14

maggio

Prima edizione Concorso Nazionale di Poesia “VITULIVARIA”

L’Associazione Culturale “Viva Mente”

con il patrocinio del Comune di Novoli

PROMUOVE

Prima  edizione

Concorso Nazionale di Poesia

“VITULIVARIA”

Art. 1   Il Concorso è articolato in due Sezioni

a)      poesia inedita a tema libero della lunghezza massima di 40 versi, dattiloscritta (carattere Times New Roman; dimensione carattere 12), ;

b)      Poesia inedita a tema: “Salento: tra viti e ulivi nel vento”. La lirica dovrà avere una lunghezza massima di 40 versi ed essere dattiloscritta (carattere Times New Roman; dimensione carattere 12).

Ogni concorrente potrà partecipare con un solo elaborato ad entrambe le Sezioni.

Il testo dovrà essere in lingua italiana.

Art. 2   Ogni concorrente dovrà inviare cinque copie anonime, dattiloscritte dell’opera poetica.

La scheda di adesione completa dei dati personali e dell’autorizzazione al trattamento degli stessi, nonché della dichiarazione di appartenenza dell’opera, dovrà essere inserita in busta chiusa da porre all’interno del plico da inviare. Ciò per garantire il totale anonimato delle opere iscritte al Concorso.

Gli elaborati che risulteranno firmati verranno automaticamente esclusi.

Gli elaborati saranno sottoposti alla valutazione di una Giuria composta da persone qualificate ed impegnate nel campo della letteratura e delle arti i cui nomi saranno resi noti il giorno della premiazione.

Alla suddetta Giuria spetta il compito di stilare la graduatoria finale dei vincitori del Concorso senza ex aequo.

La Giuria dovrà, inoltre, pronunciarsi sui casi controversi e su quanto non espressamente previsto dal presente regolamento.

Il giudizio della Giuria è insindacabile.

Il comitato organizzativo dell’Associazione si impegna a fornire gli elaborati in forma rigorosamente anonima alla Giuria.

La partecipazione al concorso implica l’accettazione del presente bando in ogni sua parte.

Art. 3 Le opere inviate devono essere inedite e su ognuna deve essere indicato il nome dell’elaborato e la sezione per cui si concorre.

Non devono essere presenti dati anagrafici o qualsiasi altro elemento atto ad identificare l’autore dell’opera.

Art. 4   Ogni autore dovrà allegare in busta chiusa una breve documentazione contenente i propri dati anagrafici completi di indirizzo e mail (se in possesso), recapito telefonico. e  scheda di adesione con dichiarazione dell’autore relativa all’utilizzo dei propri dati personali per il concorso. E’ gradita, ma non obbligatoria, una breve nota biografica dell’Autore.

Art. 5   A parziale copertura delle spese di segreteria ogni autore è tenuto a versare una quota di € 15 per sezione di poesia o € 20 per entrambe le sezioni  tramite versamento su conto PostePay n. 4023 6005 9902 8257, con causale: “quota partecipazione concorso”.

All’interno del plico deve essere allegata copia della ricevuta di avvenuto pagamento.

Art. 6 Le opere dovranno essere spedite al presente indirizzo: prof.ssa Rosanna De Nigris – via don Minzoni, 25, cap 73051 – Novoli (Lecce) ,entro il 9 luglio 2011 (farà fede il timbro postale).

L’iscrizione al concorso è subordinata all’avvenuto pagamento della quota di partecipazione.

Per ogni ulteriore chiarimento o informazione si potrà inviare opportuna e-mail all’indirizzo concorsopoesianovoli@virgilio.it

Art.7    Ai vincitori verranno assegnati i seguenti premi:

Sezione A Premio I classificato: Soggiorno di 3 giorni a Novoli(LE) in occasione della

Festa  Patronale di Sant’Antonio Abate(16-17-18/01/2012) o corrispettivo in

Denaro con Targa e Diploma

Premio II classificato: Oggetto tipico salentino con Targa e Diploma

Premio III classificato: Targa e Diploma

dal IV al X classificato Attestato di partecipazione

Sezione B       Premio Salento Soggiorno di 3 giorni a Novoli(LE) in occasione della

Festa  Patronale di Sant’Antonio Abate(16-17-18/01/2012) o corrispettivo in

Denaro con Targa e Diploma

Le poesie segnalate dalla Giuria riceveranno un Diploma personalizzato di Autore Selezionato.

