Un dono prezioso
Nella via si vedevano uno per volta le luci rossastre, quasi cupe dei lampioni; ma la nebbia fittissima era circonfusa di un chiarore scialbo, bianchiccio, che si faceva più vivo e insieme più denso accanto ai lampioni, che lasciavano appena scorgere un tratto del marciapiede bagnato.Del resto, le vie di consueto così piene di gente e di automobili erano quasi deserte:era la sera di Natale.Per strada, si potevano scorgere i negozi tutti chiusi ma dalle finestre delle abitazioni uscivano qua e là dei suoni bizzarri, allegri. La felicità regnava nelle sale da pranzo.
Si avvertiva il cozzare dei bicchieri, le grida acute di gioia, i cori di risate sguaiate.Era un’orgia, ma l’orgia Santa della famiglia.Sotto ad un balcone dei più chiassosi, Alberto si fermò a sentire. Dapprima non riuscì a distinguere nulla, poi, a poco a poco; fu capace nel gran baccano a scorgere le voci:un bambino gridava:-Mamma, cosa porterà questa notte babbo natale?-; gli sembrò di indovinare le parole della madre…
Alberto non sapeva cosa fare, era solo, in una nuova città, non aveva ancora un amico, un conoscente. Ma nonostante quella solitudine, provava dentro, l’inquieto desiderio di far baccano:
Sentiva la necessità di parlare, di espandere il suo cuore…Si trovò così presso piazza del Duomo:quando camminava senza sapere dove andare, ed era quello che accadeva spesso, le sue gambe lo portavano lì, sempre allo stesso luogo.In una strada adiacente, infatti, stava una ragazza, una fioraia che solitamente cercava di offrire i suoi fiori a chi avesse voluto acquistarli.
Alberto l’aveva notata fin dal primo giorno della sua breve sosta in quella città.Tornava a vederla tre o quattro volte, quasi ogni sera, verso le sei, nell’ora già buia, in cui si accendevano i lampioni e l’andirivieni della gente affrettata, che correva a casa, metteva addosso anche al camminatore tranquillo una certa impazienza attiva, esaltando la fantasia…Alberto, avvertiva una profonda vergogna doverlo ammettere: quella figura lo aveva attratto…ma non per la bellezza che ella emanava, né si era prefissato di voler dare sfogo a chissà quale frivola fantasticheria, ma semplicemente fu colpito dalla dolcezza e dal modo di fare che lei sapeva traspirare con tanta semplicità. Osservandola, avvolte, anche involontariamente, intuiva che il sorriso di quella donnetta, che spesso elargiva ai passanti , era sincero, limpido, veritiero.Aveva tutta l’aria di colei che guardava alle piccole cose e che per esse viveva, nonostante la vita l’avesse , sicuramente, privata di chissà quante cose…Addirittura, l’istinto, tante volte, l’obbligava irresistibilmente a cercare persino tra le donne che incontrava per strada, certe rassomiglianze che parlassero di lei.E troppo spesso si toccava il viso, come per accorgersi che quelle rassomiglianze vivevano soltanto nella sua immaginazione.La ragazza andava sempre di fretta, per i fatti suoi; ma la prima volta che Alberto la incontrò fu dinanzi alla vetrina di una grande oreficeria , dove con il suo fascio di fiori, tra le braccia, si era fermata.Stava facendo sera e gli ori scintillavano, i diamanti brillavano e le perle, disposte in bella mostra nella vetrinetta, mostravano un punto lucido di candore ammirabile. La giovane, ad un tratto si voltò con gli occhi sfavillanti e con le labbra aperte ad un ingenuo sorriso, poi accortosi di Alberto, si strinse nelle spalle e andò via lesta come una saetta. Lui cominciò a correrle appresso e lei scivolando tra la gente, cercando a tratti di evitare le automobili che percorrevano la strada, senza scomporsi andava avanti col suo passo snello. Svoltò un angolo, sembrava fosse smarrita; ma eccola di nuovo,lontano, che passava dinanzi ad un caffè; Alberto dietro, e lei a destra, poi a sinistra, finché d’un tratto lasciando perdere ogni sua traccia e sparve. Alberto non riusciva a comprendere perché il sorriso di quella fioraia avesse tanto suscitato così grande trasporto nel suo animo. Rammentò ancora il suo passato, quando Chiara si mostrava docile: lei spesso lo guardava così quando, al ritorno da un viaggio di lavoro, lui le portava, ad esempio un regalo, o quando nel giorno del suo onomastico, lei entrava nella camera di buon mattino, dopo aver picchiato leggermente all’uscio e chiedendo con l’allora sincera voce:
-Si può?- Poi gli balzava accanto ricoprendolo di baci.
