dicembre
28
2011

Buon Natale Alessandro

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Lo spread è a 508 e l’indice Mib di Milano è a +0,40. Nuove escort per Berlusconi: esce un volume con le sue decantate prodezze sessuali. Al Grande Fratello espulso Kiran. Traffico in aumento per Natale e Santo Stefano. In netta diminuzione la spesa per il cenone di Natale. L’84% degli italiani passerà il Natale a casa, in famiglia.
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Alessandro viveva solo, nessuno sa da quanto tempo. Sessant’anni compiuti, ex manovale, dimorava in un appartamentino fatiscente, senza servizi, né luce, né gas, né riscaldamento e neanche acqua. A Foligno l’inverno è freddo ma lui non si lamentava mai. I padroni di casa sua lo lasciavano abitare lì, per compassione. Passava le sue giornate facendo piccoli lavori qua e là, per riconoscenza a chi gli offriva una tazza di latte, una mela, qualunque cosa; tanto a lui serviva tutto.
Chissà cosa avrà provato l’altra sera quando si è sentito girare forte la testa e le sue gambe non lo hanno più retto.  Chissà cosa deve aver sentito nel momento che sorella Morte ha bussato decisa alla sua porta, o quando ha tentato inutilmente di chiedere aiuto ai vicini, troppo impegnati a festeggiare con la tombola e il panettone per sentirlo o quando si deve essere affacciato alla finestra nella fredda notte di Natale per chiedere aiuto, per gridare il suo dolore, la sua solitudine, la sua paura. Alcuni dicono che deve essersi sentito male già la mattina della vigilia, ma i rilievi fatti parlano della notte di Natale, verso le ore 23,10, proprio quando tutti noi, o quasi, eravamo impegnati a scartare regali o ad abbuffarci di torrone o magari a dirigerci in chiesa per la messa di Natale. Nasceva il bambinello mentre Alessandro moriva, da solo, al freddo, in strada, scalzo e con una grossa ferita alla testa procuratasi  cadendo giù sul selciato, morto.
Ma a chi interessa la morte di uno così? Sì, certo, per carità, lo si compatisce per qualche secondo e poi via, verso il cenone di fine anno, o il veglione. Di certo fa molta più impressione la guerra che spazza via vite in qualche parte del mondo, o i bambini che muoiono in Africa, o la crisi economica che morde le famiglie e il rischio di default. E tutti a stringersi l’un l’altro a chiedere pace, serenità, conforto e… notizie di gioia e speranza. E’ Natale!  Nasce Gesù!
Già un’ora più tardi la notizia su internet non compariva più. Prima ancora di essere sepolto in qualche modo, di Alessandro non c’era più traccia. Né della sua esistenza né della sua morte.
In fondo ne muoiono tanti sulle strade, anche durante le vacanze di Natale.
Chissà se Alessandro credeva nel paradiso.
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Sandro Orlandi
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novembre
22
2011

VENDETTA, NON GIUSTIZIA!

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VENDETTA, NON GIUSTIZIA!

Aveva quattordici anni, era alto un metro e mezzo e pesava 43 chili, ma soprattutto era negro.
Quando nel giugno del 1944 lo fecero sedere sulla sedia elettrica dovettero mettergli sotto il sedere dei libri, per potergli attaccare gli elettrodi.
George Genius Stinney è stato, ed è ancora a tutt’oggi, il più giovane condannato a morte degli USA e ora, a sessantasette anni di distanza, si riaprirà il suo caso. Hanno accertato  che era innocente! Ad Alcolu, una piccola cittadina del South Carolina, in un profondo sud molto simile a tutti i vari sud di tutte le nazioni, compresa la nostra, la vita di un nero valeva meno di quella di un animale, e il nostro George viveva con la sua povera famiglia nel ghetto, al di là della ferrovia, ben separato dalla opulenta razza bianca di allora. Due bambine bianche di circa undici anni, uscite per cogliere fiori di campo, furono trovate col cranio spaccato lungo i binari della ferrovia.
Immediatamente lo sceriffo si consultò con i poliziotti locali e senza pensarci due volte andò a prelevare George per interrogarlo. C’erano solo i poliziotti presenti, neanche un familiare, né tanto meno un avvocato. Dopo “poche ore” sembra che George confessò di averle uccise lui perché, a dire dello sceriffo, “voleva fare sesso con loro”. Il caso fu chiuso.
Il ventiquattro aprile, ad un mese dal ritrovamento dei corpi, George venne processato davanti ad una giuria di soli bianchi e gli stessi poliziotti che resero testimonianza della confessione del ragazzino, si confusero, dando due versioni diverse del fatto. L’avvocato difensore si limitò a dire che l’imputato era troppo giovane per finire sulla sedia elettrica. Ma niente da fare. Il sedici giugno del ’44, mentre l’America intera teneva il fiato sospeso per lo sbarco in Normandia, nell’indifferenza generale e senza clamore alcuno, George venne giustiziato.
Chi ha studiato a fondo il caso, ora sostiene che quella confessione fu estorta, perché, dopo ore di interrogatorio, sembra che qualcuno avesse promesso a George un bel gelato tutto per lui, se solo avesse risposto sì alla loro domanda.