Art.8    La cerimonia di premiazione avrà luogo nel Teatro Comunale di Novoli.

La data sarà comunicata ai vincitori con almeno venti giorni di anticipo al recapito indicato dagli stessi.

Tutti gli altri partecipanti potranno prendere visione degli esiti concorsuali direttamente dal sito ufficiale dell’Associazione: www.associazionevivamente.blogspot.com

Art.9    È d’obbligo la presenza dei primi autori classificati alla Cerimonia per il ritiro dei premi.

Gli stessi autori sono tenuti ad assicurare, entro tre giorni dalla ricezione della comunicazione del risultato concorsuale, la presenza alla cerimonia di premiazione.

In caso di sopraggiunta impossibilità si può delegare persona di propria fiducia.

Per ogni eventuale comunicazione o chiarimento relativo alle modalità di partecipazione al Concorso si prega mettersi in comunicazione telefonica con la Segreteria dell’Associazione Viva Mente al n° 3773137512 o all’indirizzo e.mail:  concorsopoesianovoli@virgilio.it

Art.10 I partecipanti dovranno fornire, inoltre, una dichiarazione con la quale autorizzano gli organizzatori a pubblicare le proprie opere rinunciando a qualsiasi compenso sui diritti d’autore.

Le opere vincitrici e quelle selezionate saranno raccolte in un volume antologico che sarà disponibile a chi vorrà farne acquisto.

Art.12 In relazione alla normativa di cui al DLGS n° 196/2003 sulla privacy, i partecipanti devono acconsentire esplicitamente al trattamento dei propri dati personali per le sole finalità legate al Concorso in oggetto.

Art. 13 La mancata osservanza di uno qualsiasi degli articoli s.c. comporta l’esclusione dal concorso.

Novoli, 10 maggio 2011

ASSOCIAZIONE CULTURALE

“Viva Mente”

MODULO DI ADESIONE

Prima  edizione del Concorso Nazionale di Poesia

“VITULIVARIA”

Il/La sottoscritto/a _______________________________________________________________

Nato/a a __________________________________________(Prov.) ______

Il____/____/______

Residente a__________________________________(Prov.)______________________

in via ____________________________________(CAP)____________

Recapito telefonico: Fisso_______________    Cellulare__________________

E-mail  __________________________________________________

Dichiara

di aver letto e accettato il bando per il concorso di poesia “VITULIVARIA”, indetto dall’Associazione Culturale “Viva Mente” in collaborazione con il Comune di Novoli  e desidera partecipare al suddetto concorso, garantendo che l’opera inviata è inedita e di propria creazione.

Acconsente,inoltre, al trattamento dei propri dati personali per le sole finalità legate al concorso in oggetto e autorizza, altresì, la pubblicazione delle proprie opere rinunciando a qualsiasi diritto e compenso  sui diritti d’autore.

Allegati:

1. Copia del versamento di euro 15,00 (quindici/00) o euro 20,00 (venti)

2. Numero 5 (cinque) di copie del mio elaborato inedito

Firma

__________________________________

6

maggio

Alla mia mamma

Si avvicina la Festa della Mamma. Un giorno speciale per una persona speciale che lenta si perde nella nebbia dei suoi giorni. La mia mamma sta scivolando, dolcemente inconsapevole, tra braccia dell’Alzheimer che la corteggia da tempo e nell’ultimo periodo diventa sempre più insistente. La sta portando via da me…la sta portando in una realtà che non esiste se non nella sua mente…Dove sei, mamma? Il tuo corpo è qui, accanto a me ma la tua anima, la tua essenza dove sta andando? Ti guardo e vedo i tuoi occhi persi nel vuoto…Non mi so spiegare cosa stia accadendo nella tua mente, non riesco ad accettare…Tu che mi hai dato la vita, oggi sei un involucro sterile…Mamma, ti amo ancora di più per questa tua fragilità e vorrei col mio respiro ridonarti un soffio di quella vita che tu mi hai regalato col tuo amore.

Mamma…non smetterò di chiamarti oggi nè domani…sarai sempre mamma, per me…

6

maggio

Quando

Quando il cuore ti scoppia

e la testa vagheggia

nella corsa di frasi e ricordi

che tumulti danno alla luce.

Quando il tuffo del sole

all’orizzonte si incurva

e i gabbiani si oscurano

inquieti.

Quando i viali confusi

si intrecciano fitti

e la strada a vagare

smarrita tra  i raggi.

