Archive for the ‘Varie’ Category

Maledetta solitudine

marzo 16th, 2011 | Posted by lara swan | Category: Narrativa, Varie4 Comments

 

 Il collegio era deserto.

L’asilo chiuso per le vacanze estive.

Unica bimbetta in un convento di suore, mi gingillavo vicino alla portineria, lungo l’ampio corridoio a scacchi bianchi e rossi, per quel desiderio inconscio di libertà, che lì dentro potevo assaporare solo alla sera, quando mi era concesso di andare a dormire.

“Vai a giocare in cortile. – l’ordine arrivò perentorio e secco come un tuono in piena estate, dalla suora portinaia alta, magra e perennemente arrabbiata – qui devo pulire!”

 Il velo nero raccolto e legato dietro la nuca, scopriva il volto cavallino dallo sguardo freddo e duro come l’acciai, perennemente arrabbiato.

Con una mano reggeva il secchio colmo d’acqua e con l’altra lo spazzolone e gli stracci.

Come un cane randagio, a testa china e a passi lenti, lasciai libero il corridoio.

“Devo pulire – scimmiottai a denti stretti e aperta la porta di ferro nella grande vetrata, uscii in cortile – fa presto a dire vai a giocare, ma con chi se non c’è nessuno? Con che cosa se c’è rimasta solo una palla sgonfia?” brontolai dando un calcio a un sassolino di cemento.

Il cortile.

L’edificio che si allungava a ferro di cavallo, racchiudeva l’ampio spazio che fungeva da cortile. Il lato scoperto era chiuso da alte mura con un cancello in ferro che nascondeva agli occhi dei passanti.

Alla mia destra, due panchine verdi di legno appoggiate al muro erano sotto le finestre del refettorio delle suore, poco più avanti tre scalini e la porta della cucina. Di seguito la porta della lavanderia e della maglieria.

Dall’entrata della lavanderia si saliva al piano superiore e si arrivava all’asilo. Iniziava la clausura con le celle delle suore e i vari ambienti di lavoro.

Alla mia sinistra il muro della chiesa interna e il dondolo in ferro.

A fianco, un pergolato di glicine lasciava penzolare i suoi grappoli come tante lanterne colorate, su di un tavolo e quattro sgabelli in pietra.

Tre platani in fila indiana accompagnavano al piccolo giardino di fronte.

Una folta siepe racchiudeva quell’oasi verde. Purtroppo solo le suore potevano entrare per accudire il giardino e tagliare i fiori che servivano ad abbellire l’altare della chiesa.

Alle mie spalle c’era il convitto delle collegiali.

Il refettorio a piano terra, al primo piano un ricovero per donne sole e al piano superiore i dormitori delle collegiali, e due grandi studi.

Uno per le bambine delle elementari, l’altro per le ragazze delle medie e superiori.

Il cortile.

Lasciai vagare lo sguardo sulla lastra di cemento. Conoscevo ogni angolo, ogni pendenza, ogni crepa.

Il collegio, la mia seconda casa.

Mi sedetti sulla prima panchina e mi lasciai scivolare sullo schienale. 

“Vai a giocare – ripetei con un moto di stizza – fosse semplice. Dovevo giocare con l’aria? Non toccare quello, lascia stare quell’altro. Lì è vietato entrare, là è vietato aprire”

Presi a rosicchiarmi le unghie. Le gambe allungate i talloni puntati a terra.

Alzai lo sguardo.

Il sole che splendeva nel cielo terso mi costrinse ad abbassare lo sguardo.

A terra una formica si ostinava a portare una briciola più grande di lei.

Un’altra formica le venne in soccorso.

Così credevo. La vidi fermarsi, girare attorno al bottino, cincischiare un poco e andarsene per i fatti suoi.

Sbuffai annoiata.

Dovevo trovare qualcosa d’altro, qualcosa di diverso.

Mi alzai in piedi.

Scandagliai tutto il cortile in cerca di un’idea.

 Nulla.

Lo sguardo ritornò al punto di partenza.

La panchina. Il muro. La finestra. Il davanzale. Il vaso di gerani in fiore.

Gli occhi mi si illuminarono all’idea che arrivò repentina.

Mi guardai attorno con attenzione. Nessuna traccia del nemico.

Con il cuore che batteva forte, salii sulla panchina mi allungai obliquamente verso la finestra. Con una mano mi aggrappai all’inferriata e allungai l’altra verso i fiori rosa e rossi. Con un gesto rapido, strappai alcune corolle. Feci un salto a terra e corsi attraverso il cortile fino a raggiungere gli alberi. Mi nascosi dietro il tronco del primo platano e mi misi a sedere a terra.

