nov 29

Un dono prezioso

Perché nella rugiada delle piccole cose

il cuore scopre

il suo mattino e trova conforto

(Gibran)

Nella via si vedevano uno per volta le luci rossastre, quasi cupe dei lampioni; ma la nebbia fittissima era circonfusa di un chiarore scialbo, bianchiccio, che si faceva più vivo e insieme più denso accanto ai lampioni, che lasciavano appena scorgere un tratto del marciapiede bagnato.Del resto, le vie di consueto così piene di gente e di automobili erano quasi deserte:era la sera di Natale.Per strada, si potevano scorgere i negozi tutti chiusi ma dalle finestre delle abitazioni uscivano qua e là dei suoni bizzarri, allegri.   La felicità regnava nelle sale da pranzo.

Si avvertiva il cozzare  dei bicchieri, le grida acute di gioia, i cori di risate sguaiate.Era un’orgia, ma l’orgia Santa della famiglia.Sotto  ad un balcone dei più chiassosi, Alberto si fermò a sentire.   Dapprima non riuscì  a distinguere nulla, poi, a poco a poco; fu capace nel gran baccano a scorgere le voci:un bambino gridava:-Mamma, cosa porterà questa notte  babbo natale?-; gli sembrò di indovinare le parole della madre…

Alberto non sapeva cosa fare, era solo, in una nuova città, non aveva ancora un amico, un conoscente. Ma nonostante quella solitudine, provava dentro, l’inquieto desiderio di far baccano:

Sentiva la necessità di parlare, di espandere il suo cuore…Si trovò così presso piazza del Duomo:quando camminava senza sapere dove andare, ed era quello che accadeva spesso, le sue gambe lo portavano  lì, sempre allo stesso luogo.In una strada adiacente, infatti, stava  una ragazza, una fioraia che solitamente cercava di offrire i suoi fiori a chi  avesse voluto acquistarli.

Alberto l’aveva notata fin dal primo giorno della sua breve sosta in quella città.Tornava a vederla tre o quattro volte, quasi ogni sera, verso le sei, nell’ora già buia, in cui si accendevano i lampioni e l’andirivieni  della gente affrettata, che correva a casa, metteva addosso anche al camminatore tranquillo una certa impazienza attiva, esaltando la fantasia…Alberto, avvertiva una profonda vergogna doverlo ammettere: quella figura lo aveva attratto…ma non per la bellezza che ella emanava, né si era prefissato di voler dare sfogo a chissà quale frivola fantasticheria, ma semplicemente fu colpito dalla dolcezza e dal modo di fare che lei sapeva traspirare con tanta semplicità.   Osservandola, avvolte, anche involontariamente, intuiva che  il sorriso di quella donnetta, che spesso elargiva ai passanti , era sincero, limpido, veritiero.Aveva tutta l’aria di colei che guardava alle piccole cose e che per esse viveva, nonostante la vita l’avesse , sicuramente,  privata di chissà quante cose…Addirittura, l’istinto, tante volte, l’obbligava irresistibilmente a cercare persino tra le donne che incontrava per strada, certe rassomiglianze che parlassero di lei.E troppo spesso si toccava il viso, come per accorgersi che quelle rassomiglianze vivevano soltanto nella sua immaginazione.La ragazza andava sempre di fretta, per i fatti suoi; ma la prima volta che Alberto la incontrò fu dinanzi alla vetrina di una grande oreficeria , dove con il suo fascio di fiori, tra le braccia, si era fermata.Stava facendo sera e gli ori scintillavano, i diamanti brillavano e le perle, disposte in bella mostra nella vetrinetta, mostravano un punto lucido di candore ammirabile. La giovane, ad un tratto si voltò con gli occhi sfavillanti e con le labbra  aperte ad un ingenuo sorriso, poi accortosi di Alberto, si strinse nelle spalle e andò via lesta come una saetta. Lui cominciò a correrle appresso e lei scivolando tra la gente, cercando a tratti di evitare le automobili che percorrevano la strada, senza scomporsi andava avanti col suo passo snello. Svoltò un angolo, sembrava fosse smarrita; ma eccola di nuovo,lontano, che passava dinanzi ad un caffè; Alberto dietro, e lei a destra, poi a sinistra, finché d’un tratto lasciando perdere ogni sua traccia  e sparve. Alberto non riusciva a comprendere perché il sorriso di quella fioraia avesse tanto suscitato  così grande  trasporto nel suo animo.  Rammentò ancora il suo passato, quando Chiara si mostrava docile: lei spesso lo guardava così quando, al ritorno da un viaggio di lavoro, lui le portava, ad esempio un regalo, o quando nel giorno del suo onomastico, lei entrava nella camera di buon mattino, dopo aver picchiato leggermente all’uscio e chiedendo con l’allora sincera voce:

-Si può?- Poi gli balzava accanto ricoprendolo di baci.

Alberto, allora, le stringeva le mani e l’accarezzava baciandole la fonte, la quale raggiava di contentezza.Ma ormai quello era soltanto un ricordo, un ricordo che necessitava d’essere rimosso il più in fretta  possibile, anche perché di quelle scene, nel proseguo della loro vita in comune non ne capitarono più…

Alberto non aveva nessuna speranza di vedere, quella sera di Natale la sua fioraia, giacché l’ora solita era passata da un pezzo e lei, d’altro canto, doveva, come tutti gli altri, starsene occupata nelle solennità del baccano natalizio.Ma passando, adesso, dinanzi alle scalinate del  duomo, che tante volte l’avevano vista intenta a vendere i propri fiori, gli parve che in fondo al buio ci fosse un’ombra. Fatti dunque quattro passi più avanti, Alberto girò la testa: vide dei fiori luccicare nella penombra:era lei. Rimase incerto un momento, come a voler decidere se continuare a tirare avanti o tornare indietro. Lei si mosse finalmente, e con la coda dell’occhio lui la vide