Allora  immergerò nel cielo

la mia anima assetata di infinito

a respirare aria

ad inventarmi ancora

a tessere arabeschi nell’azzurro

libera di esistere per me

sognante illusione disillusa

3

maggio

Un giorno all’improvviso…e intanto il fiume scorre

“Mi chiedevi spesso di scrivere un romanzo

sulla tua vita. Mi parlavi  della tua

infanzia,    della tua giovinezza in tempo

di guerra. Adesso che non ci sei,

raccoglierò  i frammenti della tua storia e,

raccontando  i tuoi ultimi giorni, ti riavrò

accanto per non soffocare di ricordi

inespressi. Riporterò il tuo tempo,  papà,

eternerò i tuoi  giorni attraverso parole che

non si  smarriranno nel segreto  viale di

cipressi.”

A  mio padre Gerardo, indimenticato

 

 

Come succedeva ormai da una settimana, anche quella mattina di febbraio mi avviai verso l’ospedale. Sola, mentre la luce del sole illividita da nuvole minacciose mi accompagnava nel doloroso tragitto in macchina, ero in preda a mille pensieri. Le ruote consumavano l’asfalto viscido, altre vetture bucavano il travaglio della mia solitudine richiamandomi ad un’attenzione svogliata, doverosa ma ingombrante. Avevo dormito male ma non ci facevo più caso…Avevo fretta e l’ansia mi faceva desiderare che tutto passasse, che rimanesse solo un brutto momento da vivere pazientemente e da ricordare tra le esperienze da dimenticare.

Una voce “dentro” mi infastidiva, mi suggeriva eventualità oscure che si vogliono ignorare. Un presentimento si insinuava mellifluo ma non volevo, non dovevo pensare.

Da lontano, finalmente, la sagoma imponente dell’ospedale, issato tra nuvoloni grigi, freddo gigante di inquietudine. Un tuffo al cuore. “In una di quelle stanze c’è mio padre – mi son detta tra me e me – la persona che mi ha dato la vita…Papà, non è possibile che io stia vivendo tutto questo, forse sto sognando”. Mi vengono in mente le parole di Calderon de la Barca, date quasi per scontate in citazioni più o meno banali, ma mai come in quel momento assertrici di verità. “La vida es sueño”, un sogno che è anche un’illusione, una metafora dell’essere che non si concretizza perché si dilegua. Dov’era il mio passato, dove il mio futuro se non ritrovavo più una direzione? Il timone della mia vita, colui che mi aveva insegnato a crescere, mi aveva educato all’onestà, al vivere corretto, che aveva contribuito alla formazione del mio bagaglio umano, era lì, steso in un letto, inerme di fronte alla sofferenza, annientato da un ineluttabile  percorso obbligato che ognuno deve compiere.

