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Maledetta solitudine

marzo 16th, 2011 | Posted by lara swan | Category: Narrativa, Varie4 Comments

 

 Il collegio era deserto.

L’asilo chiuso per le vacanze estive.

Unica bimbetta in un convento di suore, mi gingillavo vicino alla portineria, lungo l’ampio corridoio a scacchi bianchi e rossi, per quel desiderio inconscio di libertà, che lì dentro potevo assaporare solo alla sera, quando mi era concesso di andare a dormire.

“Vai a giocare in cortile. – l’ordine arrivò perentorio e secco come un tuono in piena estate, dalla suora portinaia alta, magra e perennemente arrabbiata – qui devo pulire!”

 Il velo nero raccolto e legato dietro la nuca, scopriva il volto cavallino dallo sguardo freddo e duro come l’acciai, perennemente arrabbiato.

Con una mano reggeva il secchio colmo d’acqua e con l’altra lo spazzolone e gli stracci.

Come un cane randagio, a testa china e a passi lenti, lasciai libero il corridoio.

“Devo pulire – scimmiottai a denti stretti e aperta la porta di ferro nella grande vetrata, uscii in cortile – fa presto a dire vai a giocare, ma con chi se non c’è nessuno? Con che cosa se c’è rimasta solo una palla sgonfia?” brontolai dando un calcio a un sassolino di cemento.

Il cortile.

L’edificio che si allungava a ferro di cavallo, racchiudeva l’ampio spazio che fungeva da cortile. Il lato scoperto era chiuso da alte mura con un cancello in ferro che nascondeva agli occhi dei passanti.

Alla mia destra, due panchine verdi di legno appoggiate al muro erano sotto le finestre del refettorio delle suore, poco più avanti tre scalini e la porta della cucina. Di seguito la porta della lavanderia e della maglieria.

Dall’entrata della lavanderia si saliva al piano superiore e si arrivava all’asilo. Iniziava la clausura con le celle delle suore e i vari ambienti di lavoro.

Alla mia sinistra il muro della chiesa interna e il dondolo in ferro.

A fianco, un pergolato di glicine lasciava penzolare i suoi grappoli come tante lanterne colorate, su di un tavolo e quattro sgabelli in pietra.

Tre platani in fila indiana accompagnavano al piccolo giardino di fronte.

Una folta siepe racchiudeva quell’oasi verde. Purtroppo solo le suore potevano entrare per accudire il giardino e tagliare i fiori che servivano ad abbellire l’altare della chiesa.

Alle mie spalle c’era il convitto delle collegiali.

Il refettorio a piano terra, al primo piano un ricovero per donne sole e al piano superiore i dormitori delle collegiali, e due grandi studi.

Uno per le bambine delle elementari, l’altro per le ragazze delle medie e superiori.

Il cortile.

Lasciai vagare lo sguardo sulla lastra di cemento. Conoscevo ogni angolo, ogni pendenza, ogni crepa.

Il collegio, la mia seconda casa.

Mi sedetti sulla prima panchina e mi lasciai scivolare sullo schienale. 

“Vai a giocare – ripetei con un moto di stizza – fosse semplice. Dovevo giocare con l’aria? Non toccare quello, lascia stare quell’altro. Lì è vietato entrare, là è vietato aprire”

Presi a rosicchiarmi le unghie. Le gambe allungate i talloni puntati a terra.

Alzai lo sguardo.

Il sole che splendeva nel cielo terso mi costrinse ad abbassare lo sguardo.

A terra una formica si ostinava a portare una briciola più grande di lei.

Un’altra formica le venne in soccorso.

Così credevo. La vidi fermarsi, girare attorno al bottino, cincischiare un poco e andarsene per i fatti suoi.

Sbuffai annoiata.

Dovevo trovare qualcosa d’altro, qualcosa di diverso.

Mi alzai in piedi.

Scandagliai tutto il cortile in cerca di un’idea.

 Nulla.

Lo sguardo ritornò al punto di partenza.

La panchina. Il muro. La finestra. Il davanzale. Il vaso di gerani in fiore.

Gli occhi mi si illuminarono all’idea che arrivò repentina.

Mi guardai attorno con attenzione. Nessuna traccia del nemico.