In tutta la sua “semplicità appariscente”. Alberto arrossì di se, arrossì   nello stesso tempo della sua inconsapevole timidezza: gli sembrava ridicolo avvicinarla… e poi perché mai avrebbe dovuto,  farlo?Ma quella sera, la sua anima sentiva la necessità di…elevarsi, ebbe infatti la percezione che quella figura; forse avesse potuto donargli qualcosa: un semplice sorriso, proprio ora che ormai aveva incarnato dentro le sue angustie. Via!, si fece coraggio e avvicinatosi come qualsiasi compratore la salutò -Buona sera .- La  fioraia non rispose, anzi fece qualche passo indietro porgendogli un fiore. Avvicinatosi … di nuovo:-Buona sera,che bel sorriso! Ma  anche in questa Santa notte sei qui a vendere i tuoi fiori?-Lei rispose con un atto di spalla poco garbato :-Mi lasci in pace!, compri i fiori se vuole e… vada per la sua strada. E, benché  Alberto non si mosse, aggiunse:-Lei non è educato, non si seccano le ragazze oneste così…e lei mi secca proprio, ma proprio!-Allora l’orgoglio di Alberto, ribellandosi lo fece andare di volta e con aria risoluta fece per allontanarsi, poi quasi studiando di modulare la voce ad un’espressione dolce, le mormorò:Mi sembra inutile che tu stia qui a quest’ora…s’io potessi accompagnarti…Sono un buon uomo, sai, non credere io abbia intenzioni cattive, e poi tu sicuramente mi avrai già visto più volte, ultimamente,  da queste parti…–Sicuro- rispose lei -Mi sta sempre dietro, si direbbe che non abbai altro  di meglio da fare! –-Se tu sapessi perché mi trovo qui, non parleresti a quel modo…Non ho nulla da fare in questa benedetta serata… il tuo sorriso mi ha colpito tanto- Alberto disse tutto d’un fiato. Poi continuò: -Sono un poeta, uno scrittore, e come tale cerco di comprendere l’animo umano…Che nome hai?–E a lei cosa importa- rispose  risoluta mostrando con un sorriso i denti bianchissimi.- Vada via subito!, se il mio ragazzo la vedesse…-. –Aspetti dunque il ragazzo?–Certamente! Doveva essere qui già da mezz’ora.- e intanto pestava i piedi per il freddo, infatti le sue mani, che Alberto aveva inavvertitamente sfiorato, erano gelate. -Che uomo poco garbato  deve essere il suo ragazzo!-Disse tutto ciò con una punta d’ironia, dandole a vedere che avesse voluto crederle, ma in realtà, Alberto, aveva perfettamente intuito che in effetti  lei non stesse aspettando nessuno, ne tanto più sapesse dove andare. Quindi gli venne in mente un pensiero, che afferrò subito:

-A cena… Vieni con me, cena con me- Lei, sorrise di quel sorriso che  lo aveva involontariamente affascinato, poi con risolutezza esclamo:-D’accordo, andiamo!-

Il salone del ristorante dell’Hotel “Eden” , dove Alberto si trovava alloggiato da alcuni giorni, era già imbandito per il gran cenone. Nell’entrare i camerieri guardarono quella misera  ragazza dalla testa ai piedi con nobile sussiego…Alberto fece accendere due candelabri sul loro tavolo e in quella gran luce le pareti parevano tingersi d’un giallo d’oro. Lo stomaco della fioraia era impaziente, l’appetito, il bisogno di mangiare era così violento che le sembrò impossibile poter, in seguito digerire; e quella “festa”, che ora via via si sviluppava nel suo ventre, invocata invano da tanto tempo, le aveva quasi fatto scordare quel buon uomo, che il cielo , quella sera, aveva mandato. Le braccia, alzate in aria verso l’alto, per levare il misero giacchino, lasciarono intravedere nette le linee del corpo, appena nascosto dall’abitino attillato, così leggero, che sembrava d’estate. Si sedettero l’uno accanto all’altra cominciando a sorbire ogni sorta di leccornia e a bere del buon vino Bordeux…Alberto gioiva, si sentiva appagato, poteva stare in compagnia e donare qualcosa di suo. Ogni candela mandava sulle loro facce strisce lucide come scintille elettriche. Il vino assomigliava a pietre preziose liquefatte:rubini, topazi, ametisti.Il cameriere, disposti in ordine i dolci sulla tavola stappò bottiglie di Champagne e fatta una riverenza rispettosa, non priva di malizia , andò via.

-Non desideri altro?- disse Alberto , rivolgendosi alla  fioraia.

-No, grazie, sono sazia- rispose.

-Un bicchiere ancora?

-Questo si!

- Ma insomma, potrei sapere adesso il tuo nome?- incalzò Alberto, mentre si apprestava a versare il contenuto dall’imperiosa bottiglia, nella coppa di lei.

-Oh, che sciocca, ha ragione, mi chiamo Alessia!-

-E il tuo ragazzo?-

-Il ragazzo? Che ragazzo…- le rispose

-Le dissi così per dire, in verità credevo che lei mi importunasse e allora ho inventato che… anzi a dire il vero l’ho avuto per un certo periodo, ma mi picchiava, voleva che gli portassi sempre soldi e…Ma senta, senta com’è andata la storia…-

Alberto non la ascoltava  più: provava languore a sentirla parlare a quel modo,la guardava con benevolenza. La personcina era bella, il volto aveva dei lineamenti delicati, la pelle liscia e biancastra…La interruppe, mentre continuava con flebile voce a raccontare le sue avventure:

-Quanti anni hai?-

-Ventisette- rispose Alessia, riprendendo la sua narrazione ininterrottamente.

Alberto, senza accorgersene mise una mano dentro una tasca della propria giacca e tastò un qualcosa d’insolito: una collanina d’oro rimasta lì dopo averla acquistata un tempo durante un viaggio di lavoro, per donarla alla moglie, ma non lo fece mai. Infatti dopo il rientro, Chiara manifestò solo le sue inutili e assurde gelosie tanto da fare perdere la gioia, il gusto, ad Alberto di potergliela regalare.