Dalla tangenziale, finalmente, ho imboccato l’uscita per l’ospedale. Avevo fretta di riabbracciare mio padre ma, nello stesso tempo, avrei voluto ritardare quel momento per continuare a pensare e nel pensiero costruire una realtà che non fosse la vera realtà. Due giorni  prima avevo provato l’angoscia di un risveglio impietoso. L’infermiere che assisteva papà durante la notte mi aveva telefonato all’alba per dirmi che, proprio durante quella nottata, mio padre aveva avuto un’emorragia interna abbastanza grave. Mi faceva male ricordare quegli interminabili momenti di attesa fuori dalla sua stanza, mentre il suo corpo sfibrato era tra le mani dei medici. Sentivo ancora nelle orecchie le loro voci concitate: “Bisogna fare una trasfusione…”. L’infermiera su e giù dalla stanza ed io che, ad ogni movimento, tentavo di penetrare con lo sguardo attraverso lo spiraglio che si creava tra la porta ed il muro ma vedevo solo il letto attorniato dai sanitari e dalle macchine. “Il battito sta calando…Proviamo con il defibrillatore” – e giù scariche…su mio padre. Una vertigine improvvisa…Nella sala d’attesa ho guardato mio fratello che tentava di nascondere le lacrime ma i suoi  occhi arrossati non mentivano. Un silenzio forte, presente, cupo. Uno sguardo, tra di noi, carico di frasi non dette, di speranze disperate, di temute conferme. Un camice bianco e l’invito silenzioso ad entrare uno per volta e per brevi attimi nella stanza dove ancora una volta si era combattuta una battaglia. “Può entrare in camera…solo per un momento, non lo affatichi”. In punta di piedi, timorosa di non reggere ma ansiosa, ho visto finalmente papà, circondato da macchine insondabili, il volto catturato in una maschera  collegata ad un respiratore e che, nonostante tutto, aveva conservato la dolcezza inconfondibile dei lineamenti. Un’idea di respiro si intravedeva attraverso la trasparenza dei tubi. Avevo le gambe piantate sul pavimento, non riuscivo a muovere un passo eppure avrei voluto abbracciarlo, correre da lui in uno slancio d’affetto, accarezzargli la fronte diafana. Un misto di indefinibili sensazioni durate un’eternità. “Papà, sono qui – stentava la voce a venir fuori – è passato tutto, cerca di stare tranquillo”. Lentamente aprì gli occhi. Sembra un atteggiamento normale ma quando vedi e ti accorgi che una persona non apre gli occhi capisci che non c’è più. Mio padre c’era ancora, mi guardava implorandomi silenziosamente, forse di smettere di soffrire. Cosa aveva provato durante quelle ore interminabili tra le mani dei medici? Cercava le mie parole che in quel momento non avevano la forza di essere dette. Scrutava sul mio volto segni di rassicurazione e manifestava mute domande: “Ce la farò? E’ arrivato il mio tempo? Cosa accadrà quando i miei occhi non avranno la forza di riaprirsi al mondo?” Tutto questo mi chiedeva mentre io mi disperavo e illogicamente tentavo una recita pietosa. La vita è una beffa. Ti inganna, ti stordisce illudendoti con sprazzi di felicità e poi ti pugnala con l’inesorabile sentenza. Chi avrebbe potuto riconoscere in quell’uomo prostrato, attraversato da tubicini con flebo sospese come doni su un albero della cuccagna, devastato da  edemi ed ematomi, il mio papà, il mio grande e generoso papà, solido come una quercia, limpido come una sorgente di montagna,  prodigo come un campo di grano. Supplicavano i suoi occhi  risposte vane. Quante volte si era affidato alle mie cure, durante il percorso della sua malattia, e riponeva grande fiducia in me, rassicurato, a volte, quando aveva malesseri inusitati e preoccupanti. Allo stesso modo, in quel momento, dopo aver “ripreso” a vivere cercava parole confortanti con uno sguardo che scolpiva sempre più il mio dispiacere.

A tutto ciò ripensavo mentre salivo le scale dell’ospedale e mi sentivo il cuore pulsare in gola. Ad ogni rampa  sostavo per permettere al battito di rallentare e anche per un bisogno ulteriore di prepararmi a rivedere papà. Avevo un’oscura percezione che probabilmente scaturiva dall’angoscia provata  giorni prima. L’odore nauseabondo del disinfettante si mescolava al respiro corto che avevo una volta arrivata nella vasta sala d’attesa del sesto piano. Il solito tram-tram  del personale di servizio mentre entravo nella stanza dove mio padre mi aspettava. Era sveglio, quella mattina, e mostrava i segni della lunga nottata passata in compagnia della solita maschera d’ossigeno tenacemente avvinghiata al suo viso sofferente. La mia voce, lontana da me stessa tanto da non sembrare mi appartenesse, risuonò forzatamente vivace: “Papà, sono qui…Allora, che mi dici? Come sei stato questa notte?”- inutile chiederglielo. Sapevo già quanto fosse difficile riposare in quella posizione supina, con quella maschera sigillata che insufflava aria ma toglieva respiro. Aveva il viso gonfio ed erano evidenti i segni lasciati sulle guance dalle cinghie strette accuratamente attorno al capo per non permettere la fuoriuscita di alcun refolo d’aria. Ho voltato lo sguardo verso la finestra. Benché fossero ancora le sette del mattino, in realtà l’attività del personale ospedaliero era già fervida. Rumori di carrelli, via vai di gente per i cambi di turno, fermento tangibile di operosità. Dall’alto di quel sesto piano si poteva vedere bene il cielo che, prima completamente minacciato da nuvole sinistre, man mano si andava schiudendo a balbettanti lembi d’azzurro pallido frastagliato da antenne e cime di palazzoni scuri. Fuori da quella stanza, verso un orizzonte irraggiungibile…era lì che avrei voluto dirigere il mio corpo… Avere le ali e  fuggire via dall’oppressione che mi sprofondava nel dirupo.

