La Bellissima
C’era un gran tumulto quella mattina di fine Luglio alla stazione sulla banchina da cui doveva partire il treno internazionale Parigi- Berlino; e proprio sotto la vettura di Fabrizio . Naturalmente quel genere di tumulto misurato in sordina, se non sia contraddizione di termini, che è proprio di quella gente nordica, pigra a pensare e ad agire, di umore più triste che gaio come per intonarlo alla sua terra severa; ondulazioni appena accennate, coperte, come in quella stagione ancora per poco estiva, di prati verdissimi o di irregolari macchie di bosco, con alberi foschi, querce, aceri, abeti e betulle. Dal finestrino dal suo posto d’angolo nella vettura, Fabrizio osservava quel gran tumulto, ma in fondo era soltanto l’affaccendarsi di cinque o sei ragazze giovani, fresche, due o tre con cartelletta di studentessa, che tenevano in mano chi una valigia chi un pacchetto chi un mazzo di fiori chi un libro di chi sa quale argomentazione, ogni tanto si abbracciavano, ridevano, chiacchieravano fitto. Belle ragazze come sono generalmente quelle nordiche, tutte alte, tutte bionde, o con i capelli di quel colore di paglia e d’argento che da noi si fanno a caro prezzo le ballerine del varietà, con gli zigomi rilevanti ed un naso a punta e all’insù , gli occhi di un azzurro pallidissimo di quei cieli stinti dalle troppe lavature delle piogge, la prima impressione è che gli occhi abbiano mutato sede più o meno tutte precise. Fabrizio si accorse che due di quelle ragazze erano più belle delle altre, proprio belle,prescindendo dagli zigomi e dal naso all’insù, con una pelle trasparentissima e chiome di miele tagliate a zazzera e gambe da corridore sui cento metri e petto in proporzione, esuberante quanto bastasse per rompere con un vantaggio di un ventesimo di secondo il filo di lana del traguardo.
-Chissà se partono con questo treno queste ragazze, speriamo che me ne capiti un paio nello scompartimento- pensava Fabrizio,ma questo a poco a poco si riempiva di uomini. Quando suonò il segnale della partenza vide che una sola prendeva posto sul treno, una delle due bellissime, che egli aveva distinto dalle altre soprattutto perché era la sola che avesse il viso truccato e le ciglia lunghissime; salì con una valigia, passò davanti al suo scompartimento , andò dunque a prendere posto più lontano; le amiche rimaste sulla banchina le fecero passare per il finestrino le altre valige e i pacchetti e i fiori e il grosso libro e risate e parole che certamente in una incomprensibile lingua piena di vocaboli erano saluti ed auguri di buon viaggio.
Quando il treno si mosse la bellissima rimasta a terra si mise a correre per un poco appresso al treno per dire ancora chissà cosa alla bellissima che partiva. Fabrizio apparve quasi seccato nel constatare che la bellissima non fosse entrata nel suo scompartimento. Così uscì nel corridoio per vedere come si fosse accomodata; la trovò due scompartimenti più in là assieme a due altri fortunati viaggiatori che già si intrattenevano con lei. Fabrizio non era stato mai uno di quegli insopportabili dongiovanni che sono in genere gli italiani in patria ed ancora di più all’estero, sempre con gli occhi in caccia alle donne, sempre con la potestà dell’avventura di viaggio; per lui incontrare e conoscere donne nei paesi stranieri faceva parte della sua esperienza professionale di giornalista. Le donne, fanno capire un paese più in fretta che gli uomini, essendo più conservatrici, più attaccate alle consuetudini e alle tradizioni. E questo è vero anche per quei paesi nordici, pur se così poco vi sia sentito il confine tra i due sessi e le donne si arroghino tutti i diritti degli uomini e le loro funzioni, e sono ministre, diplomatiche, direttrici d’azienda, campionesse, soldate, fattorine e seduttrici, perché in quei paesi iper-nordici nelle faccende… d’amore gli uomini sono riluttanti, assenti e passivi, e le donne