(Tratto da Repubblica del 18/11/2011)

Sandro Orlandi

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ottobre
26
2011

DIO LO VUOLE!

 

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DIO LO VUOLE!

 

Il primo a gridarlo fu Papa Urbano II° durante il concilio di Piacenza. Sembra infatti che, alzatosi dal suo scranno pontificio, per giustificare quelle che sarebbero state le prossime devastazioni e l’annientamento di popoli inermi in nome di Dio, indicendo così la prima crociata della storia, abbia alzato l’indice al cielo e con voce stentorea abbia pronunciato le famose parole: “Dio lo vuole!”, parole alle quali tutti, ma proprio tutti, avrebbero dovuto inchinarsi.
 Era il 27/11/1095.
Quante volte abbiamo avuto modo di sentir pronunciare queste parole, usate per avallare qualunque decisione presa dall’alto che sembrasse non proprio giusta e la cui responsabilità fosse di altro o di altri. Nei film medioevali, nelle ricostruzioni storiche, nei libri di storia o nei romanzi con sfondo religioso, attualmente tanto di moda e ambientati in quel periodo. Sono ormai entrate a far parte del nostro lessico quotidiano, tanto che al giorno d’oggi le sentiamo pronunciare da più parti e nei contesti più differenti.
Più recentemente le abbiamo sentite pronunciare da un certo Bin Laden, o dai suoi accoliti, in occasione della strage dell’11 settembre: “Insh’Hallà  ovvero, in questo caso, “Dio lo vuole!”
Ma forse non ci siamo accorti che il famoso detto, originariamente così antico, importante, sebbene molto discutibile nel suo significato, ha varcato la soglia dei palazzi della politica italiana, opportunamente modificato per l’occasione. Infatti almeno un paio di volte a settimana ormai lo sentiamo pronunciare dai nostri governanti modificato in chiave moderna: “L’Europa lo vuole!” E tutti, proprio tutti, piegano la testa dicendo: “Ah beh, allora…” Ma così come abbiamo imparato a rifiutare l’odiosa imposizione del detto che ha portato a denigrare papi e condottieri di allora, terroristi e criminali religiosi di oggi, non potremmo fare altrettanto con la distorta accezione moderna della frase in questione? Non potremmo coalizzarci e rispondere, a chi ci governa dai palazzi del potere attualmente, direttamente alle manifestazioni, per email, per sms, per la strada, per mezzo di manifesti attaccati ai muri della nostra città e in mille altri modi: “No! L’Europa non c’entra! Noi non lo vogliamo!” Pensate! Sarebbero costretti a dire che sono loro a volerlo e che ne rispondono direttamente ai cittadini e che, se i torni non tornano, è perché loro li hanno fatti male, per dolo o sine cura.
Almeno questo, visto che i soldi che prendono per il loro “onorevole” lavoro li sborsiamo noi, non “L’Europa!”

 

Sandro Orlandi

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ottobre
18
2011

Non guardate quel filmato!

 

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NON GUARDATE QUEL FILMATO!