Al riparo da occhi indiscreti aprii la mano. I petali rossi brillavano come rubini fra quelli rosa pallidi e delicati, ma non meno belli.

Sorrisi.

Mi bagnai un’unghia con la saliva e preso un petalo rosso lo appiccicai sopra. Feci la stessa cosa su tutte le dita. Le unghie di una mano erano coperte da petali rossi,l’altra  da petali rosa.

“Che unghie lunghe – esclamai entusiasta – uno smalto bellissimo!”

Mi lasciai trasportare dalla fantasia e iniziai a giocare con le mie mani.

Apparve una scala immaginaria, un mulinello, una farfalla, scarpette da ballo che volteggiavano frenetiche per poi rallentare, sostare e riprendere a danzare, mentre il rosso lambiva il rosa, si intersecava, fuggiva lasciando una scia colorata nel riverbero del sole che tra le foglie faceva capolino.

Gli occhi ridenti, il sorriso ampio, l’entusiasmo alle stelle.

Poi, i primi petali iniziarono ad asciugarsi e come foglie d’autunno caddero uno ad uno a terra.

Il gioco rallentò e con l’ultimo petalo l’incanto finì.

Strinsi le spalle con un sospiro.

Raccolsi i petali. Mi alzai in piedi e sbirciai da dietro il tronco.

Intravidi la suora portinai entrare nella clausura. Era il momento di agire.

Attraversai il cortile di corsa e feci sparire quello che rimaneva delle corolle dentro il chiusino.

Ricaricata di energia, cercai la palla sgonfia sotto la panchina.

Non  c’era più.

Lasciai vagare lo sguardo.

Lo posai sul dondolo di ferro.

Il fedele amico di sempre parve invitarmi.

Accolsi l’invito.

Mi sedetti.

Scrutai attentamente le finestre di fronte, quelle del primo piano.

Le imposte erano chiuse.

Le porte della cucina e della lavanderia anche.

Via libera.

Se la fortuna mi sosteneva ce l’avrei fatta.

Salii in piedi sul dondolo e piegando le ginocchia diedi la spinta verso l’alto.

Con fatica riuscii a poco a poco, a rendere il movimento più ampio. Acquistata velocità, azzardai sempre di più. Mi tenevo saldamente ai due tubi laterali e continuavo a fendere l’aria. Mi sentivo parte di essa in quell’incontro – scontro e ad ogni spinta mi sembrava di spiccare il volo verso il cielo.

Ogni volta sembrava essere più vicino.

Nello sguardo l’azzurro limpido, sulle labbra il sorriso.

Una persiana di fronte si spalancò.
“Mettiti giù!” tuonò una voce aspra facendomi sobbalzare e tornare alla realtà.

Intravidi una cuffia bianca senza velo, il volto in ombra non lo riconobbi, come non riconobbi la voce.

Tentennai e rimasi nella mia posizione restia  a cedere.

“Mettiti seduta, svelta!” mi ammonì di nuovo con più veemenza.

Con disappunto ubbidii.

Qualche minuto dopo, la persiana come la  palpebra di un falco, si richiuse adagio. Fui tentata di rimettermi in piedi, ma sapevo che due occhi mi stavano fissando dietro la finestra e altri potevano aggiungersi.

Rinunciai.

Il dondolo attenuò presto la sua andatura. L’entusiasmo scemò con il ritmo che languiva, mentre il sole come uno spavaldo guerriero nella sua armatura scintillante, avanzava veloce a impossessarsi del cortile.

Chiusi gli occhi e reclinai la testa sul braccio teso lasciandomi cullare. L’aria si era fatta più calda, il movimento appena percettibile.

Il sole mi raggiunse.

Mi illuminò dapprima i piedi, poi a poco a poco le ginocchia, le braccia, le spalle, infine  la testa.

Il caldo ben presto divenne opprimente.

Dovevo rientrare.

Lo sguardo triste, la malinconia prosciugò il ricordo del sorriso.

Mi alzai e con passo stanco nonostante i miei cinque anni, rientrai nel corridoio a scacchi bianchi e rossi.

Il pavimento era asciutto, i numerosi vasi dalle larghe e lunghe foglie verdi erano in ordine lungo la parete.

Camminai adagio, come un pellegrino nel deserto cercando un’oasi di ristoro. Mi infilai dentro la chiesetta interna del convento nella speranza di trovare qualche presenza.