impetuose e offensive e ad ogni modo appaiono più vivaci e più svelte degli uomini. Il treno proseguiva la sua incessante corsa, aveva fatto un bel pezzo di strada; si fermava spesso nelle varie stazioni; gente scendeva e nessuno saliva, a poco a poco il treno si vuotava. Nello scompartimento di Fabrizio era rimasta una persona sola, in quella della ragazza nessuno all’infuori di lei. Uscita nel corridoio guardava dal finestrino quella sua patria grigia, informe, sotto un gran cielo che poteva sembrare velato di caligine, così bianco; si capiva che invece era il suo modo di essere sereno dai nuvolosi d’un bianco più lucido che vi correvan sopra, da una luce tenue di sole, diffusa sulla campagna, che a fatica la rigava d’ombre dove si urtava a case o ad alberi. Una volta, quando Fabrizio collaborava al supplemento umoristico del suo giornale, in una rubrica di sciocchezzuole, scrisse che si vuole attaccare discorso in treno con una ragazza, alla vieta formula “Signorina, le dà fastidio il fumo?” sarebbe convenuto sostituirne di più nuove, per esempio: “ Signorina, le dà fastidio una piccola avventura di viaggio?”Ma quella mattina egli ricorse ad una formula non molto brillante né spiritosa. Chiese alla bellissima, dopo esserle stato accanto a guardare la campagna: “Signorina, le dispiace se vengo nel suo scompartimento a cercare la sua compagnia? Il viaggio è lungo e in due ci si annoia di meno”. Disse pressappoco così, e la bellissima, di gran cortesia tipica di quelle ragazze nordiche, non gli rispose male come avesse meritato. Avrebbe potuto mandarlo a quel paese nella sua lingua, non gli voltò le spalle, ma illuminò di subita allegria il viso fino allora pensieroso e malinconico:”Ma certo, anche io amo la compagnia”;dopo pochi istanti la roba di Fabrizio si trovava nel suo scompartimento, aveva chiuso la porta, preparandosi a far la faccia seria a chiunque avesse voluto disturbare la loro solitudine. Per molte ore nessuno li disturbò. La ragazza era proprio quella che ci voleva per far passare il tempo. Conversava volentieri in un italiano corretto o in un francese molto pittoresco, poverissimo di aggettivi, ma ricco di modi corretti, così il suo aggettivo preferito era “formidable”. Il suo contegno era misto di raffinatezza, acquistata nei suoi soggiorni a Parigi , e di infantile. Si divertiva un mondo ai complimenti che Fabrizio le snocciolava con stile.
-Chi era-, le chiese, – quella bella ragazza che era alla stazione e che si era messa a correre lungo il treno?-
- Mia sorella, Miss Polonia 2005-
-“Formidabile”- rispose Fabrizio, tanto per restare nel suo stile.
-Ma non è più bella di lei;-continuò – e lei com’è che non è Miss Polonia? Non ha mai concorso?
-Oh,io ero Miss Polonia 2004-
Cosa poteva dire Fabrizio a questo punto se non ripetere “formidabile”?
-E magari Sua madre fu a suo tempo Miss Polonia…-
-Mia madre è bellissima anche oggi;- rispose lei, – ma ai suoi tempi non usavano i concorsi di bellezza. Vuol vederla?-. Prese dalla borsetta la fotografia di una donna sui quaranta, tutta quadrata, spalle bacino mento e fronte; a guardarla bene, Fabrizio poteva accorgersi che ella avesse gli stessi lineamenti della figlia che lievissime deformazioni avevano spogliato di freschezza, di armonia, di fermezza di contorni. Poi la bellissima mostro la fotografia della sorella Miss Polonia dell’anno corrente e di un’altra sorella giovinetta e fotografie al mare o in campagna con parenti ed amici. Fabrizio più osservava quelle fotografie e più quei giovani, maschi e femmine, apparivano ai suoi occhi più o meno tutti uguali, non distinguibili gli uni dagli altri come succede con i cinesi;tutti con il naso all’insù e le narici attente e gli alti zigomi e le chiome scolorite e il viso senza ombre. Facendo la corte alla sua compagna di viaggio a Fabrizio parve che la bellissima stentasse comunque a comprendere bene la lingua con cui egli