Alberto, allora, le stringeva le mani e l’accarezzava baciandole la fonte, la quale raggiava di contentezza.Ma ormai quello era soltanto un ricordo, un ricordo che necessitava d’essere rimosso il più in fretta possibile, anche perché di quelle scene, nel proseguo della loro vita in comune non ne capitarono più…
Alberto non aveva nessuna speranza di vedere, quella sera di Natale la sua fioraia, giacché l’ora solita era passata da un pezzo e lei, d’altro canto, doveva, come tutti gli altri, starsene occupata nelle solennità del baccano natalizio.Ma passando, adesso, dinanzi alle scalinate del duomo, che tante volte l’avevano vista intenta a vendere i propri fiori, gli parve che in fondo al buio ci fosse un’ombra. Fatti dunque quattro passi più avanti, Alberto girò la testa: vide dei fiori luccicare nella penombra:era lei. Rimase incerto un momento, come a voler decidere se continuare a tirare avanti o tornare indietro. Lei si mosse finalmente, e con la coda dell’occhio lui la vide
In tutta la sua “semplicità appariscente”. Alberto arrossì di se, arrossì nello stesso tempo della sua inconsapevole timidezza: gli sembrava ridicolo avvicinarla… e poi perché mai avrebbe dovuto, farlo?Ma quella sera, la sua anima sentiva la necessità di…elevarsi, ebbe infatti la percezione che quella figura; forse avesse potuto donargli qualcosa: un semplice sorriso, proprio ora che ormai aveva incarnato dentro le sue angustie. Via!, si fece coraggio e avvicinatosi come qualsiasi compratore la salutò -Buona sera .- La fioraia non rispose, anzi fece qualche passo indietro porgendogli un fiore. Avvicinatosi … di nuovo:-Buona sera,che bel sorriso! Ma anche in questa Santa notte sei qui a vendere i tuoi fiori?-Lei rispose con un atto di spalla poco garbato :-Mi lasci in pace!, compri i fiori se vuole e… vada per la sua strada. E, benché Alberto non si mosse, aggiunse:-Lei non è educato, non si seccano le ragazze oneste così…e lei mi secca proprio, ma proprio!-Allora l’orgoglio di Alberto, ribellandosi lo fece andare di volta e con aria risoluta fece per allontanarsi, poi quasi studiando di modulare la voce ad un’espressione dolce, le mormorò:Mi sembra inutile che tu stia qui a quest’ora…s’io potessi accompagnarti…Sono un buon uomo, sai, non credere io abbia intenzioni cattive, e poi tu sicuramente mi avrai già visto più volte, ultimamente, da queste parti…–Sicuro- rispose lei -Mi sta sempre dietro, si direbbe che non abbai altro di meglio da fare! –-Se tu sapessi perché mi trovo qui, non parleresti a quel modo…Non ho nulla da fare in questa benedetta serata… il tuo sorriso mi ha colpito tanto- Alberto disse tutto d’un fiato. Poi continuò: -Sono un poeta, uno scrittore, e come tale cerco di comprendere l’animo umano…Che nome hai?–E a lei cosa importa- rispose risoluta mostrando con un sorriso i denti bianchissimi.- Vada via subito!, se il mio ragazzo la vedesse…-. –Aspetti dunque il ragazzo?–Certamente! Doveva essere qui già da mezz’ora.- e intanto pestava i piedi per il freddo, infatti le sue mani, che Alberto aveva inavvertitamente sfiorato, erano gelate. -Che uomo poco garbato deve essere il suo ragazzo!-Disse tutto ciò con una punta d’ironia, dandole a vedere che avesse voluto crederle, ma in realtà, Alberto, aveva perfettamente intuito che in effetti lei non stesse aspettando nessuno, ne tanto più sapesse dove andare. Quindi gli venne in mente un pensiero, che afferrò subito:
-A cena… Vieni con me, cena con me- Lei, sorrise di quel sorriso che lo aveva involontariamente affascinato, poi con risolutezza esclamo:-D’accordo, andiamo!-
Il salone del ristorante dell’Hotel “Eden” , dove Alberto si trovava alloggiato da alcuni giorni, era già imbandito per il gran cenone. Nell’entrare i camerieri guardarono quella misera ragazza dalla testa ai piedi con nobile sussiego…Alberto fece accendere due candelabri sul loro tavolo e in quella gran luce le pareti parevano tingersi d’un giallo d’oro. Lo stomaco della fioraia era impaziente, l’appetito, il bisogno di mangiare era così violento che le sembrò impossibile poter, in seguito digerire; e quella “festa”, che ora via via si sviluppava nel suo ventre, invocata invano da tanto tempo, le aveva quasi fatto scordare quel buon uomo, che il cielo , quella sera, aveva mandato. Le braccia, alzate in aria verso l’alto, per levare il misero giacchino, lasciarono intravedere nette le linee del corpo, appena nascosto dall’abitino attillato, così leggero, che sembrava d’estate. Si sedettero l’uno accanto all’altra cominciando a sorbire ogni sorta di leccornia e a bere del buon vino Bordeux…Alberto gioiva, si sentiva appagato, poteva stare in compagnia e donare qualcosa di suo. Ogni candela mandava sulle loro facce strisce lucide come scintille elettriche. Il vino assomigliava a pietre preziose liquefatte:rubini, topazi, ametisti.Il cameriere, disposti in ordine i dolci sulla tavola stappò bottiglie di Champagne e fatta una riverenza rispettosa, non priva di malizia , andò via.