La chiesa era vuota. Solo due candele accese. Un leggero profumo di rose  aleggiava nell’aria.

Mi sedetti nel primo banco e alzai lo sguardo verso la statua della Madonna del Carmelo con il bambino in braccio posta dietro l’altare.

Fissai il suo volto.

L’azzurro dei suoi occhi.

Il suo sorriso.

Era talmente bella da sembrare in carne e ossa.

La dolcezza che emanava mi fece tremare il cuore e sciogliere la parola.

“Come sei bella. – bisbigliai incantata – Anche la mia mamma ha gli occhi azzurri, ma lei sorride di rado”

Mi guardai alle spalle e ripresi il dialogo.

“Hai visto quella suoraccia che mi ha sgridato? Come facevo a far andare il dondolo se non salivo in piedi per darmi le spinte? Tu sei buona. Sono sicura che non mi avresti sgridato”

Continuai a fissarla soffermandomi sull’ovale del viso, la corona d’oro sul capo, lo scapolare in una mano, il bambinello in braccio.

Di nuovo mi catturò il suo sorriso sul volto angelico.

“Suor Giacomina dice che tu parli ai bambini. Mi ha raccontato tante storie. La superiora ci ha fatto vedere anche un film dove c’erano tre bambini poveri e tu gli parlavi”

Mi zittii mentre quelle immagini che mi avevano tanto colpito passarono veloci nella mente.

“Potrebbe succedere anche a me. Anche io sono una bambina e sono povera e…- tentennai a formulare la domanda che da tanto tempo albergava nel profondo del mio cuore. Timorosa guardai verso l’uscita. Tesi le orecchie. Nessun rumore. Fissai gli occhi azzurri dolcissimi e non riuscii più a trattenermi – mi dici una parola? Solo una. Ti prego. Non lo dirò a nessuno” mormorai in un sussurro.

Raggomitolata sulla panca, i gomiti puntellati sulle ginocchia tenevo il viso tra le mani.

Rimasi in silenzio fissando le sue labbra in attesa di un movimento, di un sospiro.

Nulla.

Tutto era statico. Immobile.

Forse dovevamo diventare amiche.

Preso coraggio continuai a confidarmi in un bisbiglio.

“La suora portinaia è cattiva. Anche la superiora non mi piace. Mi fa paura. Le suore della cucina sono tutte sudate e quando chiedo un pezzetto di pane mi chiudono la porta in faccia e mi dicono di aspettare sugli scalini. C’è solo suor Adele che ogni tanto mi regala una caramella. E’ molto vecchia e cammina lenta come una lumaca. – mi mossi sulla panca e scivolai in ginocchio – Come mi piacerebbe che tu mi abbracciassi! Hai un viso così dolce. Ti darei tanti baci”

Di nuovo quel desiderio folle riemerse con impeto.

“Parlami. – supplicai con voce prossima al pianto. Rimasi in attesa pochi minuti che mi sembrarono eterni. A quel silenzio schiacciante, il dolore mi ghermì violento e repentino. – perché non mi parli? Quelle suoracce mi hanno detto un montagna di bugie. Le loro storie sono tutte false, non è vero che tu parli ai bambini! Io mi sono confidata con te e tu niente. Non mi vuoi bene. Vado via!”esplosi con rabbia alzandomi di scatto.

Uscii di corsa e, attraversato il lungo corridoio, andai a nascondermi dietro una pianta dalle folte foglie verdi e diedi sfogo al mio dolore.

Nel silenzio avvertii il battere del pendolo. Il suo ritmo uguale e quasi ipnotico placò la mia angoscia. Asciugai le lacrime con il dorso della mano, tirai su con il naso e uscii dal mio nascondiglio.

Non era cambiato niente.

Il corridoio sembrava ancora più grande, i minuti lunghi come secoli, mentre dentro di me si dilatava quella maledetta voglia d’amore.

Gingillai avanti e indietro.

Contai i passi.

Uno – due, lo scacco era rosso.

Uno – due, lo scacco era bianco.

La pesante tenda verde che copriva la porta della chiesa.

Uno – due.

Uno – due.

Scostai la tenda.

Mi sedetti nel primo banco.

“Sono tornata da te – bisbigliai – anche se non mi parli non importa. Parlo io. Anche tu sei sola. Come sei bella. E il tuo sorriso ora è solo mio. In questo momento è solo mio…”ripetei in un sussurro mentre gli occhi tornarono ad accendersi.

Featuring WPMU Bloglist Widget by YD WordPress Developer