La levò dalla tasca e gliela posò attorno al collo.Lei d’apprima la guardò attentamente, poi esclamò con stupore:  -E’ d’oro!- Alessia alzò il capo, la faccia aveva preso nella gioia un’espressione nuova; le labbra coralline ed aperte in arco facevano cornice al candore dei denti perfetti.

-La puoi tenere, te la regalo- disse Alberto.

Alessia corse vicino a lui e lo strinse con le braccia, poi si mise nuovamente a sedere sorridendo:

-Ma perché fa tutto questo per me?-

-Ho, nulla- rispose lui, – per donarmi e donati un istante di felicità!

Il vino che Alessia aveva bevuto cominciò a farle girare la testa, sbadigliò stiracchiando e braccia, parve mortificata per quel gesto istintivo, poi posò il capo sulla tavola come volesse addormentarsi.   Alberto la sollevò con delicatezza e la fece salire nella sua camera.

La fece sdraiare sul proprio letto scostandola appena.

Le adagiò il cuscino sotto il capo e andò ad aprire la finestra della camera.La nebbia entrò nella stanza come fumo denso: non si riusciva a vedere nulla, neanche i lampioni delle vie, poi si mise a sedere su di una poltrona accanto al letto e iniziò a fumare…

Non voleva svegliarla, rimase lì, quieto a contemplarla entrando a poco a poco nei ricordi…

Rammentò lo scorso Natale, trascorso assieme a Chiara e i colleghi facoltosi, si vide attorno ai tavoli imbanditi a festa.Provò repulsione, quando gli tornò in mente che durante la cena, una povera fioraia si avvicinò alla tavola per cercare di vendere qualche fiore ai commensali, e Chiara, l’aveva scacciata in malo modo… a modo suo…Quello non era Natale…Quest’anno , invece Alberto aveva trascorso il vero Natale:Il semplice e delicato sorriso di Alessia, umile , stupita di fronte all’inabituale bontà, che ancora qualcuno poteva donarle, fu il regalo più prezioso che Alberto ricevette quella notte.Quante volte aveva detto a Chiara che la gioia è intessuta nelle semplici cose e la felicità sta nella gioia stessa di donare agli altri qualcosa di “vero”, anche un semplice gesto, un sorriso, che nasca dal cuore!Si sentì talmente rapito da questi pensieri, tanto da non accorgersi che ormai era quasi giunta l’alba:Prese allora una busta da lettera, mise una discreta somma di denaro, e intanto, chiamato a se il cameriere, gli disse di consegnare quella lettera alla ragazza quando si sarebbe svegliata e di mandarla a casa in taxi.Quindi lo pregò di spedire, al nuovo indirizzo, i propri bagagli e fece sapere che prima di partire, sarebbe stata sua premura saldare il conto.Guardò un ultimo volto quell’esile donna, le carezzò i bruni capelli e andò via.

Al risveglio Alessia ricevette la busta sigillata:al suo interno  vi era il denaro e una lettera, la aprì e lesse:

-Piccola, grande ragazza I tuoi fiori li ho comprati tutti, te li ho pagati molto di più…Non so che cosa mi abbia abbagliato di più, se il tuo volto sincero o la tua capacità di sorridere malgrado tutto. Tu sai cosa sia il vero senso della vita. Grazie per avermelo ricordato -

(C) Paolo Musolino

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lug 04

La Bellissima

C’era un gran tumulto quella mattina di fine Luglio alla stazione sulla banchina da cui doveva partire il treno internazionale Parigi- Berlino; e proprio sotto la vettura di Fabrizio . Naturalmente quel genere di tumulto misurato in sordina, se non sia contraddizione di termini, che è proprio  di quella gente nordica, pigra a pensare e ad agire, di umore più triste che gaio come  per intonarlo alla sua terra severa; ondulazioni appena accennate, coperte, come in quella stagione ancora per poco estiva, di prati verdissimi o di irregolari macchie di bosco, con alberi foschi, querce, aceri, abeti e betulle. Dal finestrino  dal suo posto d’angolo nella vettura, Fabrizio osservava quel gran tumulto, ma in fondo era soltanto l’affaccendarsi di cinque o sei ragazze giovani, fresche, due o tre  con cartelletta di studentessa, che tenevano in mano chi una valigia chi un pacchetto chi un mazzo di fiori chi un libro di chi sa quale argomentazione, ogni tanto si abbracciavano, ridevano, chiacchieravano fitto. Belle ragazze come sono generalmente quelle nordiche, tutte alte, tutte bionde, o con i capelli di quel colore di paglia e d’argento che da noi si fanno a caro prezzo le ballerine del varietà, con gli zigomi rilevanti ed un naso a punta e all’insù , gli occhi di un azzurro pallidissimo di quei cieli stinti dalle troppe lavature delle piogge, la prima impressione è che gli occhi abbiano mutato sede più o meno tutte precise. Fabrizio si accorse che due di quelle ragazze erano più belle delle altre, proprio belle,prescindendo dagli zigomi e dal naso all’insù, con una pelle trasparentissima e chiome di miele tagliate a zazzera e gambe da corridore sui cento metri e petto in proporzione, esuberante quanto bastasse per rompere con un vantaggio di un ventesimo di secondo il filo di lana del traguardo.

-Chissà se partono con questo treno queste ragazze, speriamo che me ne capiti un paio nello scompartimento- pensava Fabrizio,ma questo a poco a poco si riempiva di uomini. Quando  suonò il segnale della partenza  vide che una sola prendeva posto sul treno, una delle due bellissime, che egli aveva distinto dalle altre soprattutto perché era la sola che avesse il viso truccato e le ciglia lunghissime; salì con una valigia, passò davanti al suo scompartimento , andò dunque a prendere posto più lontano; le amiche rimaste sulla banchina le fecero passare per il finestrino le altre valige e i pacchetti e i fiori e il grosso libro e risate e parole che certamente in una incomprensibile lingua piena di vocaboli erano saluti ed auguri di buon viaggio.