Oggi, 18/10/2011, mi capita di passare per la pagina di libero.it per arrivare alla mia posta. Tra le tante notizie, accanto ad un Berlusconi tronfio per essere riuscito per l’ennesima volta a sfuggire al giusto castigo dell’umana giustizia, tra le ultime su Belen e le sue prestazioni sessuali, l’impresa del Napoli (mi pare) e altre scemenze quotidiane, fa bella mostra una notizia: bambina investita più volte e lasciata morire in strada, tra l’indifferenza generale dei passanti. Per quindici minuti nessuno si è accorta di lei.
Si sa come sono pubblicate queste notizie. Siamo talmente abituati a scoop e finti reportage che non facciamo più caso  a niente. Così meccanicamente, quasi senza volerlo, vado a cliccare sulla scritta: video choc, cliccare qui per vederlo. E così… vedo.
Nel video appare un mercato. Siamo in Cina. E’ giorno e i passanti sono molti, indaffarati a vendere, comprare, guardare la mercanzia etc. Pochi istanti, poi compare di spalle una bambina di quattro o cinque anni. Ha le trecce. Guarda dall’altra parte mentre cammina. Le va incontro un furgone, tipo Transit. Non corre, ma la investe in pieno gettandola a terra. Evidentemente anche chi lo guida guarda altrove. Il furgone, con la sua ruota anteriore destra, passa sopra al corpo della bambina, sul torace. Poi si ferma quando arriva alla ruota posteriore destra. Sembra quasi di vedere l’autista (che non si vede) mentre si ferma chiedendosi che cos’era quel rumore e quel lieve sobbalzo. Evidentemente non vede niente, (voglio sperare) ma non scende. Riparte invece e ripassa sul torace della bambina con la ruota posteriore. Lei rimane a terra ma sembra muoversi ancora. Un tizio le passa accanto, la guarda e non fa niente, continua per la sua strada. Arriva una moto e si vede benissimo che la vede a terra e la scansa passandole appena di lato. Passano altri secondi, forse minuti,  un’altra macchina arriva e… passa sulle gambe della bambina con entrambe le ruote. Finalmente, sembra dopo quindici minuti (alla fine una scritta lo specifica) una donna raccoglie il corpo ormai esanime della bambina e lo porta dentro un bancone del mercato. Segue un intervista in cinese ad un giovane che stava lì, e l’immagine della donna che ha raccolto il corpo. Si dispera.
Penso, e dentro di me spero, che sia la solita montatura, quando il filmato termina inquadrando la telecamera della banca di fronte che ha ripreso tutta la scena.
Era tutto vero!
Forse sono io che sono troppo vecchio ormai per vivere in un mondo di questo tipo? Forse è mia la colpa, mi dico, perché non faccio niente se non “guardare”? Ma cosa posso fare? Forse non dovevo guardare quel video? E adesso che invece l’ho guardato? C’è qualcuno in grado di aiutarmi davvero a capire come dovrei comportarmi dopo tutto questo? Devo tornare su libero a vedere cosa ha in mente Berlusconi per la prossima riunione del consiglio dei ministri? Oppure leggere la posta per sapere se qualcuno mi ha scritto?

Sandro Orlandi

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giugno
30
2011

Aiutami amore!

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AIUTAMI AMORE!

Dal sito della Staibene.it:

… Il tumore al seno non si limita a minare dal profondo la salute della donna, fa molto di più: ne intacca l’identità, la sessualità e, di conseguenza, anche il rapporto con il partner. In un caso su quattro la relazione salta (25%), ma se è l’uomo ad ammalarsi di tumore genitale la percentuale delle separazioni scende al 7%…

… è difficile affrontare un cancro, quando ti piove addosso all’improvviso e ti sconvolge la vita. Bisogna dare le giuste parole al dolore. Il rischio è che si alzi un muro di silenzio dopo la consapevolezza, dopo che la depressione si fa strada, anche per l’effetto antidopaminergico che il cancro esercita biologicamente sul cervello. Lei si isola, lui non le chiede più di fare l’amore perché sente che è inopportuno. L’uomo pensa di essere egoista se ancora prova il desiderio di amare la propria donna malgrado il tumore. E’ convinto che non sia più il caso. Lei pensa di non piacere più al suo partner. Ancora peggio quando lei non si sente più “donna” o lui prova “paura e repulsione.”  E la coppia… scoppia!