“Papà, proviamo a bere un sorso d’orzo?” – mi avvicinai sperando di convincerlo a fare colazione – senza aspettarmi nessun risultato. Infatti, scosse lentamente la testa in segno di diniego e accennando alla tortura di quelle cinghie che gli immobilizzavano il capo. Sul monitor al suo fianco, i suoni erano regolari ed i valori che si illuminavano ad intermittenza sembravano contenuti. “Guarda, papà, se mi prometti di bere un po’ d’orzo, chiamo il medico e gli chiedo di togliere quella brutta maschera. Vuoi?”. Lo vidi all’improvviso rasserenato. Voleva respirare da solo, voleva sentirsi liberato, affrancato dalla stretta di quell’aggeggio infernale che lo allontanava dal respiro del mondo. Arrivò, frattanto, il medico che, prima di togliere il “ragno” ( come era definita in gergo sanitario quella maschera), prese il valore della saturazione e, dopo una verifica, concesse finalmente a mio padre il permesso di sciogliere quelle cinghie. Non so quali sentimenti si stessero accavallando in quei momenti dentro di me…Osservavo ogni movimento ma non vedevo perché il mio pensiero, tumultuoso, navigava su un mare gravido di onde. Una soverchiante tempesta di impressioni mi scuoteva eppure ero lì, costretta a parlare, a recitare, a compiere gesti quotidiani…prendere il tovagliolo, adagiarlo sul suo petto, imboccare papà con cucchiaini d’orzo annacquato, far festa per ogni piccolo centellino trangugiato, proprio come con i bambini nelle loro prime pappe. Istanti preziosi avviluppati in un turbinio di attese che non si fanno scrupolo di fiaccare le ultime briciole di speranza. Dopo la mia “piccola” vittoria ho lasciato che, tranquillamente, si adagiasse sul cuscino ed io sono rimasta in piedi, accanto a lui, a carezzare la sua fronte, la cui pelle sottile si riscaldava sotto le mie dita. Avrei voluto quei momenti solo per me ma l’infermiera di turno, violando quella preziosa intimità, mi richiamava all’ordine, invitandomi perentoriamente ad uscire dalla stanza. Che assurdità! Quale fastidio potesse arrecare la mia presenza al capezzale di mio padre non lo saprò mai, né mi perdonerò di aver ubbidito a quell’invito. Non avrei dovuto eseguire educatamente quanto richiestomi. Ma la buona educazione mi imponeva di essere ligia e, mentre prendevo la mia roba, un’altra carezza… “Torno fra poco, papà…aspetto fuori, in sala d’attesa.” Lo sguardo di sconforto di mio padre. Non lo potrò dimenticare mai, finché avrò vita, fino all’ultimo dei miei giorni ed oltre, se ci sarà. Mi ha trafitto con i suoi occhi, sperando che io reagissi a quell’imposizione ma in quel momento, così particolare e così carico di tensione, la solita infermiera mi raggiunse invitandomi più bruscamente ad uscire. Abbozzai un cenno di saluto con la mano. “Sono qui fuori… ci vediamo fra poco”.

Non ti avrei più rivisto! No, non potevo credere al medico che, dopo appena mezz’ora trascorsa in quella sconfinata sala d’attesa, mi fece cenno di avvicinarmi. “Signora…venga” – “Che succede?” – in un balzo fui da lui, sulla soglia della grande porta metallica a vetri opachi che divideva il reparto dalla sala d’attesa dove avevo stazionato frastornata, senza alcuna voglia di fare conversazione né tanto meno di leggere. Neanche l’ immancabile libro che, solitamente mi accompagna ovunque, ha avuto il potere di distrarmi da pensieri pesanti come macigni, da presentimenti insinuanti e devastanti che sfilavano in quei minuti vissuti in attesa. Avevo tentato di leggere qualche pagina ma, in quei momenti, anche “Le Confessioni” di Sant’Agostino non erano servite a far cambiare direzione alla mia angoscia. Mi accorgevo di scorrere con lo sguardo sulla stessa frase senza afferrarne il senso. La mia solitudine e la solitudine di mio padre. Due solitudini, due diversi mondi che hanno visto il loro orizzonte velarsi di un tempo intangibile. “Il tempo è un’invenzione dell’anima” mi ritornava in mente la frase di Sant’Agostino, ma il tempo è dunque un’illusione peregrina che fluttua assecondando le situazioni. Non so quanto sia trascorso del mio tempo ma quando il medico ha poggiato la sua mano sulla mia spalla e mi ha detto: “Si è addormentato sereno…Non ha sofferto”- non ho capito allora se stessi vivendo o sognando di vivere, non ho concretizzato se quelle parole fossero effettivamente dette o immaginate, se io, sola, in quella stanza, fossi ancora io o l’immagine di me vista attraverso uno specchio. Non ho parlato. A che servono le parole quando c’è una folla disordinata di riflessioni che si accalcano, che ti invadono e ti lasciano senza voce? Mi sono rannicchiata su me stessa, quasi a parare un colpo forte allo stomaco. “Signora, si faccia coraggio. Ha smesso di soffrire.” – mi giungevano ovattate le frasi che sentivo sincere ma mio padre, dov’era? In quella stanza dove l’avevo lasciato salutandolo oppure nel mio cuore che era braccato da quel dolore violento, insopportabile? “Non posso entrare lì dentro…”- continuavo a ripetere tra me e me – “mio padre rimane accanto a me, qui, tra le mie mani che hanno ancora le sue carezza tra le dita…Te ne sei andato così, senza dirmi una parola…Se n’è andata una parte di me”.