Quando il treno si mosse la bellissima rimasta a terra si mise a correre per un poco appresso al treno per dire ancora chissà cosa alla bellissima che partiva. Fabrizio apparve quasi seccato nel constatare che la bellissima non fosse entrata nel suo scompartimento. Così uscì nel corridoio per vedere come si fosse accomodata; la trovò due scompartimenti più in là assieme a  due altri fortunati viaggiatori che già si intrattenevano con lei. Fabrizio  non era stato mai uno di quegli insopportabili dongiovanni che sono in genere gli italiani in patria ed ancora di più all’estero, sempre con gli occhi in caccia alle donne, sempre con la potestà dell’avventura di viaggio; per lui incontrare e conoscere donne nei paesi stranieri faceva parte della sua esperienza professionale di giornalista. Le donne, fanno capire un paese più in fretta che gli uomini, essendo più conservatrici, più attaccate alle consuetudini e alle tradizioni. E questo è vero anche per quei paesi nordici, pur se così poco vi sia sentito il confine tra  i due sessi e le donne si arroghino tutti i diritti degli uomini e le loro funzioni, e sono ministre, diplomatiche, direttrici d’azienda, campionesse, soldate, fattorine  e seduttrici, perché in quei paesi iper-nordici nelle faccende… d’amore gli uomini sono riluttanti, assenti e passivi, e le donne impetuose e offensive e ad ogni modo appaiono più vivaci e più svelte degli uomini.          Il treno proseguiva la sua incessante corsa, aveva fatto un bel pezzo di strada; si fermava spesso nelle varie stazioni; gente scendeva e nessuno saliva, a poco a poco il treno si vuotava. Nello scompartimento di Fabrizio era rimasta una persona sola, in quella della ragazza nessuno all’infuori di lei. Uscita nel corridoio guardava dal finestrino quella sua patria grigia, informe, sotto un gran cielo che poteva sembrare velato di caligine, così bianco; si capiva che invece era il suo modo di essere sereno dai nuvolosi d’un bianco più lucido che vi correvan sopra, da una luce tenue di sole, diffusa sulla campagna, che a fatica la rigava d’ombre dove si urtava a case o ad alberi. Una volta, quando Fabrizio collaborava al supplemento umoristico del suo giornale, in una rubrica di sciocchezzuole, scrisse che si vuole attaccare discorso in treno con una ragazza, alla vieta formula  “Signorina, le dà fastidio il fumo?” sarebbe convenuto sostituirne di più nuove, per esempio: “ Signorina, le dà fastidio una piccola avventura di viaggio?”Ma quella mattina egli ricorse ad una formula  non molto brillante né spiritosa. Chiese alla bellissima, dopo  esserle stato accanto a guardare la campagna: “Signorina, le dispiace se vengo nel suo scompartimento a cercare la sua compagnia? Il viaggio è lungo e in due ci si annoia di meno”. Disse pressappoco così, e  la bellissima, di gran cortesia tipica di quelle ragazze nordiche, non gli rispose male come avesse meritato. Avrebbe potuto mandarlo a quel paese nella sua lingua, non gli voltò le spalle, ma  illuminò di subita allegria il viso fino allora pensieroso e malinconico:”Ma certo, anche io amo la compagnia”;dopo pochi istanti la roba di Fabrizio si trovava nel suo scompartimento, aveva chiuso la porta, preparandosi a far la faccia seria a chiunque  avesse voluto disturbare la loro solitudine. Per molte ore nessuno li disturbò. La ragazza era proprio quella che ci voleva per far passare il tempo. Conversava volentieri  in un italiano corretto o in un francese molto pittoresco, poverissimo di aggettivi, ma ricco di modi corretti, così il suo aggettivo preferito era “formidable”. Il suo contegno era misto di raffinatezza, acquistata nei suoi soggiorni a Parigi , e di infantile. Si divertiva un mondo ai complimenti che Fabrizio le snocciolava con stile.

-Chi  era-, le chiese, – quella bella ragazza che era alla stazione e che si era messa a correre lungo il treno?-

- Mia sorella, Miss Polonia 2005-

-“Formidabile”- rispose Fabrizio, tanto per restare nel suo stile.

-Ma non è più bella di lei;-continuò – e lei com’è che non è Miss Polonia? Non ha mai concorso?

-Oh,io ero Miss Polonia 2004-

Cosa poteva dire Fabrizio a questo punto se non ripetere “formidabile”?

-E magari Sua madre fu a suo tempo Miss Polonia…-

-Mia madre è bellissima anche oggi;- rispose lei, – ma ai suoi tempi non usavano i concorsi di bellezza. Vuol vederla?-.  Prese dalla borsetta la fotografia di una donna sui quaranta, tutta quadrata, spalle bacino mento e fronte; a guardarla bene, Fabrizio poteva accorgersi che ella avesse gli stessi lineamenti della figlia che lievissime deformazioni avevano spogliato di freschezza, di armonia, di fermezza di contorni. Poi la bellissima mostro la fotografia della sorella Miss Polonia dell’anno corrente e di un’altra sorella giovinetta e fotografie al mare o in campagna con parenti ed amici. Fabrizio più osservava quelle fotografie e più quei giovani, maschi e femmine, apparivano ai suoi occhi più o meno tutti uguali, non distinguibili gli uni dagli altri come succede con i cinesi;tutti con il naso all’insù e le narici attente e gli alti zigomi e le chiome scolorite e il viso senza ombre.       Facendo la corte alla sua compagna di viaggio a Fabrizio parve  che la bellissima stentasse comunque a comprendere bene la lingua con cui egli stesso cercava di esprimersi, infatti non si era sbagliato, anche se la ragazza era di famiglia cittadina da una generazione o due, e aveva già studiato all’università di Parigi e aveva preso su quanto bastava delle usanze occidentali per mettersi troppo nero sugli occhi e irrigidirsi le ciglia di troppo rimmel e rifarsi il rosso delle labbra ogni mezz’ora.  Certi discorsi non li seguiva, con tutta la sua cultura universitaria; e se ne avvide quando le raccontò una storiella a proposito di quel suo ridarsi il rosso alle labbra  ogni mezz’ora… Gli mostrò infine una fotografia dove appariva in costume da bagno, assieme con le altre sorelle e altre ragazze e ragazzi; poi rimase con la foto in mano a guardare fuori dal finestrino, nuovamente con espressione assorta e malinconica che aveva nel corridoio, prima che Fabrizio le rivolgesse la parola. Ad un certo momento si scosse, come risvegliatasi da un suo fantasticare; e riprese: – Vede questo ragazzo?- indicando un giovane nella fotografia  – si era messo a fare la gara, chi saltava meglio in acqua dagli scogli, a un certo momento non so come inciampò, o forse prese male la misura, fatto sta che cadde con la testa sugli scogli; lo hanno salvato tante operazioni, lo hanno curato salvandogli la vita, ma cosa gli serve la vita adesso?-  Un lungo silenzio seguì alle sue parole. Aveva ripreso a guardare fuori del finestrino, quando cominciò a parlare aveva il tono distratto di chi parla delle faccende di un’altra persona: -Ci dovevamo sposare. Non eravamo tanto…”affiatati”, ma insomma eravamo in linea di massima d’accordo, e le nostre famiglie erano contente-. Di nuovo tacque a lungo.