stesso cercava di esprimersi, infatti non si era sbagliato, anche se la ragazza era di famiglia cittadina da una generazione o due, e aveva già studiato all’università di Parigi e aveva preso su quanto bastava delle usanze occidentali per mettersi troppo nero sugli occhi e irrigidirsi le ciglia di troppo rimmel e rifarsi il rosso delle labbra ogni mezz’ora. Certi discorsi non li seguiva, con tutta la sua cultura universitaria; e se ne avvide quando le raccontò una storiella a proposito di quel suo ridarsi il rosso alle labbra ogni mezz’ora… Gli mostrò infine una fotografia dove appariva in costume da bagno, assieme con le altre sorelle e altre ragazze e ragazzi; poi rimase con la foto in mano a guardare fuori dal finestrino, nuovamente con espressione assorta e malinconica che aveva nel corridoio, prima che Fabrizio le rivolgesse la parola. Ad un certo momento si scosse, come risvegliatasi da un suo fantasticare; e riprese: – Vede questo ragazzo?- indicando un giovane nella fotografia – si era messo a fare la gara, chi saltava meglio in acqua dagli scogli, a un certo momento non so come inciampò, o forse prese male la misura, fatto sta che cadde con la testa sugli scogli; lo hanno salvato tante operazioni, lo hanno curato salvandogli la vita, ma cosa gli serve la vita adesso?- Un lungo silenzio seguì alle sue parole. Aveva ripreso a guardare fuori del finestrino, quando cominciò a parlare aveva il tono distratto di chi parla delle faccende di un’altra persona: -Ci dovevamo sposare. Non eravamo tanto…”affiatati”, ma insomma eravamo in linea di massima d’accordo, e le nostre famiglie erano contente-. Di nuovo tacque a lungo.
- Anche per questo torno spesso a Parigi-. Fece un gesto come per scacciare via i ricordi e le idee tristi e quel gesto fece cadere a terra il bastoncino del rossetto che assieme ad altri ammennicoli aveva tolto dalla borsetta e disposto sul tavolino sotto la finestra; il tavolino era ingombro, c’era un libro, giornali, i guanti, un mazzo di fiori, la scatoletta della cipria, il portasigarette, i fiammiferi e tanti altri oggetti, un piccolo bazar; e già due o tre volte agitandosi aveva fatto cadere qualcosa, il libro, i guanti, e questa volta il bastoncino del rossetto. Fabrizio dovette inginocchiarsi per cercarlo, era ruzzolato sotto il sedile dalla sua parte. Quando si tirò su l’ammoni: – Adesso basta, con questo far cadere sempre la roba-. Non passarono neanche dieci minuti che armeggiando di nuovo con la borsetta fece cadere un guanto. Fabrizio glielo raccattò e le disse scherzando:- Il prossimo oggetto che fa cadere le darò un bacio-.
La bellissima rise, non disse nulla. Il treno attraversava adesso tanti paesi tutti diffusi e assorti, groppe collinose di boschi o di prati che sfumavano in una nebbiolina azzurra, per lungo tempo un correre del treno lungo siepi fatte di abeti che precludevano ogni vista, al cessare di quel paramento l’improvviso aprirsi di laghi fermi, pallidi, con rive deserte color della segatura e sui prati pecore e bovini distesi al suolo, inerti, come figurine di presepio.
La ragazza diventava sempre più simpatica agli occhi di Fabrizio ; ormai aveva proprio voglia di darle un bacio; ma, a proposito, possibile che non cadesse più nulla dal tavolino?
Fabrizio dunque stabilì di non attendere più l’avversari di quella condizione,metterle la mano intorno alla spalla e, se non altro per saggiare l’umore; ad ogni modo doveva farle comprendere prima quella sua intenzione, le disse:- Lei è formidabile signorina, ma da quando le ho detto che alla prima cosa che avesse fatto cadere le avrei dato un bacio, non le è caduto più nulla-. –Come- disse la ragazza, – ma se è mezz’ora che mi sono caduti i fiammiferi e nemmeno se n’è accorto-. Appena dette queste parole la ragazza fu nelle sue braccia. Fabrizio aveva baciato altre ragazze nella sua vita, ma pochi baci gli avevano dato meno soddisfazione di questo.