Con il cuore che batteva forte, salii sulla panchina mi allungai obliquamente verso la finestra. Con una mano mi aggrappai all’inferriata e allungai l’altra verso i fiori rosa e rossi. Con un gesto rapido, strappai alcune corolle. Feci un salto a terra e corsi attraverso il cortile fino a raggiungere gli alberi. Mi nascosi dietro il tronco del primo platano e mi misi a sedere a terra.

Al riparo da occhi indiscreti aprii la mano. I petali rossi brillavano come rubini fra quelli rosa pallidi e delicati, ma non meno belli.

Sorrisi.

Mi bagnai un’unghia con la saliva e preso un petalo rosso lo appiccicai sopra. Feci la stessa cosa su tutte le dita. Le unghie di una mano erano coperte da petali rossi,l’altra  da petali rosa.

“Che unghie lunghe – esclamai entusiasta – uno smalto bellissimo!”

Mi lasciai trasportare dalla fantasia e iniziai a giocare con le mie mani.

Apparve una scala immaginaria, un mulinello, una farfalla, scarpette da ballo che volteggiavano frenetiche per poi rallentare, sostare e riprendere a danzare, mentre il rosso lambiva il rosa, si intersecava, fuggiva lasciando una scia colorata nel riverbero del sole che tra le foglie faceva capolino.

Gli occhi ridenti, il sorriso ampio, l’entusiasmo alle stelle.

Poi, i primi petali iniziarono ad asciugarsi e come foglie d’autunno caddero uno ad uno a terra.

Il gioco rallentò e con l’ultimo petalo l’incanto finì.

Strinsi le spalle con un sospiro.

Raccolsi i petali. Mi alzai in piedi e sbirciai da dietro il tronco.

Intravidi la suora portinai entrare nella clausura. Era il momento di agire.

Attraversai il cortile di corsa e feci sparire quello che rimaneva delle corolle dentro il chiusino.

Ricaricata di energia, cercai la palla sgonfia sotto la panchina.

Non  c’era più.

Lasciai vagare lo sguardo.

Lo posai sul dondolo di ferro.

Il fedele amico di sempre parve invitarmi.

Accolsi l’invito.

Mi sedetti.

Scrutai attentamente le finestre di fronte, quelle del primo piano.

Le imposte erano chiuse.

Le porte della cucina e della lavanderia anche.

Via libera.

Se la fortuna mi sosteneva ce l’avrei fatta.

Salii in piedi sul dondolo e piegando le ginocchia diedi la spinta verso l’alto.

Con fatica riuscii a poco a poco, a rendere il movimento più ampio. Acquistata velocità, azzardai sempre di più. Mi tenevo saldamente ai due tubi laterali e continuavo a fendere l’aria. Mi sentivo parte di essa in quell’incontro – scontro e ad ogni spinta mi sembrava di spiccare il volo verso il cielo.

Ogni volta sembrava essere più vicino.

Nello sguardo l’azzurro limpido, sulle labbra il sorriso.

Una persiana di fronte si spalancò.
“Mettiti giù!” tuonò una voce aspra facendomi sobbalzare e tornare alla realtà.

Intravidi una cuffia bianca senza velo, il volto in ombra non lo riconobbi, come non riconobbi la voce.

Tentennai e rimasi nella mia posizione restia  a cedere.

“Mettiti seduta, svelta!” mi ammonì di nuovo con più veemenza.

Con disappunto ubbidii.

Qualche minuto dopo, la persiana come la  palpebra di un falco, si richiuse adagio. Fui tentata di rimettermi in piedi, ma sapevo che due occhi mi stavano fissando dietro la finestra e altri potevano aggiungersi.

Rinunciai.

Il dondolo attenuò presto la sua andatura. L’entusiasmo scemò con il ritmo che languiva, mentre il sole come uno spavaldo guerriero nella sua armatura scintillante, avanzava veloce a impossessarsi del cortile.

Chiusi gli occhi e reclinai la testa sul braccio teso lasciandomi cullare. L’aria si era fatta più calda, il movimento appena percettibile.

Il sole mi raggiunse.