Credo che non ci sia molto altro da dire sull’argomento. Ciò che abbiamo letto parla da sé.
Il primo dato rilevante è che, ancora una volta, è l’uomo il più fragile. E’ lui, “il sesso forte”, ad essere il più debole, dal momento che non riesce proprio ad uscire dal suo ristretto modo di pensare e non sa affrontare il problema, non riesce a trovare un modo giusto di star vicino alla propria donna in un momento difficile e devastante come questo. La donna invece sì, ci riesce nella maggior parte dei casi. Il secondo dato è che siamo legati ad un filo, certo, come molti di noi amano dire; sappiamo benissimo che “la vita è un soffio”, che “si deve vivere il presente”, che “si deve essere felici di quello che abbiamo” ed altre decine di luoghi comuni con cui amiamo accompagnarci  quotidianamente, ma poi, quando siamo messi di fronte ai fatti, ci dimentichiamo subito quel che da sempre predichiamo sorridendo, e ci sciogliamo in uno scontato: “…e adesso?”
Ma è il nostro partner ad essere malata/o, non noi, e, visto che amore è anche e soprattutto il bene dell’altro, forse  dovremmo cercare dentro di noi e trovare il modo di aiutarla/o. Con molta, moltissima umiltà.
Chissà perché, quando ho letto quest’articolo, mi è venuto in mente quello che di solito fa il nostro cane con noi umani quando stiamo male. Non sapendo che fare, non capendo cosa succede, ma percependo il nostro dolore, ci sta accanto, semplicemente soffre con noi, e tristemente ci lecca una mano. A suo modo lui, una specie inferiore, ha trovato la maniera di aiutarci. E il suo aiuto lo sentiamo tutto!
E’ strano che abbia pensato a questo, visto che io il cane non l’ho mai avuto.

Sandro Orlandi

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giugno
25
2011

Soffi di vita

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Titolo: Soffi di vita
Autore: Orlandi Sandro
Prezzo:  € 12,00
Pag.: 160
rilegato
Editore Progetto Cultura

per acquisti:
http://www.progettocultura.it/344-soffi-di-vita-9788860923349.html
http://www.ibs.it/code/9788860923349/orlandi-sandro/soffi-vita.html
Anche in formato e-book:
http://www.lafeltrinelli.it/products/9788860923509/Soffi_di_vita/Orlandi_Sandro.html

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Prefazione a cura di Rosella Rapa (scrittrice)
Nei racconti che fanno parte di questa raccolta sono molti i temi del fantastico esplorati. Dalla fiaba vera e propria ai racconti surreali, ma non si tratta di una fuga dalla realtà, al contrario. L’autore ci suggerisce di volta in volta un’idea per cominciare a riflettere sul mondo e l’ambiente che ci circonda che, spesso, è più incredibile di quanto possiamo immaginare. Leggendo  si resta coinvolti dalla narrazione e siamo portati anche a riflettere su noi stessi, sul come vorremmo che fosse la vita che viviamo, che quasi sempre si rivela contraria alle nostre aspirazioni.
C’è inoltre il collegamento degli eventi narrati a precisi temi sociali, da sempre dibattuti senza soluzione finale e comunque da tutti molto sentiti. Un abbinamento certamente non facile, ma perfettamente riuscito all’autore.
Tutto ciò che avete sognato, fantasticato, immaginato, lo si trova in queste storie e, chiudendo il libro, ritroverete il senso di quello che avete appena letto nel magico disegno della copertina, che crea la giusta atmosfera di sospensione e introspezione.

Dalla quarta di copertina:
Quando ci si accinge a leggere una raccolta di racconti, ci si aspetta un filo logico che li colleghi tra di loro, e cioè qualcosa che abbia spinto l’autore a riunirli insieme. Ma in questa raccolta ciò che unisce le storie è più impalpabile e improbabile. Magia, mistero? Certo, ma anche un tocco di surreale che ci permette di interpretare la vita di tutti i giorni in modo diverso, da un’altra prospettiva. Un libro da leggere con calma, perché ogni racconto vive di vita propria e il suo messaggio va compreso e interiorizzato. Alla fine ci accorgeremo di aver provato emozioni e sensazioni inconsuete, che forse avranno lasciato un segno dentro di noi. Un arricchimento per la mente e per lo spirito.