Lei, poverina ci mise buona… volontà e… una certa tecnica, magari un po’ rudimentale stando morbida dentro l’avambraccio di lui; il suo alito era fresco, si poteva quasi sentire quel cielo freddo e bianco, il riflesso dei pallidi stagni fra gli abeti, il presentimento della neve che presto avrebbe coperto per mesi quelle lande. O forse quella era soltanto un’impressione letteraria di cui lui si compiacque più tardi; il motivo era certo un altro, doveva stare nel modo come egli fosse arrivato a quell’amabile intimità senza che nessun desiderio amoroso lo avesse commosso, senza attese o dubbi o invocazioni, alla fine di una schermaglia di parole durata ore e alternata a discorsi di tutt’altro genere. Dopo una mezz’ora di testa sulla spalla, di mano nella mano, di baci, i due accolsero senza vero rammarico, per quanto Fabrizio lo esprimesse con parole concitate, l’intrusione di un viaggiatore nello scompartimento: Il quale dovette avere invece l’impressione che i due fossero amorosi avidi di solitudine; si scusò, si sedette il più lontano possibile, uscì dopo poco nel corridoio, rientrò nello scompartimento per riprendersi la valigia e andò evidentemente a prendere posto in un altro scomparto, con la faccia felice di chi compie un’opera buona.
La ribaciò ; provò anche lei, cedevole, mormorò anche qualche parola nella sua lingua, ma quando distaccarono le labbra, se vogliamo chiamar sete anche il desiderio di baciarsi, la sete era loro passata così pienamente che quel bacio fu l’ultimo. Fabrizio, alzatosi di scatto si mise in maniera naturale a sedere sul sedile dirimpetto e non più accanto a lei come fino ad allora, lo scambio dovette sembrar naturale anche a lei. Il suo umore era sempre quello e il piacere di stare insieme non era diminuito, qualche complimento ogni tanto glielo faceva ancora, sotto certi riflessi di cielo o di stagni il suo viso splendeva incredibilmente liscio e luminoso, i suoi capelli si atteggiavano con diversa grazia attorno alle gote, era proprio una gioia guardarla. Fabrizio non tornò più a sederle accanto, poi altri viaggiatori entrarono nello scompartimento e ci rimasero, a poco a poco la conversazione languì.
Il pomeriggio era ormai avanzato quando Fabrizio arrivò presso la propria stazione; si congedò dalla bellissima pregandola di scrivergli il suo nome e l’indirizzo di Parigi sulla propria agendina; si abbracciarono e si baciarono davanti a tutti i viaggiatori, con molta naturalezza, come parenti o amici di lunga data.
Passò la notte in albergo, la mattina dopo fu preso dalle faccende della propria professione, da nuovi incontri, ma il pensiero gli tornava in mente spesso alla ragazza , con simpatia sempre maggiore; anzi si doleva del fatto di non averle dimostrato quell’interessamento, quel desiderio amoroso che ora gli pareva di sentire per lei ; fu un desiderio tale che decise di andarla a trovare a Parigi il più presto possibile, quell’autunno stesso.
L’occasione di andare a Parigi invece non venne nè quell’anno né l’anno dopo; ci arrivò soltanto tre anni dopo.
Si trovava da qualche giorno quando un pomeriggio, sfogliando quel suo libretto di indirizzi, gli capitò sott’occhio il nome della bella ragazza incontrata sul treno e quello della sua pensione. Non era possibile che fosse ancora a Parigi dopo tanto tempo. Ad ogni modo volle provare. Cercò il numero di telefono della pensione. Rispose una cameriera, le chiese della signorina Irina Gustaw
-Un istante, s’il vous plait- Ma dunque era ancora a Parigi la bellissima?. Fabrizio si sentì improvvisamente commosso, impaziente di rivederla. Ascoltò la cara voce attraverso il telefono poco dopo, il solito francese un po’…primitivo; -E’ curioso, – pensò -non ha fatto molti progressi nella lingua in questi tre anni.
-Alors c’est Vous, mademoiselle……..?
-Oui, c’est moi-
-C’est vraiment Vous? Miss Polonia…-
Non finì di dire “ Miss Polonia” che una risata risuonò attraverso il telefono.
-Certo, sono io-.
