi

ancora non comprende.

 

Una notte d’insonnia

A cercare tra le macerie,

contiamo i morti,

contiamo i feriti.”

 

In quegli anni ormai lontani, erano ancora molti i miei parenti in Friuli: era rimasta l’intera famiglia del fratello maggiore della mia nonna, con una cugina che adoravo, e i suoi figli ancora piccoli. Senza contare altri parenti, da me e dai miei fratelli poco conosciuti, ma nonna e mamma erano nel panico! Nessuna comunicazione, radio e TV che continuavano ad enumerare i danni, il numero delle vittime che aumentava. Finalmente, verso il mattino la notizia che i parenti stretti erano in salvo; ma mia nonna perse due anziani cugini.

 

“Ci uniamo in unico abbraccio.

Asciugando le lacrime

Di rabbia e dolore,

stringendo i denti.”

 

Da Torino si poteva fare ben poco; più che denaro, servivano aiuti concreti: così mia cugina e i suoi bambini vennero a stare da noi, lontani dal terrore (le scosse continuavano e continuavano….)  in una casa vera, non sotto una tenda o una baracca. Il marito rimase per aiutare nei lavori.

 

 

“Con gli aiuti della solidarietà

Pensiamo già alla ricostruzione.”

 

Arrivarono in tanti: dalla Francia, dalla Germania, dalla Svizzera, dal Piemonte, dalla Lombardia, ma anche dall’Australia e dall’America: Chi poteva tornò a casa, per costruire e ricostruire, per impiantare piccole industrie, commerci ,attività. Per riportare la vita. C’erano gli aiuti di stato, certo, certo, ma senza la buona volontà sarebbero finiti nelle solite bustarelle. Invece fu ridata una casa a tutti. Un paese storico, Gemona,fu ricostruito pietra su pietra.

 

“Niente sarà più uguale,

nessuno dimenticherà

ciò che il Friuli era.”

 

Finite le scuole, andammo al mare, in un paese non distante dai miei parenti, per poter essere vicini.

La terra tremò di nuovo!

Non riesco a descrivere la sensazione che provai: istinto di fuga, non importa dove, quando la terra si muove sotto di te, non capisci più nulla. E’ peggio di un’alluvione, peggio di un incendio. Perdi ciò cui istintivamente ti aggrappi in ogni caso disperato, la stabilità, la sicurezza del tuo essere fermo in un luogo preciso. Ed il terrore resta dentro per anni e anni. Forse per sempre.

 

Ora va tutto bene: i bambini sono cresciuti, si sono sposati, ed hanno altri bambini. Ci scriviamo sempre, ma ormai non ci vediamo più. La nonna è morta, e anche suo fratello; vittima del terremoto anche lui: morì di dolore, quando la casa della sua famiglia fu spianata dalle ruspe.

 

In quel lontano 1976 rimasi più che altro sbalordita, esterrefatta. Ora, ripensandoci, divento furiosa. Ripensando alla tragedia, ai lutti, a ciò che NON riuscì ad insegnare. 

 

“Quel tragico 6 di maggio 1976.”

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