L’autore
Sandro Orlandi, è nato a Roma nel 1951. Medico ospedaliero, ha dedicato il suo tempo libero alla musica, componendo diversi brani e alla scrittura di canzoni, poesie, racconti e romanzi, riportando numerosi premi e riconoscimenti. Oltre alle pubblicazioni on-line e in antologie, ha pubblicato la raccolta di racconti Le Api di Paulette (Il Filo, 2008) ed i romanzi L’Odore del pane (Ed. Montag 2010) e Una rossa rosa bianca (Ed. Robin 2010).  

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giugno
5
2011

Per la giornata dedicata alla terra

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Se potessi l’abbraccerei per piangere insieme a lei. Se potessi ucciderei tutti coloro che la uccidono tutti i giorni. Se potessi insegnerei a tutti i bambini del mondo a renderle omaggio sempre e non solo una volta l’anno.

UN FIORE E’ MORTO!

Spegnete le stelle,
coprite la luna,
fermate il vento
oscurate il sole:
Un fiore è morto!
Placate il mare
adombrate i monti,
tirate giù gli uccelli
si asciughi la rugiada:
Un fiore è morto!
La notte dia la mano al giorno
si arresti il tempo
la Terra rallenti
tacciano gli umani:
Un fiore è morto!
Che i colori sbiadiscano,
la Primavera pianga
l’Inverno si avanzi
e ricopra tutto
con la sua neve più gelida.
Madre Natura è in lutto
Madre Natura è triste,
si avvolge con nubi grigie
e piove il suo dolore
cantando il suo tormento.
Che tutto si fermi
che tutto perda d’importanza:
un fiore è morto,
è morto Amore!

               Sandro Orlandi

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marzo
26
2011

Generazione Tsunami

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Generazione Tsunami

In Giappone, nella città di Otsuchi, 17000 case sono state spazzate via in un attimo dopo essere state prima spianate dalle protezioni di cemento antimaremoto crollate loro addosso. Una bambina di quattro anni (che chiamerò Misa come una dolcissima bambina che ho conosciuto anni fa) e che era uscita a gettare la spazzatura, si è ritrovata sospinta dall’onda assassina nello stesso bidone in cui era andata a gettare il sacchetto. Si è salvata navigando dentro quel bidone, tra flutti e gorghi spaventosi, fino ad essere sputata via su quella che pochi minuti prima doveva essere stata una strada, tra cumuli di detriti di ogni genere. Si è messa seduta lì, si è tolta gli stivaletti rossi che portava, mettendoli ad asciugare accanto a lei ed è rimasta così, da sola, a gambe nude, nel silenzio del dopo tsunami. E’ rimasta lì immobile, anche quando la neve della notte dopo ha cominciato a cadere lenta, ricoprendole gli occhi di un lieve velo bianco e sarebbe sicuramente morta seduta lì, in quel silenzio assoluto, se un pescatore in cerca di reti non l’avesse vista per sbaglio. Ha riferito che lì per lì gli era sembrata una bambola e solo il colore di quegli stivaletti lo avevano fatto avvicinare.
Misa è diventata un simbolo in Giappone, il simbolo dei “bambini dello tsunami”
Sappiamo tutti quanto siano operosi e orgogliosi i giapponesi, e quanto tengano al loro dovere di cittadini modello, per uno stato modello. Quindi è normale laggiù che i genitori si allontanino,  a volte anche per chilometri e per tutto il giorno, per andare a lavorare. E’ altrettanto normale che molti bambini, anche in tenera età, rimangano da soli tra loro, ci sono abituati.  Sembra che uno dei problemi più grandi che l’onda apocalittica abbia lasciato ritirandosi è quello dei molti, moltissimi bambini  rimasti soli, orfani dei propri genitori e non si sa come fare per aiutarli a ricominciare a vivere la loro vita, dal momento che neanche gli psicologi si sentono in grado di affrontare il loro enorme trauma interiore. Hanno perso tutto, tutto quanto, in pochi minuti di inferno, ma soprattutto sembra che abbiano irrimediabilmente perduto la fiducia nel mondo che li circonda, la capacità di sognare, la speranza nella vita e nell’avvenire.
In una struttura allestita alla meglio e adibita temporaneamente a scuola, in cui sono stati portati alcuni di questi bambini, le maestre hanno distribuito loro della carta e dei colori per disegnare, sperando di distrarli dalla loro angoscia esistenziale.  Dopo qualche ora le maestre si sono accorte che i colori erano finiti,  in poco tempo, ma solo quelli scuri. Quelli chiari e luminosi come il rosa, il giallo, l’arancione, erano ancora lì, non erano stati usati da nessuno di loro.