Fabrizio divenne improvvisamente loquace, continuò a parlare in fretta senza essere mai interrotto, le ricordò il lungo viaggio in treno, gli oggetti che cadevano sempre dal tavolino…
Voleva rivederla, prestissimo, anzi subito, in venti minuti poteva essere da lei. Lui parlava , parlava ma ben preso si accorse che nessun suono gli giungeva dall’altra parte; temette per un momento di aver perduto la comunicazione. Le chiese ancora:
-Volete che venga?-.
La bellissima rispose con un tono esitante, incerto; non comprendeva bene, forse Fabrizio parlava troppo in fretta, ad ogni modo corse da lei.
Una cameriera lo fece accomodare in un salotto. Poco dopo la sua …bellissima apparve sulla soglia. Dopo tutti quegli anni le sembrò ancor più bella di come la ricordasse, con i capelli chiarissimi . Le corse incontro e senza tante storie l’abbracciò.
Si accorse però, solo dopo un attimo, che il proprio manifesto entusiasmo non vestiva risposta; aveva sul volto un’espressione di meraviglia. “Dio mio, pensò, tre anni sono tre anni, i suoi ricordi non saranno così freschi come i miei, è vero anche io per tre anni non ci avevo pensato e adesso magari ha un fidanzato”. Le formulò qualche parola di scusa, tornò loquace come prima al telefono, avvertiva il bisogno di giustificarsi, diceva che gli era bastato rivederla bellissima come allora perché quei tre anni si fossero come annullati, aveva la sensazione d’esser di nuovo sul treno accanto a lei; si erano messi a sedere su due sedie lungo il muro…
La ragazza rispondeva con poche parole quasi sembrassero senza senso, un po’ impacciata, con un curioso sorriso immobile. Sembrava avesse dimenticato tutto.
Si levò d’un tratto in piedi facendolo entrare nella sua camera, aveva una finestra aperta sui tetti e mura nere e un cielo sporco…Ma vi era più luce che nel salotto.
Fabrizio cominciò a sentirsi anche lui impacciato, si guardava intorno come colui che volesse darsi un contegno. Vide che vi erano molti libri su un tavolino e sulle seggiole, una piccola macchina da scrivere; ne prese pretesto dunque, per domandarle come andavano i suoi studi all’università; rispose improvvisamente animata, come sollevata. Si sedettero su un sofà ai piedi del letto finchè, dopo quei discorsi indifferenti, a Fabrizio tornò il bisogno di prenderla tra le braccia. Ritrovò quel suo abbandonarsi remissivo e un po’ rigido,tutto come allora…Ma il bacio non gli aveva dato stavolta quella insoddisfazione come tre anni prima; era come doveva essere, ne aveva un piacere tranquillo e soddisfatto… gli tornò alla memoria il suo nome e lo sussurrò tra i capelli e il suo collo: -Irina…-.
La ragazza si svincolò con un moto rapido ma non sgarbato. Il sofà era uno di quelli che ha la parete ad elle. Si appoggiò alla spalliera dal lato stretto si chè ormai stava seduta di fronte a lui, lo guardò con quel sorriso immobile di prima.
-Il mio nome non è Irina-
-Come non è Irina? Ti ho sempre chiamata così durante il viaggio, me l’hai scritto tu stessa sull’agendina, l’ho riletto proprio oggi-.
-Oh no. Mi chiamo Dorota -.
Sorrideva come si sorride ad uno che sragiona e si vuol faglielo capire con delicatezza.
-E non abbiamo fatto mai un viaggio insieme.- riprese lei – E’ questo il primo anno che vengo a Parigi. E non vi ho mai visto in vita mia , Irina è il nome di mia sorella -.
Disse tutto d’un fiato con un sorriso insistente, fermo, come d’un’infermiera che vuol assecondare e tener buono il suo malato.
Fabrizio ne fu imbarazzato, non sapeva cosa dirle. Annaspò qualche giustificazione, cercò di farle capire come fosse nato l’equivoco; lo stesso cognome, naturalmente, al telefono aveva anche domandato se fosse Miss Polonia e le aveva risposto di si.
-Si, – rispose lei –Miss Polonia, ma 2006-.
