In piazza

marzo 15th, 2011 | Posted by lara swan | Category: Narrativa3 Comments

 

In piazza

Anche se in ritardo la primavera era finalmente arrivata. Il cielo terso e l’aria mite facevano ben sperare in giornate assolate. Sotto il portico l’anziana donna del piano terra dopo aver trascinato, oltre alla pesante mole l’inseparabile sedia accanto alla colonna, con un sospiro e un gemito si mise comoda a osservare i  passanti.
“Buongiorno Stellina, bella giornata”la salutò mio padre appena uscito dal portone di casa.
“Finalmente un po’ di sole per le mie ossa” rispose la vecchia.
Le solite frasi di routine, un cenno di saluto e mio padre ed io ci incamminammo lungo la via.
“Babbo dove andiamo?” chiesi subito con gli occhi che brillavano. Era una delle rare volte in cui avevo mio padre tutto per me.
“In piazza”
“Cosa c’è in piazza?”
“C’è sempre qualcosa”
“Di bello?”
“Anche”
“Allora facciamo in fretta” dissi entusiasta anticipandogli il passo.

Le saracinesche dei pochi negozi lungo la via erano abbassate.
“Babbo, il lattaio, il fornaio hanno il negozio chiuso. Anche loro sono in piazza?”
“Dove sono non lo so, ma sono chiusi perché è domenica e non lavorano”
“Allora perché la mamma è andata a lavorare dalla signora?”chiesi indispettita.
“Perché siamo poveri e i ricchi se ne approfittano. Questa sera “la Signora ”- e sottolineò il termine con astio – ha gente a cena e tua madre deve preparare”
“Ma…”stavo per replicare, poi alzando lo sguardo vidi il suo volto tirato e mi bloccai. Tanti litigi avvenivano in casa a causa di quella donna.

Il mio stomaco ebbe una stretta nervosa. Anche il giorno di Santo Stefano lei aveva preteso la presenza di mia madre per servire e riordinare la sala e la cucina. Rividi il suo immenso e bellissimo appartamento. Il pavimento di marmo tirato a lucido, il grande salone dal lampadario di cristallo, i tappeti persiani, i candelabri d’argento, le suppellettili in ceramica sui mobili rigorosamente antichi, i quadri che coprivano le pareti. IL pavimento in legno nello studio e nelle camere da letto. La televisione.
Qualche volta la domenica pomeriggio, quando mia madre doveva riordinare la cucina della signora, prima di andare alla messa mi portava con sé. Immensa era la gioia di poter vedere un pezzetto del programma per ragazzi, purtroppo interrotto sempre sul più bello. Una cosa stupenda che mi lasciava ogni volta incantata era nel corridoio, sulla consolle in legno dorato dal piano di marmo. Una dama in ceramica del settecento dal vestito finemente cesellato e dal viso dolce e bellissimo. Una riproduzione in miniatura che mi affascinava ogni volta che avevo la fortuna di ammirarla.
Ripensai al nostro appartamento preso in affitto. Uno stretto e lungo corridoio senza finestre che finiva nel bagno piccolissimo. A metà di esso una stanza che non potevamo usare perché ancora a disposizione della padrona di casa. L’ampio vano che fungeva da camera e cucina. Una tenda a fiorellini separava la parte giorno dalla parte notte. Una stufa a legna al centro della stanza vicino al tavolo. La macchina da cucire. La radio.

“Noi quando diventiamo ricchi?”mi uscì di getto.
“Mai”

L’espressione dura e tassativa mi fece rabbrividire.

“Perché?”
“Basta con i perché. Cammina!”

Mi prese per mano e allungò il passo. Fui costretta a correre per potergli rimanere a fianco. Imbronciata non mi restò che seguirlo. Dopo aver attraversato viuzze secondarie, scorciatoie e portici, arrivammo finalmente in piazza. Le note briose di una fisarmonica spazzarono via ogni pensiero malinconico e ogni perché irrisolto.

“Babbo chi suona?” allungai il collo nel tentativo di scoprire chi fosse il suonatore nascosto tra il gruppetto di persone chiuse a semicerchio.
“Non so. Andiamo a vedere”

Oltre alla musica mi giunse il canto di una voce maschile. Vinta dalla frenesia di voler scoprire chi era l’artefice, colsi l’attimo in cui mio padre allentò la stretta e scivolai via dalla sua mano.