Sandro Orlandi

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dicembre
8
2010

Immagina!

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IMMAGINA!

Imagine all the people living life in peace…(Immagina tutti i  popoli vivere in pace)
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Trent’anni fa, cioè l’ 8 dicembre 1980, a New York, alle 23,09, in mezzo alla folla in Central Park, un tizio che voleva passare alla storia e di cui non ricordo il nome, esplose cinque colpi di pistola contro John Lennon. Oggi ricorre il trentennale della sua morte.
Certo tutti voi saprete chi era, certo le sue canzoni le avrete cantate, fischiettate, magari anche suonate, centinaia di migliaia di volte, perfino i nostri figli, nipoti, o le maestre, i professori, i presidi,  TUTTI sanno chi era John Lennon! Ma da qui ad indire un giorno mondiale per la sua morte è troppo, molti diranno. Forse sì. In fondo era un solo un uomo, nato e cresciuto a Liverpool, ovvero nel, diciamo così, profondo sud della civilissima Inghilterra, che insieme ad altri tre scapestrati dell’epoca cominciò a strimpellare la chitarra e  a fare canzonette.
Ricordo che quando mi fecero sentire un brano dei Beatles appena uscito sul 45 giri (she loves you) non mi piacquero per niente. “Ma chi sono questi?” Chiesi al mio amico Roberto. Già.
Imagine no possessions… and no religion too…(Immagina niente proprietà e nessuna religione)
Certo tutti noi sappiamo, siamo ormai abituati che in America, specialmente nella Grande Mela, la vita vale poco a volte, in compenso anche le armi valgono poco: infatti è facilissimo procurarsene una. E siamo abituati, dicevo, che ogni tanto scappa fuori qualcuno che vuole passare alla storia per “Quello che ha ammazzato… tizio!!!” O perché con quello che dice ha offeso il Signore.
Una giornata mondiale per ricordare l’omicidio di uno che faceva canzonette? E allora perché non ne indiciamo una mondiale anche per Lincoln, Kennedy, o magari allargando il concetto Ghandi, Che Guevara, Giulio Cesare, Giovanna D’Arco,  etc…
Nothing to kill or die for…” (…nessuno da uccidere o da cercare per  uccidere)
Qualcuno dice che è stato uno dei più grandi poeti del ‘900. Un po’ esagerato è? Già, forse. Ma allora perché? Perché, quando la tv ha ricordato la sua morte, a me stamattina è venuto da piangere e non ho mai pianto tutte le altre volte?
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You may say  I’m a dreamer, but I’m  not the only one…”
(Tu dirai che sono un sognatore, ma non sono il solo)
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Ma voi lo sapete perché, vero?
Grazie John!
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Sandro Orlandi

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novembre
30
2010

A morte!

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IL BAMBINO PERDUTO

Stava lì a non più di un metro che mi guardava fisso negli occhi, mentre mi puntava contro la pistola.  L’indice della mano destra era già sul grilletto e l’arma era pronta a far fuoco. Era calmo, freddo e sicuro di sé, o almeno così sembrava. L’unico piccolo indizio di tensione era una gocciolina di sudore sulla tempia sinistra. Non faceva caldo nel capannone, anzi, il freddo lo sentivo tutto, ma dentro di me. Sapevo che l’avrebbe fatto perché capivo che sentiva di doverlo fare. Ero terrorizzato, ma cercavo di conservare, chissà perché, la mia dignità. Scrutavo dentro quegli occhi grigi come l’acciaio alla ricerca disperata di un briciolo di umanità, ma essi mi fissavano spietati ed erano incredibilmente belli e indifferenti.  Avevo tentato di parlare, di ragionare, di spiegare che non aveva senso quello che stava per fare, ma non mi ascoltava. Gli avevo detto che il mondo avrebbe continuato a girare sempre allo stesso modo senza di me, o anche senza di lui, e che non sarebbe cambiato niente. Aggiunsi anche che se mi considerava una persona da uccidere, ritenevo di aver diritto almeno ad un’ultima chance.