Mi illuminò dapprima i piedi, poi a poco a poco le ginocchia, le braccia, le spalle, infine  la testa.

Il caldo ben presto divenne opprimente.

Dovevo rientrare.

Lo sguardo triste, la malinconia prosciugò il ricordo del sorriso.

Mi alzai e con passo stanco nonostante i miei cinque anni, rientrai nel corridoio a scacchi bianchi e rossi.

Il pavimento era asciutto, i numerosi vasi dalle larghe e lunghe foglie verdi erano in ordine lungo la parete.

Camminai adagio, come un pellegrino nel deserto cercando un’oasi di ristoro. Mi infilai dentro la chiesetta interna del convento nella speranza di trovare qualche presenza.

La chiesa era vuota. Solo due candele accese. Un leggero profumo di rose  aleggiava nell’aria.

Mi sedetti nel primo banco e alzai lo sguardo verso la statua della Madonna del Carmelo con il bambino in braccio posta dietro l’altare.

Fissai il suo volto.

L’azzurro dei suoi occhi.

Il suo sorriso.

Era talmente bella da sembrare in carne e ossa.

La dolcezza che emanava mi fece tremare il cuore e sciogliere la parola.

“Come sei bella. – bisbigliai incantata – Anche la mia mamma ha gli occhi azzurri, ma lei sorride di rado”

Mi guardai alle spalle e ripresi il dialogo.

“Hai visto quella suoraccia che mi ha sgridato? Come facevo a far andare il dondolo se non salivo in piedi per darmi le spinte? Tu sei buona. Sono sicura che non mi avresti sgridato”

Continuai a fissarla soffermandomi sull’ovale del viso, la corona d’oro sul capo, lo scapolare in una mano, il bambinello in braccio.

Di nuovo mi catturò il suo sorriso sul volto angelico.

“Suor Giacomina dice che tu parli ai bambini. Mi ha raccontato tante storie. La superiora ci ha fatto vedere anche un film dove c’erano tre bambini poveri e tu gli parlavi”

Mi zittii mentre quelle immagini che mi avevano tanto colpito passarono veloci nella mente.

“Potrebbe succedere anche a me. Anche io sono una bambina e sono povera e…- tentennai a formulare la domanda che da tanto tempo albergava nel profondo del mio cuore. Timorosa guardai verso l’uscita. Tesi le orecchie. Nessun rumore. Fissai gli occhi azzurri dolcissimi e non riuscii più a trattenermi – mi dici una parola? Solo una. Ti prego. Non lo dirò a nessuno” mormorai in un sussurro.

Raggomitolata sulla panca, i gomiti puntellati sulle ginocchia tenevo il viso tra le mani.

Rimasi in silenzio fissando le sue labbra in attesa di un movimento, di un sospiro.

Nulla.

Tutto era statico. Immobile.

Forse dovevamo diventare amiche.

Preso coraggio continuai a confidarmi in un bisbiglio.

“La suora portinaia è cattiva. Anche la superiora non mi piace. Mi fa paura. Le suore della cucina sono tutte sudate e quando chiedo un pezzetto di pane mi chiudono la porta in faccia e mi dicono di aspettare sugli scalini. C’è solo suor Adele che ogni tanto mi regala una caramella. E’ molto vecchia e cammina lenta come una lumaca. – mi mossi sulla panca e scivolai in ginocchio – Come mi piacerebbe che tu mi abbracciassi! Hai un viso così dolce. Ti darei tanti baci”

Di nuovo quel desiderio folle riemerse con impeto.

“Parlami. – supplicai con voce prossima al pianto. Rimasi in attesa pochi minuti che mi sembrarono eterni. A quel silenzio schiacciante, il dolore mi ghermì violento e repentino. – perché non mi parli? Quelle suoracce mi hanno detto un montagna di bugie. Le loro storie sono tutte false, non è vero che tu parli ai bambini! Io mi sono confidata con te e tu niente. Non mi vuoi bene. Vado via!”esplosi con rabbia alzandomi di scatto.

Uscii di corsa e, attraversato il lungo corridoio, andai a nascondermi dietro una pianta dalle folte foglie verdi e diedi sfogo al mio dolore.