“Angelina!” tuonò chiedendo scusa a destra e a manca per riacciuffarmi.
“Angelina! – sentii una morsa d’acciaio stringermi la spalla – Non ti azzardare mai più a lasciare la mia mano e scappare via. Chiaro?” il suo sguardo severo e glaciale mi colpì più forte di uno schiaffo.

Un nodo mi strinse la gola. Una sorta di amore e odio mi legava a quel padre bello, alto, moro, dal viso affilato e con i baffi, che aveva pochissimo tempo per me. Dopo alcuni minuti di disagio mi immersi totalmente nella musica.

“Babbo chi sono?” chiesi tirandogli la giacca.
“Cantastorie.”
Sorrisi.
Osservai con attenzione i due uomini.
Uno era seduto su di uno sgabello. La testa china sulla fisarmonica che teneva appoggiata sulle gambe. L’altro, alto e magro era in piedi accanto a un cartellone dove vi erano raffigurate diverse scene. Con voce intonata e profonda cantava la storia e ogni volta indicava con una bacchetta l’immagine a cui apparteneva. Io osservavo con attenzione l’uomo che suonava la fisarmonica. Mi stregava il veloce movimento delle lunghe dita della mano destra sui tasti bianchi e neri e il picchiettare frenetico sui bottoncini bianchi delle dita della mano sinistra.
Tutto questo in forte contrasto con il lento movimento di apertura dello strumento rosso fuoco. La musica mi assorbì totalmente. Quando la storia finì e si spense ogni nota l’applauso scaturì immediato, forte e sentito. Alcune monetine piovvero a terra dentro il cappello. Il capannello si sciolse. Un altro gruppetto di persone attrasse la mia attenzione. Avevo intravisto qualcosa di colorato.

“Babbo cosa c’è là?”
“Niente” si affrettò a rispondermi.
Fiutai qualcosa di proibito.
“Andiamo a vedere” ribattei testarda strattonandogli la mano.
Il tono di una voce possente sovrastò il brusio generale.
“Senti?C’è qualcosa”
Con riluttanza mio padre mi seguì.
Quando riuscimmo ad aprire un varco, rimasi di stucco. Sgranai gli occhi mentre la bocca mi si spalancava in una sonora esclamazione di stupore. Non avevo mai visto in vita mia tante bambole tutte assieme. Dame dalle acconciature perfette con boccoli che ricadevano su di una spalla. Le labbra vermiglie spiccavano sull’incarnato di porcellana. Gli abiti, dai colori sgargianti, vaporosi tra pizzi e balze coronavano quello che sembrava un sogno. Poste a semicerchio, ognuna nella sua scatola, erano su due fila. Una più bella dell’altra. Fissai incantata passando e ripassando lo sguardo su ognuna di loro senza riuscire a capacitarmi di tanta bellezza, con la gola secca e il cuore che aveva accelerato i suoi battiti.

“Signori, un biglietto – tuonò una voce riscuotendomi – l’ultimo. Quello vincente!”

L’uomo dalla voce possente e dai folti capelli neri camminava avanti e indietro a lunghi passi. Il braccio teso in aria, nella mano quello che rimaneva di un blocchetto. Un ultimo biglietto.

“Babbo…”  
“No.” la risposta mi interruppe secca e tagliente.
L’uomo scrutava la folla, i passi lenti e misurati.
“Coraggio signori, l’ultimo biglietto. Chi lo vuole? ”
“Babbo ti prego” implorai aggrappandomi al suo braccio. Volevo avere una occasione.
“Non ho soldi da buttare.”
Mi gelò.
“Signori l’ultimo poi gireremo la ruota” incalzò l’uomo con voce roca. Staccò il biglietto e lo mostrò al pubblico.

Volevo con tutta l’anima quel biglietto. Vedevo l’uomo di spalle e temevo che qualcuno allungasse una mano e mi portasse via l’unica occasione che avevo per tentare di coronare un sogno. Lo seguivo con il cuore in gola. Ancora nessuno si era fatto avanti.