- Anche per questo torno  spesso a Parigi-. Fece un gesto come per scacciare via i ricordi e le idee tristi e quel gesto fece cadere a terra il bastoncino del rossetto che assieme ad altri ammennicoli aveva tolto dalla borsetta e disposto sul tavolino sotto la finestra; il tavolino era ingombro, c’era un libro, giornali, i guanti, un mazzo di fiori, la scatoletta della cipria, il portasigarette, i fiammiferi e tanti altri oggetti, un piccolo bazar; e già due o tre volte agitandosi aveva fatto cadere qualcosa, il libro, i guanti, e questa volta il bastoncino del rossetto. Fabrizio dovette inginocchiarsi per cercarlo, era ruzzolato sotto il sedile dalla sua parte. Quando si tirò su l’ammoni: – Adesso basta, con questo far cadere sempre la roba-. Non passarono neanche dieci minuti che armeggiando di nuovo con la borsetta fece cadere un guanto. Fabrizio glielo raccattò e le disse scherzando:- Il prossimo oggetto che fa cadere le darò un bacio-.

La bellissima rise, non disse nulla. Il treno attraversava adesso tanti paesi tutti diffusi e assorti, groppe collinose di boschi o di prati che sfumavano in una nebbiolina azzurra, per lungo tempo un correre del treno lungo siepi fatte di abeti che precludevano ogni vista, al cessare di quel paramento l’improvviso aprirsi di laghi fermi, pallidi, con rive deserte color della segatura e sui prati pecore e bovini distesi al suolo, inerti, come figurine di presepio.

La ragazza diventava sempre più simpatica  agli occhi di Fabrizio ; ormai aveva proprio voglia di darle un bacio; ma, a proposito, possibile che non cadesse più nulla dal tavolino?

Fabrizio dunque stabilì di non attendere più l’avversari di quella condizione,metterle la mano intorno alla spalla e, se non altro per saggiare l’umore; ad ogni modo  doveva farle comprendere prima quella sua intenzione, le disse:- Lei è formidabile signorina, ma da quando le ho detto che alla prima cosa che avesse fatto cadere le avrei dato un bacio, non le è caduto più nulla-.    –Come- disse la ragazza, – ma se è mezz’ora che mi sono caduti i fiammiferi e nemmeno se n’è accorto-. Appena dette queste parole la ragazza fu nelle sue braccia. Fabrizio aveva baciato altre ragazze nella sua vita, ma pochi baci gli avevano dato meno soddisfazione di questo.

Lei, poverina ci mise buona… volontà e… una certa tecnica, magari un po’ rudimentale stando morbida dentro l’avambraccio di lui; il suo alito era fresco, si poteva quasi sentire quel cielo freddo e bianco, il riflesso dei pallidi stagni fra gli abeti, il presentimento della neve che presto avrebbe coperto per mesi quelle lande. O forse quella era soltanto un’impressione letteraria di cui lui si compiacque più tardi; il motivo era certo un altro, doveva stare nel modo come egli fosse arrivato a  quell’amabile intimità senza che nessun desiderio amoroso lo avesse commosso, senza attese o dubbi o invocazioni, alla fine di una schermaglia di parole durata ore e alternata a discorsi di tutt’altro genere.  Dopo una mezz’ora  di testa sulla spalla, di mano nella mano, di baci, i due accolsero senza vero rammarico, per quanto Fabrizio lo esprimesse con parole concitate, l’intrusione di un viaggiatore nello scompartimento: Il quale dovette avere invece l’impressione che i due fossero amorosi avidi di solitudine; si scusò, si sedette il più lontano possibile, uscì dopo poco nel corridoio, rientrò nello scompartimento per riprendersi la valigia e andò evidentemente a prendere posto in un altro scomparto, con la faccia felice di chi compie un’opera buona.

La ribaciò ; provò anche lei, cedevole, mormorò anche qualche parola nella sua lingua, ma quando distaccarono le labbra, se vogliamo chiamar sete anche il desiderio di baciarsi, la sete era loro passata così pienamente che quel bacio fu l’ultimo.  Fabrizio, alzatosi  di scatto si mise in maniera naturale a sedere sul sedile dirimpetto e non più accanto a lei come fino ad allora, lo scambio dovette sembrar naturale anche a lei. Il suo umore era sempre quello e il piacere di stare insieme non era diminuito, qualche complimento ogni tanto  glielo faceva ancora, sotto  certi riflessi di cielo o di stagni il suo viso splendeva incredibilmente liscio e luminoso, i suoi capelli  si atteggiavano con diversa grazia attorno alle gote, era proprio una gioia guardarla. Fabrizio non tornò più a sederle accanto, poi altri viaggiatori entrarono nello scompartimento e ci rimasero, a poco a poco la conversazione languì.