Nel silenzio avvertii il battere del pendolo. Il suo ritmo uguale e quasi ipnotico placò la mia angoscia. Asciugai le lacrime con il dorso della mano, tirai su con il naso e uscii dal mio nascondiglio.

Non era cambiato niente.

Il corridoio sembrava ancora più grande, i minuti lunghi come secoli, mentre dentro di me si dilatava quella maledetta voglia d’amore.

Gingillai avanti e indietro.

Contai i passi.

Uno – due, lo scacco era rosso.

Uno – due, lo scacco era bianco.

La pesante tenda verde che copriva la porta della chiesa.

Uno – due.

Uno – due.

Scostai la tenda.

Mi sedetti nel primo banco.

“Sono tornata da te – bisbigliai – anche se non mi parli non importa. Parlo io. Anche tu sei sola. Come sei bella. E il tuo sorriso ora è solo mio. In questo momento è solo mio…”ripetei in un sussurro mentre gli occhi tornarono ad accendersi.

In piazza

marzo 15th, 2011 | Posted by lara swan | Category: Narrativa3 Comments

 

In piazza

Anche se in ritardo la primavera era finalmente arrivata. Il cielo terso e l’aria mite facevano ben sperare in giornate assolate. Sotto il portico l’anziana donna del piano terra dopo aver trascinato, oltre alla pesante mole l’inseparabile sedia accanto alla colonna, con un sospiro e un gemito si mise comoda a osservare i  passanti.
“Buongiorno Stellina, bella giornata”la salutò mio padre appena uscito dal portone di casa.
“Finalmente un po’ di sole per le mie ossa” rispose la vecchia.
Le solite frasi di routine, un cenno di saluto e mio padre ed io ci incamminammo lungo la via.
“Babbo dove andiamo?” chiesi subito con gli occhi che brillavano. Era una delle rare volte in cui avevo mio padre tutto per me.
“In piazza”
“Cosa c’è in piazza?”
“C’è sempre qualcosa”
“Di bello?”
“Anche”
“Allora facciamo in fretta” dissi entusiasta anticipandogli il passo.

Le saracinesche dei pochi negozi lungo la via erano abbassate.
“Babbo, il lattaio, il fornaio hanno il negozio chiuso. Anche loro sono in piazza?”
“Dove sono non lo so, ma sono chiusi perché è domenica e non lavorano”
“Allora perché la mamma è andata a lavorare dalla signora?”chiesi indispettita.
“Perché siamo poveri e i ricchi se ne approfittano. Questa sera “la Signora ”- e sottolineò il termine con astio – ha gente a cena e tua madre deve preparare”
“Ma…”stavo per replicare, poi alzando lo sguardo vidi il suo volto tirato e mi bloccai. Tanti litigi avvenivano in casa a causa di quella donna.

Il mio stomaco ebbe una stretta nervosa. Anche il giorno di Santo Stefano lei aveva preteso la presenza di mia madre per servire e riordinare la sala e la cucina. Rividi il suo immenso e bellissimo appartamento. Il pavimento di marmo tirato a lucido, il grande salone dal lampadario di cristallo, i tappeti persiani, i candelabri d’argento, le suppellettili in ceramica sui mobili rigorosamente antichi, i quadri che coprivano le pareti. IL pavimento in legno nello studio e nelle camere da letto. La televisione.
Qualche volta la domenica pomeriggio, quando mia madre doveva riordinare la cucina della signora, prima di andare alla messa mi portava con sé. Immensa era la gioia di poter vedere un pezzetto del programma per ragazzi, purtroppo interrotto sempre sul più bello. Una cosa stupenda che mi lasciava ogni volta incantata era nel corridoio, sulla consolle in legno dorato dal piano di marmo. Una dama in ceramica del settecento dal vestito finemente cesellato e dal viso dolce e bellissimo. Una riproduzione in miniatura che mi affascinava ogni volta che avevo la fortuna di ammirarla.
Ripensai al nostro appartamento preso in affitto. Uno stretto e lungo corridoio senza finestre che finiva nel bagno piccolissimo. A metà di esso una stanza che non potevamo usare perché ancora a disposizione della padrona di casa. L’ampio vano che fungeva da camera e cucina. Una tenda a fiorellini separava la parte giorno dalla parte notte. Una stufa a legna al centro della stanza vicino al tavolo. La macchina da cucire. La radio.