“Signori forza!”incitò l’uomo.
Si girò, incrociò  il mio sguardo e si avvicinò.
Sorrise.
Mi aveva letto dentro.
L’ultima occasione.
L’unica.

“Babbo…uno solo ti prego. – lo supplicai con voce tremante – babbo…”
I due uomini si fissarono.Mio padre spostò il suo peso da un piede all’altro.
“Uno solo, poi andiamo a casa”mi avvertì in tono tassativo mettendo mano al portafoglio.
“Sì!” esultai.

Afferrai il biglietto azzurro e mi parve di avere il mondo racchiuso in una mano.
“Signori attenzione! – l’uomo si avvicinò alla ruota dagli spicchi colorati – giro la ruota!” avvisò e con un ampio gesto diede una vigorosa spinta alla rotella che con un suono metallico impazzì.
In quel vortice sparirono i numeri, i colori. Tutto divenne bianco.

“Speriamo esca il mio numero – mormorai con gli occhi incollati a quel turbinio che avrebbe potuto cambiare il mio destino – deve uscire” ripetevo con forza.

Dopo alcuni interminabili minuti la ruota iniziò a perdere velocità. Gli spicchi riemersero confusi nei loro colori, i numeri neri ancora indistinti fecero capolino. Passavano veloci sotto la lunga lama flessibile che nel silenzio scandiva il battito accelerato di tanti cuori in attesa. La ruota rallentò. Gli spicchi colorati divennero nitidi. I numeri leggibili. Un altro giro. Il fiato sospeso, lo sguardo fisso sul numero in possesso. Il mio era passato. Una nota di delusione mi attraversò lo sguardo. La ruota girava. Lenta. Lo sguardo si riaccese. La lama sembrò fermarsi a un passo dal traguardo. Dal mio traguardo. Oscillò. Mi dimenticai di respirare. Due numeri. Uno accanto all’altro. Due cuori in attesa. Due speranze. Un unico desiderio. Vincere.
La punta della lama tentennò. Un ultimo sussulto. Il verdetto.
“Ventisette! Il numero ventisette ha vinto!” gridò l’uomo fra il mormorio generale.
Il mio cuore perse un battito. A occhi sgranati fissai il biglietto. L’uomo dai folti capelli neri si avvicinò.

“Piccola hai vinto – mi disse con un ampio sorriso – lo dicevo che era vincente”
“Babbo ho vinto! – gridai incredula mentre il cuore esplodeva di felicità martellando come un forsennato – ho vinto!” ripetevo saltando di gioia con il biglietto alzato.

Gli occhi di mio padre sorrisero.
“Dai il biglietto al signore”
Ubbidii.
“Hai vinto una bambola – che dolce suono – quale vuoi?”mi domandò l’uomo stracciando il biglietto.
Lo guardai smarrita. La scelta era decisamente ardua. Erano talmente tutte belle. L’uomo compresa la mia indecisione mi venne in aiuto.

“La vuoi con il vestito rosa o bianco?”
“La voglio con gli occhi azzurri” dissi decisa.
“Allora è quella dal vestito rosa”
Prese una bambola nella fila in alto. Me la mostrò da lontano e chiuse la scatola. La legò con uno spago.
“Ecco a voi. Piccola avevi ragione ad insistere! – mi disse dandomi un buffetto sulla guancia. Porse la scatola a mio padre e si girò – Signori altro giro altro regalo!”
“Andiamo a casa” disse mio padre.
“Non mi sembra vero. Babbo fammi vedere” chiesi tirando lo spago.
“A casa”