Accidenti, Fabrizio doveva immaginarlo che in quella famiglia fortunata le ragazze vincevano tutte a turno il concorso di bellezza dell’anno, si distinguevano l’una dall’altra solo dalla diversa data. Immediatamente cambiò umore, gli passò la vergogna, l’impaccio; il caso gli parve così divertente. Era come se egli avesse portato indietro il tempo, questa ragazza aveva quattro o cinque anni meno di quanti ne avrebbe avuti Irina.Rise tra se.
-Bisogna dire, comunque- proseguì a parlare la ragazza – che io e mia sorella Irina non ci somigliamo affatto-.
- Eppure mi avete baciata, perché non dirmelo subito? Chiese Fabrizio.
-Mi era venuto in mente- riprese lei – quando eravamo di là, che fosse tutta una vostra invenzione, e mi piaceva, proprio degna del vostro romantico paese; ecco un uomo che mi ha veduto per strada e si è incapricciato di me, pensavo, mi ha seguita, ha preso informazioni e adesso mette su tutta questa commedia, spiritosa, divertente, inventa un incontro di tre anni prima, un viaggio in treno, eccetera eccetera. La cosa mi piaceva; in fondo ci sono dei flirt che cominciano in modo molto meno originale. Mentre adesso…-
Tacque come per lasciargli la parola, ma Fabrizio non sapeva che cosa dire. Dorota ,riprese a parlare, senza più sorriso ma con una vivacità quasi offesa.
- Niente trovata romantica come me l’ero immaginata. Un signore che ha fatto il galante con mia sorella e non si accorge che sono tutta differente e bacia me, credendo di baciare mia sorella. Signore ma la ricorda bene mia sorella?-
Aprì un cassetto di un comodino, cercò un poco, tornò con una fotografia.
-Ecco mia sorella Irina; vi pare che somiglio?-
Fabrizio vide l’immagine di una donna vasta, quadrata, spalle, bacino, mento fronte. A guardarla bene si potevano scorgere gli stessi lineamenti come li ricordava da tre anni prima, ma lievissime alterazioni la facevano diversa, la spogliavano di freschezza e d’armonia. Aveva un bambino di circa due anni fra le braccia e l’espressione placida della buona madre.
Gli tornò in mente che una fotografia così l’aveva già vista tre anni prima. E rivide Irina nel gesto di tirarla fuori dalla borsetta e di porgegliela.
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magic on 07 lug 2010 at 09:32 #
In quel trascorrere del tempo tra partenze e ritorni, spicca la leggera malinconia caratteristica del Poeta che è in te. Intensa narrazione, dal tratto deciso, efficace…
Caro Paolo, sei un Autore attento e sensibile anche in Narrativa, complimenti!!
paolo musolino on 07 lug 2010 at 21:46 #
Mia cara magic,
sei veramente gentile!
Ti ringrazio per le bellissime parole e soprattutto per la tua visita.
Un caro abbraccio.
Paolo M.
robertabagnoli on 08 lug 2010 at 22:54 #
Caro Paolo trovo questo tuo racconto molto nostalgico, scritto con stile e delicatezza innata. Emerge la tua vena dolcemente malinconica di poeta, ammantata di profonda sensibilità. Complimenti per la freschezza e la semplicità che traspare, la fine poi è davvero disarmante. Un abbraccio di cuore con amicizia.
Roberta
paolo musolino on 11 lug 2010 at 22:43 #
Roberta cara, grazie per le tue sincere parola.
Chi poeta nasce, poeta muore e… non posso che non continuarlo ad esserlo per sempre.
Bacioni.
Maristella Angeli on 13 ago 2010 at 13:36 #
Condivido il pensiero di Roberta.
Bravo Paolo!
Un caro saluto
Maristella
barone-rosso on 18 ott 2010 at 20:59 #
Lettura molto piacevole.
Narrazione scorrevole e che mantiene elevata l’attenzione per il costante ritmo:-)
barone-rosso on 06 nov 2010 at 07:19 #
In attesa di nuovi post, vista la bellezza del tuo scrivere.:-)
paolo musolino on 29 nov 2010 at 19:43 #
Amici Carissimi vogliate scusarmi per la mia assenza…
Grazie di cuore a quanti si sono voluti unire a voler commentare questo mio post.
Un caloroso abbraccio dunque a tutti quanti nessuno escluso
Grazie di cuore ancora
paolo Musolino