“Noi quando diventiamo ricchi?”mi uscì di getto.
“Mai”

L’espressione dura e tassativa mi fece rabbrividire.

“Perché?”
“Basta con i perché. Cammina!”

Mi prese per mano e allungò il passo. Fui costretta a correre per potergli rimanere a fianco. Imbronciata non mi restò che seguirlo. Dopo aver attraversato viuzze secondarie, scorciatoie e portici, arrivammo finalmente in piazza. Le note briose di una fisarmonica spazzarono via ogni pensiero malinconico e ogni perché irrisolto.

“Babbo chi suona?” allungai il collo nel tentativo di scoprire chi fosse il suonatore nascosto tra il gruppetto di persone chiuse a semicerchio.
“Non so. Andiamo a vedere”

Oltre alla musica mi giunse il canto di una voce maschile. Vinta dalla frenesia di voler scoprire chi era l’artefice, colsi l’attimo in cui mio padre allentò la stretta e scivolai via dalla sua mano.

“Angelina!” tuonò chiedendo scusa a destra e a manca per riacciuffarmi.
“Angelina! – sentii una morsa d’acciaio stringermi la spalla – Non ti azzardare mai più a lasciare la mia mano e scappare via. Chiaro?” il suo sguardo severo e glaciale mi colpì più forte di uno schiaffo.

Un nodo mi strinse la gola. Una sorta di amore e odio mi legava a quel padre bello, alto, moro, dal viso affilato e con i baffi, che aveva pochissimo tempo per me. Dopo alcuni minuti di disagio mi immersi totalmente nella musica.

“Babbo chi sono?” chiesi tirandogli la giacca.
“Cantastorie.”
Sorrisi.
Osservai con attenzione i due uomini.
Uno era seduto su di uno sgabello. La testa china sulla fisarmonica che teneva appoggiata sulle gambe. L’altro, alto e magro era in piedi accanto a un cartellone dove vi erano raffigurate diverse scene. Con voce intonata e profonda cantava la storia e ogni volta indicava con una bacchetta l’immagine a cui apparteneva. Io osservavo con attenzione l’uomo che suonava la fisarmonica. Mi stregava il veloce movimento delle lunghe dita della mano destra sui tasti bianchi e neri e il picchiettare frenetico sui bottoncini bianchi delle dita della mano sinistra.
Tutto questo in forte contrasto con il lento movimento di apertura dello strumento rosso fuoco. La musica mi assorbì totalmente. Quando la storia finì e si spense ogni nota l’applauso scaturì immediato, forte e sentito. Alcune monetine piovvero a terra dentro il cappello. Il capannello si sciolse. Un altro gruppetto di persone attrasse la mia attenzione. Avevo intravisto qualcosa di colorato.

“Babbo cosa c’è là?”
“Niente” si affrettò a rispondermi.
Fiutai qualcosa di proibito.
“Andiamo a vedere” ribattei testarda strattonandogli la mano.
Il tono di una voce possente sovrastò il brusio generale.
“Senti?C’è qualcosa”
Con riluttanza mio padre mi seguì.
Quando riuscimmo ad aprire un varco, rimasi di stucco. Sgranai gli occhi mentre la bocca mi si spalancava in una sonora esclamazione di stupore. Non avevo mai visto in vita mia tante bambole tutte assieme. Dame dalle acconciature perfette con boccoli che ricadevano su di una spalla. Le labbra vermiglie spiccavano sull’incarnato di porcellana. Gli abiti, dai colori sgargianti, vaporosi tra pizzi e balze coronavano quello che sembrava un sogno. Poste a semicerchio, ognuna nella sua scatola, erano su due fila. Una più bella dell’altra. Fissai incantata passando e ripassando lo sguardo su ognuna di loro senza riuscire a capacitarmi di tanta bellezza, con la gola secca e il cuore che aveva accelerato i suoi battiti.

“Signori, un biglietto – tuonò una voce riscuotendomi – l’ultimo. Quello vincente!”