Il pomeriggio era ormai avanzato quando Fabrizio arrivò presso la propria stazione; si congedò dalla bellissima pregandola di scrivergli  il suo nome e l’indirizzo di Parigi sulla propria agendina; si abbracciarono e si baciarono davanti a tutti i viaggiatori, con molta naturalezza, come parenti o amici di lunga data.

Passò la notte in albergo, la mattina dopo fu preso dalle faccende della propria professione, da nuovi incontri, ma il pensiero gli tornava in mente spesso alla ragazza , con simpatia sempre maggiore; anzi si doleva del fatto di non averle dimostrato quell’interessamento, quel desiderio amoroso che ora gli pareva di sentire per lei ; fu un desiderio tale che decise di andarla a trovare a Parigi il più presto possibile, quell’autunno stesso.

L’occasione di andare a Parigi invece non venne nè quell’anno né l’anno dopo; ci arrivò soltanto tre anni dopo.

Si trovava da qualche giorno quando un pomeriggio, sfogliando quel suo libretto di indirizzi, gli capitò sott’occhio il nome della bella ragazza incontrata sul treno e quello della sua pensione. Non era possibile che fosse ancora a Parigi dopo tanto tempo. Ad ogni modo volle provare. Cercò il numero di telefono della pensione. Rispose una cameriera, le chiese della signorina  Irina Gustaw

-Un istante, s’il vous plait-   Ma dunque era ancora a Parigi la bellissima?. Fabrizio si sentì improvvisamente commosso, impaziente di rivederla. Ascoltò la cara voce attraverso il telefono poco dopo, il solito francese un po’…primitivo;  -E’ curioso, – pensò  -non ha fatto molti progressi nella lingua in questi tre anni.

-Alors c’est Vous, mademoiselle……..?

-Oui, c’est moi-

-C’est vraiment Vous? Miss Polonia…-

Non finì di dire  “ Miss Polonia”  che una  risata  risuonò attraverso il telefono.

-Certo, sono io-.

Fabrizio divenne improvvisamente loquace, continuò a parlare in fretta senza essere mai interrotto, le ricordò il lungo viaggio in treno, gli oggetti che cadevano sempre dal tavolino…

Voleva rivederla, prestissimo, anzi subito, in venti minuti poteva essere da lei. Lui parlava , parlava ma ben preso si accorse che nessun suono gli giungeva dall’altra parte; temette per un momento di aver perduto la comunicazione. Le chiese ancora:

-Volete che venga?-.

La bellissima rispose con un tono esitante, incerto; non comprendeva bene, forse Fabrizio parlava troppo in fretta, ad ogni modo corse da lei.

Una cameriera lo fece accomodare in un salotto. Poco dopo la sua …bellissima apparve sulla soglia. Dopo tutti quegli anni le sembrò ancor più bella di come la ricordasse, con i capelli chiarissimi . Le corse incontro e senza tante storie l’abbracciò.

Si accorse però, solo dopo un attimo, che il proprio manifesto entusiasmo non vestiva risposta; aveva sul volto un’espressione di meraviglia. “Dio mio, pensò, tre anni sono tre anni, i suoi ricordi non saranno così freschi  come i miei, è vero anche io per tre anni non ci avevo pensato e adesso magari ha un fidanzato”. Le formulò qualche parola di scusa, tornò loquace come prima al telefono, avvertiva il bisogno di giustificarsi, diceva che gli era bastato rivederla bellissima come allora perché quei tre anni si fossero come annullati, aveva la sensazione d’esser di nuovo sul treno accanto a lei; si erano messi a sedere su due sedie lungo il muro…

La ragazza rispondeva con poche parole quasi sembrassero senza senso, un po’ impacciata, con un curioso sorriso immobile. Sembrava avesse dimenticato tutto.

Si levò d’un tratto in piedi  facendolo entrare nella sua camera, aveva una finestra aperta sui tetti e mura nere e un cielo sporco…Ma vi era più luce che nel salotto.

Fabrizio cominciò a sentirsi anche lui impacciato, si guardava intorno come colui che volesse darsi un contegno. Vide che vi erano molti libri su un tavolino e sulle seggiole, una piccola macchina da scrivere; ne prese pretesto dunque, per domandarle come andavano i suoi studi all’università; rispose improvvisamente animata, come sollevata. Si sedettero su un sofà ai piedi del letto finchè, dopo quei discorsi indifferenti, a Fabrizio tornò il bisogno di prenderla tra le braccia. Ritrovò quel suo abbandonarsi remissivo e un po’ rigido,tutto come allora…Ma il bacio non gli aveva dato stavolta quella insoddisfazione come tre anni  prima; era come doveva essere, ne aveva un piacere tranquillo e soddisfatto… gli tornò alla memoria il suo nome e lo sussurrò tra i capelli e il suo collo: -Irina…-.

La ragazza si svincolò con un moto rapido ma non sgarbato. Il sofà  era uno di quelli che ha la parete ad elle. Si appoggiò alla spalliera dal lato stretto si chè ormai stava seduta di fronte a lui, lo guardò con quel sorriso immobile di prima.

-Il mio nome non è Irina-

-Come non è Irina? Ti ho sempre chiamata così durante il viaggio, me l’hai scritto tu stessa sull’agendina, l’ho riletto proprio oggi-.

-Oh no. Mi chiamo Dorota -.

Sorrideva come si sorride ad uno che sragiona e si vuol faglielo capire con delicatezza.

-E  non abbiamo fatto mai un viaggio insieme.- riprese lei – E’ questo il primo anno che vengo a Parigi. E non vi ho mai visto in vita mia , Irina  è il nome di mia sorella -.

Disse tutto d’un fiato con un sorriso insistente, fermo, come d’un’infermiera che vuol assecondare e tener buono il suo malato.

Fabrizio ne fu imbarazzato, non sapeva cosa dirle. Annaspò qualche giustificazione, cercò di farle capire come fosse nato l’equivoco; lo stesso cognome, naturalmente, al telefono aveva anche domandato se fosse Miss Polonia e le aveva risposto di si.

-Si, – rispose lei –Miss Polonia, ma 2006-.