-Non desideri altro?- disse Alberto , rivolgendosi alla fioraia.
-No, grazie, sono sazia- rispose.
-Un bicchiere ancora?
-Questo si!
- Ma insomma, potrei sapere adesso il tuo nome?- incalzò Alberto, mentre si apprestava a versare il contenuto dall’imperiosa bottiglia, nella coppa di lei.
-Oh, che sciocca, ha ragione, mi chiamo Alessia!-
-E il tuo ragazzo?-
-Il ragazzo? Che ragazzo…- le rispose
-Le dissi così per dire, in verità credevo che lei mi importunasse e allora ho inventato che… anzi a dire il vero l’ho avuto per un certo periodo, ma mi picchiava, voleva che gli portassi sempre soldi e…Ma senta, senta com’è andata la storia…-
Alberto non la ascoltava più: provava languore a sentirla parlare a quel modo,la guardava con benevolenza. La personcina era bella, il volto aveva dei lineamenti delicati, la pelle liscia e biancastra…La interruppe, mentre continuava con flebile voce a raccontare le sue avventure:
-Quanti anni hai?-
-Ventisette- rispose Alessia, riprendendo la sua narrazione ininterrottamente.
Alberto, senza accorgersene mise una mano dentro una tasca della propria giacca e tastò un qualcosa d’insolito: una collanina d’oro rimasta lì dopo averla acquistata un tempo durante un viaggio di lavoro, per donarla alla moglie, ma non lo fece mai. Infatti dopo il rientro, Chiara manifestò solo le sue inutili e assurde gelosie tanto da fare perdere la gioia, il gusto, ad Alberto di potergliela regalare.
La levò dalla tasca e gliela posò attorno al collo.Lei d’apprima la guardò attentamente, poi esclamò con stupore: -E’ d’oro!- Alessia alzò il capo, la faccia aveva preso nella gioia un’espressione nuova; le labbra coralline ed aperte in arco facevano cornice al candore dei denti perfetti.
-La puoi tenere, te la regalo- disse Alberto.
Alessia corse vicino a lui e lo strinse con le braccia, poi si mise nuovamente a sedere sorridendo:
-Ma perché fa tutto questo per me?-
-Ho, nulla- rispose lui, – per donarmi e donati un istante di felicità!
Il vino che Alessia aveva bevuto cominciò a farle girare la testa, sbadigliò stiracchiando e braccia, parve mortificata per quel gesto istintivo, poi posò il capo sulla tavola come volesse addormentarsi. Alberto la sollevò con delicatezza e la fece salire nella sua camera.
La fece sdraiare sul proprio letto scostandola appena.
Le adagiò il cuscino sotto il capo e andò ad aprire la finestra della camera.La nebbia entrò nella stanza come fumo denso: non si riusciva a vedere nulla, neanche i lampioni delle vie, poi si mise a sedere su di una poltrona accanto al letto e iniziò a fumare…
Non voleva svegliarla, rimase lì, quieto a contemplarla entrando a poco a poco nei ricordi…
Rammentò lo scorso Natale, trascorso assieme a Chiara e i colleghi facoltosi, si vide attorno ai tavoli imbanditi a festa.Provò repulsione, quando gli tornò in mente che durante la cena, una povera fioraia si avvicinò alla tavola per cercare di vendere qualche fiore ai commensali, e Chiara, l’aveva scacciata in malo modo… a modo suo…Quello non era Natale…Quest’anno , invece Alberto aveva trascorso il vero Natale:Il semplice e delicato sorriso di Alessia, umile , stupita di fronte all’inabituale bontà, che ancora qualcuno poteva donarle, fu il regalo più prezioso che Alberto ricevette quella notte.Quante volte aveva detto a Chiara che la gioia è intessuta nelle semplici cose e la felicità sta nella gioia stessa di donare agli altri qualcosa di “vero”, anche un semplice gesto, un sorriso, che nasca dal cuore!Si sentì talmente rapito da questi pensieri, tanto da non accorgersi che ormai era quasi giunta l’alba:Prese allora una busta da lettera, mise una discreta somma di denaro, e intanto, chiamato a se il cameriere, gli disse di consegnare quella lettera alla ragazza quando si sarebbe svegliata e di mandarla a casa in taxi.Quindi lo pregò di spedire, al nuovo indirizzo, i propri bagagli e fece sapere che prima di partire, sarebbe stata sua premura saldare il conto.Guardò un ultimo volto quell’esile donna, le carezzò i bruni capelli e andò via.
Al risveglio Alessia ricevette la busta sigillata:al suo interno vi era il denaro e una lettera, la aprì e lesse:
-Piccola, grande ragazza I tuoi fiori li ho comprati tutti, te li ho pagati molto di più…Non so che cosa mi abbia abbagliato di più, se il tuo volto sincero o la tua capacità di sorridere malgrado tutto. Tu sai cosa sia il vero senso della vita. Grazie per avermelo ricordato -
(C) Paolo Musolino
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