L’uomo dalla voce possente e dai folti capelli neri camminava avanti e indietro a lunghi passi. Il braccio teso in aria, nella mano quello che rimaneva di un blocchetto. Un ultimo biglietto.

“Babbo…”  
“No.” la risposta mi interruppe secca e tagliente.
L’uomo scrutava la folla, i passi lenti e misurati.
“Coraggio signori, l’ultimo biglietto. Chi lo vuole? ”
“Babbo ti prego” implorai aggrappandomi al suo braccio. Volevo avere una occasione.
“Non ho soldi da buttare.”
Mi gelò.
“Signori l’ultimo poi gireremo la ruota” incalzò l’uomo con voce roca. Staccò il biglietto e lo mostrò al pubblico.

Volevo con tutta l’anima quel biglietto. Vedevo l’uomo di spalle e temevo che qualcuno allungasse una mano e mi portasse via l’unica occasione che avevo per tentare di coronare un sogno. Lo seguivo con il cuore in gola. Ancora nessuno si era fatto avanti.

“Signori forza!”incitò l’uomo.
Si girò, incrociò  il mio sguardo e si avvicinò.
Sorrise.
Mi aveva letto dentro.
L’ultima occasione.
L’unica.

“Babbo…uno solo ti prego. – lo supplicai con voce tremante – babbo…”
I due uomini si fissarono.Mio padre spostò il suo peso da un piede all’altro.
“Uno solo, poi andiamo a casa”mi avvertì in tono tassativo mettendo mano al portafoglio.
“Sì!” esultai.

Afferrai il biglietto azzurro e mi parve di avere il mondo racchiuso in una mano.
“Signori attenzione! – l’uomo si avvicinò alla ruota dagli spicchi colorati – giro la ruota!” avvisò e con un ampio gesto diede una vigorosa spinta alla rotella che con un suono metallico impazzì.
In quel vortice sparirono i numeri, i colori. Tutto divenne bianco.

“Speriamo esca il mio numero – mormorai con gli occhi incollati a quel turbinio che avrebbe potuto cambiare il mio destino – deve uscire” ripetevo con forza.

Dopo alcuni interminabili minuti la ruota iniziò a perdere velocità. Gli spicchi riemersero confusi nei loro colori, i numeri neri ancora indistinti fecero capolino. Passavano veloci sotto la lunga lama flessibile che nel silenzio scandiva il battito accelerato di tanti cuori in attesa. La ruota rallentò. Gli spicchi colorati divennero nitidi. I numeri leggibili. Un altro giro. Il fiato sospeso, lo sguardo fisso sul numero in possesso. Il mio era passato. Una nota di delusione mi attraversò lo sguardo. La ruota girava. Lenta. Lo sguardo si riaccese. La lama sembrò fermarsi a un passo dal traguardo. Dal mio traguardo. Oscillò. Mi dimenticai di respirare. Due numeri. Uno accanto all’altro. Due cuori in attesa. Due speranze. Un unico desiderio. Vincere.
La punta della lama tentennò. Un ultimo sussulto. Il verdetto.
“Ventisette! Il numero ventisette ha vinto!” gridò l’uomo fra il mormorio generale.
Il mio cuore perse un battito. A occhi sgranati fissai il biglietto. L’uomo dai folti capelli neri si avvicinò.

“Piccola hai vinto – mi disse con un ampio sorriso – lo dicevo che era vincente”
“Babbo ho vinto! – gridai incredula mentre il cuore esplodeva di felicità martellando come un forsennato – ho vinto!” ripetevo saltando di gioia con il biglietto alzato.

Gli occhi di mio padre sorrisero.
“Dai il biglietto al signore”
Ubbidii.
“Hai vinto una bambola – che dolce suono – quale vuoi?”mi domandò l’uomo stracciando il biglietto.
Lo guardai smarrita. La scelta era decisamente ardua. Erano talmente tutte belle. L’uomo compresa la mia indecisione mi venne in aiuto.