 Trotterellai al suo fianco per tutto il tragitto di ritorno, a testa alta e con un ampio sorriso stampato sulle labbra ripetendo ogni poco “ho vinto una bambola”.
“Mamma – chiamai a gran voce dalle scale salendo di corsa. La porta si aprì – ho vinto!”
“Cosa?”
“Una bambola grande!”
“Dove?” si interessò.
“In piazza, alla ruota”risposi concitata facendo la spola tra lei e mio padre.
Mio padre posò la scatola sul tavolo e tolse lo spago.
Sollevai il coperchio e il mio cuore palpitò più forte al sogno che apparve in tutto il suo splendore. Una bellissima bambola dai capelli castani in una nuvola rosa sembrava dormisse.
Mia madre la mise in piedi e la bambola sollevò le palpebre.
“Ha gli occhi azzurri come volevo – esclamai entusiasta – e i boccoli. Il rossetto e lo smalto. Ha le calze bianche come le mie e le scarpe nere lucide. E ha anche le mutande”elencai in un crescendo di magico stupore dopo averle sollevato il vestito.
“E’ grande quanto te” commentò mia madre.
“E’ stata fortunata era l’ultimo biglietto” disse mio padre alle mie spalle, soddisfatto per non aver speso soldi invano.
“L’ultimo. E io ho vinto!”ripetei fieramente. 
“Questa è una bambola che sta seduta sul letto con il vestito tutto largo attorno. Come una regina”sentenziò mia madre.
“Allora è una bambola ricca!” scoppiai in una risata cristallina e incontrai lo sguardo di mio padre.
“Di certo sta meglio di noi” affermò prima di defilarsi.
“Mamma mettiamola sul letto”
“Ti aiuto prima che ti cada”
Scostò la tenda a fiori e mi aiutò nell’impresa.
La mise seduta. Le piccole braccia tese invitavano all’abbraccio.
“E’ mia” mormorai con occhi lucidi abbracciandola stretta. Le diedi un bacio sulla guancia, sulla fronte, sui capelli. I boccoli erano incollati eppure morbidi.
Nel viso paffuto lo sguardo blu era dolcissimo quanto le labbra rosse e piene a forma di cuore.
“Sembra vera” dissi estasiata.
Le accarezzai le mani, le sistemai il vestito inamidato.Lo sollevai. Le scarpe si potevano togliere come pure le calze.Gioii.

“Sei la mia amica, giocheremo assieme”
“Questa bambola non è da giocare. La metterò via e la terrò da parte per quando sarai più grande e avrai una casa tutta tua – la sentenza mi piovve addosso come una doccia gelata – la metterai sul letto per bellezza”
“Io voglio giocare con lei. È mia! L’ho vinta!” protestai vivamente.
“Te la darò quando sarai grande” il suo tono inflessibile non ammetteva repliche.
“Babbo!”chiamai con voce accorata.

Sentii la porta chiudersi. La riaprii e mi sporsi alla ringhiera.
“Babbo”
“Non fare arrabbiare” mi rispose senza fermarsi.
Con un nodo in gola rientrai.
Mia madre nel corridoio, in piedi su di una sedia metteva la scatola con la bambola sull’armadio.
“Mamma, dammi la mia bambola” supplicai con le lacrime agli occhi.
“Quando sarai più grande” incurante delle lacrime che mi scendevano copiose si diresse in fondo al corridoio.
Salii sulla sedia nel disperato tentativo di raggiungere la scatola. Allungai le braccia, appoggiai le mani sull’armadio, mi alzai sulla punta dei piedi.
Nulla da fare.Io troppo piccola.Lei troppo in alto.Scoppiai in un pianto a dirotto.
“La mia bambola” ripetevo tra i singhiozzi mentre un sogno dagli occhi blu immerso in una nuvola rosa, era svanito troppo in fretta.

Lara Swan

 

3 Responses to “In piazza”

  1. Roberta Bagnoli Says:

    Cara Lara quanta emozione, quanta commozione in questo racconto, sento battere forte il cuore di quella bambina, troppo piccola per comprendere una realtà di sacrificio e povertà, troppo grande per permettersi di piangere e desiderare una bambola tutta per sè. Che bello rileggerti carissima, ti abbraccio caramente, buona giornata.
    Roberta

  2. lara swan Says:

    carissima Roberta, grazie di cuore per avermi letto e commentato.
    ricambio l’abbraccio
    lara

  3. graziellacappelli Says:

    Cara Lara, questo racconto mi ha portato indietro nel tempo. Anch’io desideravo una bambola e la mia mamma me la comprò ad una fiera. Ora è ancora con me. La conservo come una reliquia sul cassettone. Racconto molto bello.
    Affettuosi saluti e auguri di Buona Pasqua. Graziella

Leave a Reply

XHTML: You can use these tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

*

Featuring WPMU Bloglist Widget by YD WordPress Developer