Accidenti, Fabrizio doveva immaginarlo che in quella famiglia fortunata le ragazze vincevano tutte a turno il concorso di bellezza dell’anno, si distinguevano l’una dall’altra solo dalla diversa data. Immediatamente cambiò umore, gli passò la vergogna, l’impaccio; il caso gli parve così divertente. Era come se egli avesse portato indietro il tempo, questa ragazza aveva quattro o cinque anni meno di quanti ne avrebbe avuti Irina.Rise tra se.

-Bisogna dire, comunque- proseguì a parlare la ragazza – che io e mia sorella Irina non ci somigliamo affatto-.

- Eppure mi avete baciata, perché non dirmelo subito? Chiese Fabrizio.

-Mi era venuto in mente-  riprese lei  – quando eravamo di là, che fosse tutta una vostra invenzione, e mi piaceva, proprio degna del vostro romantico paese; ecco un uomo che mi ha veduto per strada e si è incapricciato di me, pensavo, mi ha seguita, ha preso informazioni e adesso mette su tutta questa commedia, spiritosa, divertente, inventa un incontro di tre anni prima, un viaggio in treno, eccetera eccetera. La cosa mi piaceva; in fondo ci sono dei flirt che cominciano in modo molto meno originale. Mentre adesso…-

Tacque come per lasciargli la parola, ma Fabrizio non sapeva che cosa dire. Dorota ,riprese a parlare, senza più sorriso ma con una vivacità quasi offesa.

- Niente trovata romantica come me l’ero immaginata. Un signore che ha fatto il galante con mia sorella e non si accorge che sono tutta differente e bacia me, credendo di baciare mia sorella. Signore ma la ricorda bene mia sorella?-

Aprì un cassetto di un comodino, cercò un poco, tornò con una fotografia.

-Ecco mia sorella Irina; vi pare che somiglio?-

Fabrizio vide l’immagine di una donna vasta, quadrata, spalle, bacino, mento fronte. A guardarla bene si potevano scorgere gli stessi lineamenti come li ricordava da tre anni prima, ma lievissime alterazioni la facevano diversa, la spogliavano di freschezza e d’armonia. Aveva un bambino di circa due anni fra le braccia e l’espressione placida della buona madre.

Gli tornò in mente che una fotografia così l’aveva già vista tre anni prima. E rivide Irina nel gesto di tirarla fuori dalla borsetta e di porgegliela.

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mag 25

LA POESIA COME RICERCA INTERIORE

Premessa

Un giorno un viaggiatore disse al profeta:
“Perchè continui a predicare?
Non vedi che la tua missione è senza speranza?”
Il profeta disse:
“All’inizio speravo di cambiarli.
Se continuo a predicare ora è soltanto
per impedire a loro di cambiare me”.
A. De Mello

Perchè, nel confronto con la vita, gli uomini si scontrano con se stessi invece di elevarsi verso il Totalmente Altro? Mi viene in mente un aforisma è quello , che a suo tempo Socrate fece proprio, scalpellato sul tempio di Apollo a Delfi: Riconosci te stesso. La vita è il tesoro nascosto nel Campo, recita il Vangelo. Ciò che conta non è possederlo, ma più facilmente innalzarlo verso una fatica che lo faccia fruttare.  Più importante quindi è il senso che noi sapremo consegnare alla vita.   Quali sono i mezzi di cui disponiamo, affinchè ci si possa rendere capaci a fronteggiare la vita e noi stessi? La risposta è contenuta in una sola parola: virtù: essa consente di realizzare in noi il progetto Agostiniano: Divieni quello che sei. L’uomo infatti è dotato di una natura duttile affidata completamente al suo volere. Quel volere libero che smuove l’agire umano recando alla  natura e ai suoi influssi  tutte quelle azioni che in principio sono allo stato incolto i frutti migliori… Ha luogo, pertanto, l’edificazione dell’uomo interiore ed esteriore. Successivamente nasce l’intelligenza e la cultura, e grazie anche a quest’ultima l’uomo diviene quello che realmente è.

La poesia può aiutare a purificare la percezione di noi stessi, a divenire spietatamente sinceri verso noi e gli altri, a discernere sempre meglio i casi in cui vi si percepiscono “impressioni” interiori. La visione, che essa ci propone, potrà anche apparire, talune volte, anche surrelistica, ma scaturisce sempre da un’interiorità ben delineata e si materializza nel cuore… Quasi sempre sortisce effetti positivi nell’accettazione serena, ad esempio, dei drammi della vita.

Quando scrivo poesie, il più delle volte le immagini si intrecciano alle parole e tutto si fonde armoniosamente in suoni, in effetti particolari…è proprio in quell’istante che l’anima si ritrova. Così cerco di scoprire il segreto della mia intimità avendo solo la certezza che i sentimenti, la bellezza spirituale e le sensazioni sono le espressioni di me stesso e che le corrispondenze tra l’io e la realtà necessitano di scavo interiore, di decifrazione della parola interna che l’anima stessa mi offre. Oggi più che mai, c’è bisogno tanto di poesia, per dis-velare e sostenere, ad esempio, valori che via via si vanno perdendo come gli affetti familiari, la trasparenza del creato,l’amore universale, proponendo un codice di principi minacciati da varie forme di relativismo morale. L’inquietitudine dei tempi moderni, il senso di precarietà accompagnano l’umane esistenza, ma l’anima stringe l’ego di chi realmente sa “ascoltare” e lo innalza alle supreme vette del “sapere”. Il Poeta sa godere di ogni momento, di ogni intimo sussurro, sa coltivare ogni sentimento che sia amore, tranquillità, pace, o male di mondo, abbagli di vite sprecate, stupidità umane, lacerazioni interiori… La Poesia è “sapere interiore”, e questo sapere non è stato, evidentemente, inventato da qualcuno ma bensì colto e scoperto nell’anima e dall’anima stessa.