“La vuoi con il vestito rosa o bianco?”
“La voglio con gli occhi azzurri” dissi decisa.
“Allora è quella dal vestito rosa”
Prese una bambola nella fila in alto. Me la mostrò da lontano e chiuse la scatola. La legò con uno spago.
“Ecco a voi. Piccola avevi ragione ad insistere! – mi disse dandomi un buffetto sulla guancia. Porse la scatola a mio padre e si girò – Signori altro giro altro regalo!”
“Andiamo a casa” disse mio padre.
“Non mi sembra vero. Babbo fammi vedere” chiesi tirando lo spago.
“A casa”

 Trotterellai al suo fianco per tutto il tragitto di ritorno, a testa alta e con un ampio sorriso stampato sulle labbra ripetendo ogni poco “ho vinto una bambola”.
“Mamma – chiamai a gran voce dalle scale salendo di corsa. La porta si aprì – ho vinto!”
“Cosa?”
“Una bambola grande!”
“Dove?” si interessò.
“In piazza, alla ruota”risposi concitata facendo la spola tra lei e mio padre.
Mio padre posò la scatola sul tavolo e tolse lo spago.
Sollevai il coperchio e il mio cuore palpitò più forte al sogno che apparve in tutto il suo splendore. Una bellissima bambola dai capelli castani in una nuvola rosa sembrava dormisse.
Mia madre la mise in piedi e la bambola sollevò le palpebre.
“Ha gli occhi azzurri come volevo – esclamai entusiasta – e i boccoli. Il rossetto e lo smalto. Ha le calze bianche come le mie e le scarpe nere lucide. E ha anche le mutande”elencai in un crescendo di magico stupore dopo averle sollevato il vestito.
“E’ grande quanto te” commentò mia madre.
“E’ stata fortunata era l’ultimo biglietto” disse mio padre alle mie spalle, soddisfatto per non aver speso soldi invano.
“L’ultimo. E io ho vinto!”ripetei fieramente. 
“Questa è una bambola che sta seduta sul letto con il vestito tutto largo attorno. Come una regina”sentenziò mia madre.
“Allora è una bambola ricca!” scoppiai in una risata cristallina e incontrai lo sguardo di mio padre.
“Di certo sta meglio di noi” affermò prima di defilarsi.
“Mamma mettiamola sul letto”
“Ti aiuto prima che ti cada”
Scostò la tenda a fiori e mi aiutò nell’impresa.
La mise seduta. Le piccole braccia tese invitavano all’abbraccio.
“E’ mia” mormorai con occhi lucidi abbracciandola stretta. Le diedi un bacio sulla guancia, sulla fronte, sui capelli. I boccoli erano incollati eppure morbidi.
Nel viso paffuto lo sguardo blu era dolcissimo quanto le labbra rosse e piene a forma di cuore.
“Sembra vera” dissi estasiata.
Le accarezzai le mani, le sistemai il vestito inamidato.Lo sollevai. Le scarpe si potevano togliere come pure le calze.Gioii.

“Sei la mia amica, giocheremo assieme”
“Questa bambola non è da giocare. La metterò via e la terrò da parte per quando sarai più grande e avrai una casa tutta tua – la sentenza mi piovve addosso come una doccia gelata – la metterai sul letto per bellezza”
“Io voglio giocare con lei. È mia! L’ho vinta!” protestai vivamente.
“Te la darò quando sarai grande” il suo tono inflessibile non ammetteva repliche.
“Babbo!”chiamai con voce accorata.

Sentii la porta chiudersi. La riaprii e mi sporsi alla ringhiera.
“Babbo”
“Non fare arrabbiare” mi rispose senza fermarsi.
Con un nodo in gola rientrai.
Mia madre nel corridoio, in piedi su di una sedia metteva la scatola con la bambola sull’armadio.
“Mamma, dammi la mia bambola” supplicai con le lacrime agli occhi.
“Quando sarai più grande” incurante delle lacrime che mi scendevano copiose si diresse in fondo al corridoio.
Salii sulla sedia nel disperato tentativo di raggiungere la scatola. Allungai le braccia, appoggiai le mani sull’armadio, mi alzai sulla punta dei piedi.
Nulla da fare.Io troppo piccola.Lei troppo in alto.Scoppiai in un pianto a dirotto.
“La mia bambola” ripetevo tra i singhiozzi mentre un sogno dagli occhi blu immerso in una nuvola rosa, era svanito troppo in fretta.

Lara Swan

 

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