Raggomitolata sempre più su me stessa, lacrime cristallizzate, pietrificate dalla fredda consapevolezza che non avrei più ritrovato mio padre. In quel momento ho sentito le ruote della barella, ho guardato istintivamente  attraverso la porta e l’ ho visto, libero finalmente dalla stretta della maschera e dal travaglio di tubi, aghi e fili arrampicati sulle braccia tumefatte ed ho ripensato alle parole del medico…”era sereno…ha chiuso gli occhi dolcemente…”.

“Era una tua peculiarità la dolcezza e ti ha accompagnato fino alla fine. Il mio tempo si è fermato. Il tempo della mia infanzia, delle corse verso le tue braccia tese che poi mi sollevavano in aria e mi riportavano giù. Il tempo della mia giovinezza, quando ti sedevi accanto a me sognando di ascoltare un pezzo al pianoforte suonato senza troppi errori, dovuti soprattutto all’emozione di averti vicino. Quanto interesse dimostravi per i miei studi quasi che fossi tu, privato da ragazzo dal poter studiare musica, a eseguire quelle melodie. Intonavi le romanze celebri ed io, che accompagnavo al pianoforte, mi sentivo importante, consapevole che la musica innalza l’animo, contribuisce a sentirsi parte di un mondo universale. Il tempo della maturità scandito dalla tua instancabile fede che ha sorretto le mie debolezze, ha creduto nella forza della vita che si è rinnovata nel miracolo della nascita di mia figlia. La tua euforia nel sentirti chiamare “Nonno” dalla nipotina desiderata sopra ogni cosa. La tua pazienza nel sopportare i suoi scompigliamenti tra i tuoi capelli candidi sottoposti alle tenere angherie dell’unica ed amatissima nipote, reginetta del tuo cuore. Il tuo sorriso… la tua voce…i tuoi occhi…chiusi per sempre.” Si susseguivano immagini lontane e presenti, ore intense e felici, mescolate a rapidi e disperati sussulti inespressi mentre restavo immobile. Era come se la tua stessa immobilità avesse trasfuso in me rendendomi incapace di compiere qualunque gesto o azione.

Solitario il pensiero, in un furioso sovrapporsi di istanti, flashback e riecheggiamenti, rincorre…si aggrappa…si adagia su riverberi di vita vissuta che ora sono perle di memoria.

2

maggio

E’ arrivata la sera

.

La testa reclinata…
dolcemente si insinua
tra  i bianchi capelli
il riflesso della lampada
accesa in cucina
Nell’ora che volge al tramonto
con lo sguardo perso nel vuoto
seduta al tuo solito posto
insegui  ricordi svaniti
tra primavere fiorite  di sogni
Si intravede il barlume di stelle
tra i vapori del giorno
che lento si affida alla notte
quando arriva, inusitato profumo,
un aroma di giovinezza perduta
Echi di gaie risate e sorrisi intessuti
di improvvisa baldanza
rossori e timidi incanti
tra brezze di amori innocenti
all’ombra di giardini in penombra.
Estemporanea ondata di memoria
nella coltre che ricopre la mente
e si strugge a rincorrere invano
un passato sfumato e lontano
fievole abbozzo nell’ora più fioca!
Sembra non essere stato
quel sogno durato una vita!
E intanto è  arrivata la sera…

.

26

aprile

Salve a tutti!

Mi inserisco ( è proprio il caso di dirlo) in punta di piedi in questo nuovo mondo di Technologeek Word.

Inizia la mia avventura…