Niente. La pistola era sempre lì. Ferma nelle sue mani, inesorabilmente puntata contro il mio occhio sinistro. Così mi ammutolii, mi rassegnai, per così dire, mi spensi.   Dall’esterno, potevamo sembrare due statue di cera, seduti l’uno davanti all’altro: lui con la pistola puntata sulla mia faccia ed io come ad aspettare l’inevitabile. Siamo rimasti lì così, in una situazione surreale, quasi grottesca. Osservando la sua barba, lunga di due o tre giorni e con chiari segni d’incipiente incanutimento, mi accorsi che aveva una piccola cicatrice accanto al sopracciglio sinistro. Chissà come e quando se l’era procurata.  Forse da bambino era caduto dal cavallo a dondolo o dal seggiolone. Fu così che in un attimo, quel volto truce si trasformò ai miei occhi nel viso paffuto e dolce di un bambino di tre anni, con lo sguardo vivo e sorridente, felice e stupito, magari per il primo triciclo regalatogli dal papà e trovato infiocchettato sotto l’albero di Natale.

Già. Un bambino! Sembrava impossibile ma quell’uomo che stava per uccidermi, a suo tempo, era stato un bambino. Me lo immaginavo nel suo lettino, mentre ascoltava dalla voce affettuosa della mamma, la sua favola preferita, o quando, muovendo incerto i suoi primi passi, si tuffava contento tra le braccia rassicuranti del padre. Chissà quanto avrà pianto la notte, sognando streghe, mostri e uomini cattivi! Proprio lui! Magari anche il primo giorno di scuola aveva pianto, come me, e forse anche lui era stato sgridato tante volte perché si infilava le dita nel naso per poi mettersele in bocca.  Sapevo che aveva avuto una buona istruzione e lo immaginavo mentre copiava il compito in classe dal suo compagno di banco, come abbiamo fatto tutti noi.

Lo vedevo ridere e scherzare con gli altri a una gita scolastica, o in un campo di calcio, o a una festa di compleanno. Sicuramente se non tutte, almeno alcune di queste cose  doveva averle vissute.  Cosa mai poteva essere accaduto per ritrovarmelo di fronte ora, con la lucida determinazione che doveva uccidermi? Stavo per chiederglielo, ma non feci in tempo.
Un lampo e un tuono improvviso. Un tremendo e brevissimo dolore pose fine a tutto.
Quel bambino non esisteva più. Era stato ucciso molto, molto tempo prima di me!

Sandro Orlandi

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A MORTE!

30 novembre 2010, giornata dedicata al problema della pena di morte. Problema?
Diciamoci la verità. Quanti di noi, e per quante volte, si sono ritrovati a pensare che davvero sarebbe stato giusto condannare a morte questo o quel criminale? Magari un pedofilo, o un serial killer, o un camorrista impenitente, o semplicemente un politico corrotto e arrogante che non vuole proprio mollare il potere per poter continuare a fare i propri interessi a danno della comunità tutta?  Quante volte dentro di noi abbiamo pensato: maledetto! Ti strangolerei con le mie mani! Al tg spesso sentiamo dire da genitori e parenti in lacrime: voglio giustizia, non vendetta! Quante volte abbiamo pensato: Macché! Vendetta vogliamo, non altro! Per carità però: non si dice!
Sono stati 757 i condannati a morte del 2009 in tutto il mondo, ma si stima siano di più perché non sono stati calcolati quelli non dichiarati da regimi totalitari reticenti. Più di un migliaio sembra siano i cosiddetti dead men walking, per dirla all’americana, e cioè quelli in attesa dell’esecuzione.
Sono contrario alla pena di morte, ovviamente, per innumerevoli motivi e non solo etici e morali, ma ammetto che spesso ho provato quello che ho sopra detto. Sì, va be’, direte voi con un sorrisino, ma una cosa è pensarlo, dirlo, e una cosa è farlo. Ammetto allora che se avessi avuto la possibilità materiale di uccidere gente come Hitler, Mussolini, Stalin, Pol Pot o semplicemente il pedofilo della porta accanto l’avrei fatto. Con le mie mani! E con estrema convinzione e soddisfazione.
Dando per scontato certi luoghi comuni ed evitandoli, sinceramente, che avete da dire in merito?

Sandro Orlandi

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