“Essere Poeta” non significa quindi “Avere la testa per aria”, come alcuni superficiali affermano… Non è leggerezza, ma miracolo impalpabile, limpido, etereo. La superficialità, semmai sta nel non riuscire a cogliere e percepire sensazioni che ci giungono dall’infinito. ________________________________________________________________________________________________________________

IN SEGRETO

All’imbrunire
segretamente il volto
silente tacita
un soffio:
l’anima   schiude.
Spasmodico un palpito
coglie frantumato
strepito di pioggia:
fragore elargito
che dilava
ottuso un silenzio
a chi la  voce
di cuore
non osa udire…
E un bagliore
vermiglio
nel linguaggio
interiore dell’essere
bisbiglia:
semina perle chiare
che sfolgorano
di lacrime il volto.
Dimentico me stesso…
lascio cadere
istante per istante
pesante il capo
chinando al nuovo giorno
nell’umido autunno
arroccato
sul mondo sperduto
che ancor non s’acquieta…

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mag 21

Esistono momenti particolari che…

Esistono momenti particolari nel corso della vita dove alcune sensazioni che fino ad ieri sconosciute divengono essenza e si avverte un bisogno particolare come quello di voler recuperare una speciale conciliazione, di voler ritrovare se stessi tramite un’evoluzione salvifica quale appunto l’arte, la poesia, la scrittura.   Sono esclusivi  istanti interiori, linguaggi che sostengono e consolidano se stessi. Uno schiudersi di voci di armonie che celate nella più recondita parte di noi stessi, si tramutano via via in presenza e accoglienza. In quel preciso istante avviene una rinascita in quanto alcune sensazioni vengono vissute in modo essenziale. In questi precisi momenti il nostro “sentire” diviene irrefrenabile battito di cuore,squisitamente confortevole e mai banale. L’arte, la poesia, è puro sentimento, è l’espressione più alta del sentimento che accompagna un folle ed intrepido cammino del cuore, dell’anima, per condurli su strade nuove e misteriose. In quelle strade dove si cerca di trovare sincere, le risposte dell’essere che pone domande. Ma è anche un  quesito senza risposta, è mettere a nudo il proprio grido, seppur senza voce, con la penna che scivola solcando i lembi di nuda carta, bianca, che diviene quasi eterea, è imprimere su tela segni particolari con colori e pennelli, quando si intrecciano immagini e parole e tutto si fonde in effetti particolari… proprio in quell’istante l’anima si ritrova.

Percorrendo questo modo, assai particolare, di vedere le cose, ho cercato di scoprire il segreto della mia intimità avendo la certezza che i sentimenti, gli impulsi, le emozioni, gli affetti, le passioni provate, “sono” le espressioni di me stesso e che, le corrispondenze tra l’io e la realtà necessitano di scavo interiore, di decifrazione della parola interna che appunto l’anima stessa mi offre. Quando scrivo poesie le parole vibrano e si mostrano intatte, rivelando un’indole in cui traspare il desiderio intimo di riportare intatti alcuni valori come la solidarietà e l’altruismo. Avverto una condizione umana in bilico tra la speranza e l’angoscia, la certezza e il mistero, come vivere e morire in uguale altalena, dentro un presente intessuto di modernità frenetica e disattenta.  Questo concetto è trasferito all’interno di molte mie liriche, im molti miei dipinti che cercano di gettare uno sguardo convesso, che abbracci un orizzonte il più ampio possibile, nel desiderio improbabile di svelare gli enigmatici aspetti del reale, giacchè si resta sempre smarriti davanti alla vastità del…normale, qundi per riprodurre alcune sensazioni è necessario esprimersi con la poesia, la scrittura, la pittura, tutto si fonde è diviene arte intessuta di palpiti, dolori, gioie, dove il pensiero si perde orfano di qualunque ragione. Questa personale forma d’arte che mi appartiene da sempre, si trasfigura spesso nel reale, anche alla ricerca della redenzione perchè i margini troppo esigui della sopravvivenza sono come catena invisibile, di un mondo che non sa ascoltare.  Credo fermamente che pretendere, pertanto la propria redenzione, in effetti, significa essere già redenti, significa già essere oltre il confine, anche se la voce può, per certi versi, essere amara, ridotta in briciole e l’infinito tarda ad arrivare.

Molti hanno scritto e parlato d’arte, cercando di spiegare come essa riesca a sgorgare dalla profondità di alcuni soggetti, ma ancora tutto resta un eccezzionale mistero…Cantori e scrittori, artisti di tutti i tempi hanno cercato di tratteggiare questo processo che continua a farsi esperienza nella vita di alcuni esseri umani. Tutto questo potrebbe essere un disegno divino atto dunque alla redenzione? Certamente qualcosa di inispigabile avviene ed esiste. Per questo mi auguro  di lasciare  un percorso che qualcuno,  domani provvederà a seminare così da non lasciare che nulla vada perso e quel qualcuno sono le mie figlie se riusciranno a comprendere che  nella vita esiste una particolare fatica, quella di offrire non ciò che si ha, ma ciò che si è. e il meglio di ciò che si può essere. La fatica di cercare e di trattenere dell’altro solo l’oro, lasciando cadere la rena: di abbattere ogni giorno il muoro dell’egoismo che tende invece a crescere attorno a noi e a rinchiuderci in false sicurezze…Ma è una fatica, che può divenire grazia, se sapremo ogni volta riconoscerla e accettarla con umiltà.

Le pagine di questo sito, riserveranno mille segreti, parole, poesie, opere artistiche e tutto si susseguirà per costruire una storia: la mia storia personale e dei mei modi di essere. Il mio bisogno profondo di relazione, comunicazione, la volontà di vivere il tempo, la pazienza con cui gradualmente la vita si sussegue, i silenzi di cui i miei scritti, i miei dipinti si alimentano, le fatiche, le attese e le pene che accompagnano la maturazione, ma anche le gioie e i colori che la stessa vita mi offre come segni e frutti di un suo godimento.Spero che la mia modesta fatica sia apportatrice di luce, specialmente a coloro che si trovano nell’ingiustizia e nell’indifferenza.

©Copyright

Paolo Musolino

Tutti i diritti riservati.


 

Un ringraziamento particolare a Valentina per la disponibilità e la concessione di questo spazio.

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